A. SCARINO INTERVISTA FIGHERA SUL MONDO DELLA SCUOLA

Come prima cosa, cerchiamo di capire in che cosa dovrebbe consistere questa riforma proposta dal Ministero dell’Istruzione.

Il Documento di orientamento per la redazione della prova di italiano nell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo offre alcune indicazioni per la predisposizione delle prove scritte al termine della scuola secondaria di primo grado. Parte da due premesse. In primis «la Commissione d’esame può liberamente scegliere quali tipologie di prove proporre nell’ambito di quelle previste dalla normativa e può definire le tracce tenendo conto delle indicazioni nazionali e anche delle situazioni specifiche dei singoli istituti scolastici». In secondo luogo, a prescindere dalla scelta della tipologia, la commissione richiama l’attenzione sull’opportunità di insegnare agli studenti la stesura del riassunto.
Quali sono le opzioni tra cui la commissione può scegliere? La tipologia A prevede lo svolgimento di un testo narrativo o descrittivo, ovvero la stesura di un racconto o di una descrizione a partire da indicazioni precise. La tipologia B consiste nell’elaborazione di un testo argomentativo: la prova è molto simile al tradizionale tema. La tipologia C è «la comprensione e sintesi di un testo letterario, divulgativo, scientifico, anche attraverso richieste di riformulazione». Negli esempi troviamo domande sul testo anche a scelta multipla, vero/falso, sostituzione di parole, etc. La quarta possibilità propone una prova strutturata in più parti, riferibili alle prime tre tipologie. Quindi, gli studenti devono dimostrare di aver compreso un brano e devono comporre brevi elaborati a partire dall’argomento.

Fino ad ora in che cosa consisteva la prova di esame in Italiano e letteratura alle scuole medie e alla maturità delle scuole superiori?

La prova d’Italiano dell’Esame di Stato conclusivo della scuola secondaria di primo grado prevedeva fino ad ora la stesura di un tema tra alcune tracce proposte dalla commissione esaminatrice.
La prima prova d’Esame di Stato delle superiori offre ancora oggi all’attenzione degli studenti quattro tipologie. La tipologia A è l’analisi di un testo in prosa o poesia, letterario o non. Il ragazzo deve rispondere ad alcune domande di comprensione generale, di analisi stilistica o metrica, di approfondimento. La tipologia B è la stesura di un articolo di giornale o di un saggio breve a partire da documenti offerti su quattro ambiti differenti: artistico-letterario, socio-economico, storico-politico, tecnico-scientifico. La tipologia C e quella D sono rispettivamente il tema di Storia e di attualità.
Da quando è stata attuata la riforma della prova scritta, vent’anni fa, tutti i manuali scolastici delle Scuole superiori di secondo grado sono stati concepiti nella prospettiva del nuovo Esame. Nelle antologie i testi sono stati spesso deprivati del loro valore per diventare strumenti e materiale per esercizi di critica letteraria o di valutazione delle competenze dei ragazzi.

Lei personalmente come valuta questa riforma?

Apparentemente, la riforma sembra solo sottolineare meglio le competenze richieste in uscita agli studenti e suggerire agli insegnanti un percorso virtuoso per il conseguimento delle stesse. Come sempre, credo che si potrà comprendere la reale portata di questa riforma solo tra qualche anno quando se ne vedranno gli esiti.
Credo, però, che il rischio che si possa correre in molte scuole è quello di abbandonare definitivamente la difficile strada del tema per proporre la competenza di comprensione di un testo. Certamente, insegnare agli studenti lo svolgimento di un tema è più difficile, richiede sforzi e fatiche maggiori con risultati spesso fallimentari. Gli studenti negli ultimi decenni hanno disimparato a scrivere, conoscono sempre meno la grammatica, la sintassi del verbo, della proposizione e del periodo, leggono sempre meno. Non occorrono le statistiche (che pur sono state offerte in questi anni) a corroborare quanto sto dicendo. Di fronte a questo problema si è deciso di non affrontare con decisione la questione alla radice, ma di offrire un salvagente. I problemi vanno, invece, guardati in faccia, affrontati, non elusi. Il termine «problema» indica, a livello etimologico, «ciò che ci viene messo davanti», rappresenta quindi un aspetto della realtà in cui ci imbattiamo.
Anche vent’anni fa con la riforma della prima prova dell’Esame di Stato della scuo-la superiore di secondo grado non si è affrontato il problema della scrittura all’origine. Chi lavorava nel campo della scuola conosceva bene quali fossero i problemi degli studenti: la mancanza di idee e la scarsa competenza ad esprimerle in una forma linguistica corretta e appropriata. In quel caso, il Ministero si è inventato la tipologia B (stesura di un articolo o saggio breve). Se gli studenti non sanno scrivere o non sanno cosa scrivere, non si risolve la questione offrendo loro i documenti e trasformando i ragazzi in giornalisti. Il giornalista ricerca la verità, scrive articoli a partire dalle sue indagini, dalle sue passioni, dagli avvenimenti che accadono realmente. Che senso ha che un docente insegni ad un ragazzo ad inventare l’«occasione spinta» per l’articolo, gli fornisca già i documenti che naturalmente indirizzano verso una certa prospettiva e visione? Il compito dell’insegnante non dovrebbe essere quello di far acquisire al ragazzo le capacità retoriche e argomentative cosicché possa esporre le sue tesi?
Se vogliamo che i nostri studenti imparino a scrivere, facciamo scrivere loro due volte a settimana un diario o Zibaldone personale. In un anno inizieremo a vedere i risul-tati. Ritorniamo al tema che è espressione di una cultura, di una capacità di giudizio e di rielaborazione. Torniamo a scommettere sulle capacità dei ragazzi. Certo questo compor-terà un lavoro più oneroso per noi docenti. Ma ne varrà la pena.

