Dopo un’esamina particolareggiata della situazione esistenziale umana, così come ce la presenta Leopardi, potremmo essere presi da scoramento e chiederci allora che cosa si debba fare, che senso abbia tanto faticare, se non convenga porsi alla stregua del gregge leopardiano. Abbiamo visto che è lo stesso Leopardi ad affermare che non è umano concepire un atteggiamento di rinuncia, di resa contraddicendo la natura più vera dell’animo umano. L’unica posizione davvero dignitosa è quella di chi non smette di cercare, parte per il viaggio dell’esistenza, in maniera indefessa veleggia per il mare della vita con lo sguardo circospetto e attento a cogliere gli indizi.

Nella storia del pensiero il grande genio ha sempre colto questa necessità di rimanere spalancati di fronte al Mistero con un atteggiamento di ricerca del vero e del bello.

Ad esempio, nel Fedone, Platone fa affermare a Simmia a colloquio con Socrate, condannato a morte:

“Non setacciare le teorie su questi temi (l’aldilà, il Destino dell’uomo) parola per parola, e arrendersi prima che uno, solo dopo una ricognizione completa, non abbia più nulla da dire, sarebbe da uomo proprio senza spina dorsale. In tali frangenti bisogna percorrere fino in fondo una di queste strade: o farsi dar lezione sull’argomento; o risolvere da soli il problema; o se è impossibile far questo, afferrarsi alla teoria umana più affidabile, meno vulnerabile alle critiche, e salitici sopra, come su una scialuppa, arrischiarsi, guadare la vita, se non si può fare la traversata in modo meno pericoloso, più tranquillo, su un’imbarcazione più robusta, quale sarebbe una rivelazione divina”.

Nel Medioevo questo atteggiamento umano è documentato dal tema della queste, ovvero della ricerca, del viaggio orientato verso una meta, del pellegrinaggio presente in tanta produzione romanzesca e cavalleresca. Si pensi, a titolo di esempio, alla queste du Saint Graal, la ricerca del Santo Graal, che compie Perceval. Questi, un giorno, dopo tante avventure e vicissitudini, si imbatte in due pescatori che lo invitano alla casa del loro Signore. Giuntovi, il Cavaliere vede in una sala un re ammalato, trafitto al fianco. Vede, poi, passare per due volte una dama con una lancia insanguinata e un paggio che porta una coppa larga (che scoprirà essere il Santo Graal). Perceval è pieno di domanda, ma non chiede che cosa sia quella coppa. Scoprirà il giorno successivo che, se avesse chiesto, il regno del Re Pescatore sarebbe ritornato fecondo e il Re sarebbe guarito. Qui inizia la ricerca del Santo Graal. Mendicanza definisce l’atteggiamento corretto dell’uomo di fronte alla realtà, di fronte al Mistero delle cose, di fronte alla nostra incapacità di cogliere e capire il Mistero che ci fa e che ci viene incontro. Solo col tempo Perceval imparerà a domandare e, alla fine dell’opera, quando incontrerà dieci pellegrini di ritorno dal Santo eremita chiederà loro la strada per recarvisi anche lui. Ivi, confessatosi, scoprirà che l’uomo è “un peccatore che dipende da Dio”.

L’atteggiamento iniziale di Perceval è simile a quello che caratterizza il presuntuoso Dante che nel canto I dell’Inferno vorrebbe salire sul colle dilettoso illuminato (evidente simbolo della verità, della luce, della strada che conduce al bene) da solo, ma è ostacolato da quelle tre fiere che rappresentano tutto il suo male, i suoi limiti, la sua precarietà; quando sta sprofondando nella selva, quando sta toccando il fondo, di fronte alla propria incapacità di darsi una via di fuga da solo, grida (come quando uno si trovasse perso in un bosco e non gridasse all’inizio, perché convinto di farcela da solo, ma quando cala la sera,  resosi conto che lo aspetta una notte tetra e di incubi non onirici, si mette a gridare per vedere se ci sia qualcuno). Dante, quando gli “si fu offerto/ chi per lungo silenzio parea fioco”(Inferno I, 62-63), grida  con tutto l’impeto di salvezza che reclama il suo cuore:

“Miserere di me,” gridai  a lui,
qual che tu sii, od ombra od omo certo!”.
(Inferno I, 65-66) 

Sarà Virgilio ad introdurlo attraverso la porta dell’Inferno, dandogli la mano e con lieto volto.

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose”.
(Inferno III, 19-21)

La mendicanza è l’unico atteggiamento ragionevole dell’uomo che è conscio del proprio cuore (cioè della domanda di felicità che lo caratterizza) e della propria incapacità a darsi una risposta soddisfacente, a raggiungere la meta. Mendicanza è chiedere, domandare, ricercare con una passione inesausta per la meta e per il compimento del proprio destino.

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