Non crede che l’affermazione sempre più esclusiva dell’analisi strutturale del testo nello studio della letteratura impoverisca negli studenti le capacità di pensiero e di comprensione profonda dei significati umani, esistenziali e culturali traghettati dai grandi scrittori?

La letteratura, la bellezza, l’arte riguardano l’ambito di tutto l’umano. Riguardano l’avventura affascinante di inoltrarsi nella realtà, di conoscerla meglio, di incontrare me-glio l’uomo e il suo cuore, immutabile nel corso della storia. Oggi, a scuola, si sono troppo spesso perduti il fascino e la magia dell’incontro e del racconto. Leggere un libro equivale, invece, a incontrare qualcuno con le sue domande. Proprio quel mondo adulto che vuole innovare la scuola, che si lamenta dello scarso interesse del mondo giovanile, spesso non crede più nel fatto che la grandezza dell’arte abbia oggettivamente in sé un fascino e una potenzialità per catturare l’attenzione, la passione, l’entusiasmo dei ragazzi. Il racconto, che da sempre ha affascinato l’uomo fin da quando è bambino, è capace sempre di conquistare e avvincere. L’insegnante di ogni ordine e scuola trasmette una disciplina che lo ha colpito, conquistato e che, nel tempo, ha scoperto e continua a scoprire. Ciascuno di noi non si deve dimenticare di ciò.
L’invasione di mode pedagogiche e letterarie, come lo strutturalismo o il formali-smo o la critica stilistica, ha messo in primo piano il particolare, l’analisi, la vivisezione dell’opera rispetto alla dimensione del duplice incontro con l’autore (a cui porre domanda, da cui attingere risposte, …) e con l’opera (la cui bellezza ha in sé un Mistero più grande di qualsiasi analisi).
Nella scuola troppo spesso la letteratura sembra morta. Ma la letteratura è viva e parla, ma ad una condizione, che siamo noi vivi, che le si pongano delle domande, le giu-ste domande, quelle che fanno del patrimonio letterario un universo sempre contempora-neo e in dialogo nei secoli sul destino contingente e ultimo dell’uomo. Perché un ragazzo, uno studente possa riscoprire il piacere della lettura e della letteratura occorre che riscopra prima il piacere di coltivare la propria arrière boutique (il proprio «retrobottega», cioè lo spazio della propria interiorità, mi piace chiamarlo con il nome di «anima»). Al riguardo una modalità che ritengo molto efficace è la stesura di un diario (sarebbe più corretto chiamarlo Zibaldone), uno spazio personale in cui raccontarsi, in cui fermarsi a riflettere.

È giusto che la cultura prenda coscienza dei mutamenti in atto nel nostro mondo. Non si può arrestare o soffocare quel fecondo moto di rinnovamento che da sempre guida il pensiero e anche la letteratura. Ma nello stesso tempo non si può recidere il legame con la nostra grande tradizione culturale verso la quale saremo sempre debitori. Come conciliare nella scuola di oggi queste due esigenze?

Penso che sia un finto problema. Non bisogna confondere la sostanza con l’apparenza, il fine con i mezzi. I cambiamenti tecnologici non mutano l’animo umano, le sue domande, la necessità di avere risposte e di comprendere l’io e la realtà. Gli studenti sono già fin troppo immersi nell’uso di strumenti che, a mio avviso, non agevolano sempre l’apprendimento e l’apertura dello sguardo sul mondo e sulla realtà. Dobbiamo insegnare loro l’importanza dell’ascolto, del silenzio, del ragionamento, dell’attardarsi nel pensiero. Dobbiamo imparare a giudicare, a distinguere, a non confondere le mode passeggere dalla cultura. Dobbiamo smetterla di pensare che le competenze non debbano passare attraverso la cultura e la tradizione. A che servono mere competenze senza una reale cultura? A che serve un tronco che non abbia salde radici?
Dobbiamo recuperare la dimensione della tradizione, della memoria letteraria che si assapora anche nel fascino della conoscenza a memoria di alcuni testi importanti della tradizione. Le opere letterarie sono sempre nate in rapporto alle altre opere che le hanno precedute. L’arte non nasce mai ex nihilo.
L’esperienza sorprende. Ho incontrato davvero molti studenti contenti di studiare a memoria i versi della Commedia. I versi dei grandi poeti illuminano realtà e momenti di vita, come quando mi capita di guardare la Luna e di chiedermi con Leopardi: «Che fai tu, luna, in ciel?/ Dimmi, che fai,/Silenziosa luna?». O come quando ti ricordi i versi di Dante «Quando li piedi suoi lasciar la fretta,/ che l’onestade ad ogn’atto dismaga» e così ti rammenti di far bene anche la più piccola cosa, perché la fretta rende meno belle le azioni che compiamo.
Indispensabile è, poi, ritornare al fascino della lettura delle opere nella loro interezza, non solo in modo antologico come accade a scuola. Chi di noi si limiterebbe a vedere i trailers di un film senza assistere alla visione integrale? Bene, è come se a scuola gli studenti vedessero solo qualche immagine di un film, quelle selezionate dall’antologia o dal docente. L’insegnante studierà le modalità più adeguate per accompagnare i ragazzi nel fascino della lettura.

In conclusione, quale messaggio vorrebbe rivolgere ai suoi studenti? E quali suggerimenti alla politica in materia di cultura e di scuola?

Ragazzi, mantenete deste le domande vive che avete ora nell’animo, non accontentatevi del cinismo, dell’utilitarismo, della distrazione che troppo spesso vedete nel mondo degli adulti. Coltivate i sogni. Scoprite i vostri talenti, coltivateli in modo tale da inseguire i vostri sogni. A voi studenti vorrei augurare di riscoprire la bellezza della scuola, della cultura e del sapere. Vi auguro che possiate scoprire che si studia perché è bello studiare, perché guadagniamo un pezzo di realtà. Quando può accadere questo? Se incontrerete insegnanti presi dalla passione e dall’amore, potrete non capire all’inizio, ma sarete nel tempo trascinati dal fascino della bellezza che l’insegnante ha incontrato e che cerca di comunicarvi. Abbiamo tutti noi, giovani e adulti, bisogno di un maestro che ci accompagni, che ci prenda per mano, che ci introduca nel percorso dell’incontro con la disciplina. La prima volta che sono stato alla Scala a vedere il Don Giovanni di Mozart, sono stato introdotto all’opera da un amico che mi ha spiegato come avvicinarmi allo spettacolo. La scuola è spesso sentita dai voi ragazzi come una prigione, perché è troppo spesso asettica e anonima. Manca il rapporto affettivo tra insegnante e ragazzo. «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente» (Vincent van Gogh).
Al mondo della politica vorrei dire che da decenni si attuano riforme per adeguare il sistema scolastico italiano a quello europeo. Si inseguono nuove mode pedagogiche, nuove strategie di insegnamento, si sono cambiati gli esami conclusivi del percorso. L’esito è, però, sotto gli occhi di tutti. Il livello degli studenti non è migliorato, le competenze da loro acquisite non si sono incrementate, anzi sono peggiorate. La nostra scuola che fino a trent’anni fa poteva essere considerata di buon livello dal punto di vista culturale oggi ha abbassato la sua proposta culturale senza che per questo le competenze degli studenti siano cresciute.
Le riforme non hanno mai messo a tema la vera questione drammatica della società di oggi, l’educazione, ovvero la crescita vera del ragazzo. Una buona scuola non è solo un luogo di istruzione, ma anche di educazione. Porre in maniera seria la questione educativa presuppone uno sguardo condiviso sull’uomo e sulla persona.
La scuola è costituita in primo luogo dagli insegnanti. Sono loro che entrano in classe tutti i giorni, che devono essere animati dall’entusiasmo e dalla passione, sono loro che devono cercare e guardare il punto luminoso dei nostri figli, sono loro che devono ogni istante ripartire con slancio con i ragazzi. Nella mia esperienza ho visto troppo spesso gli insegnanti soli di fronte a questa bellissima avventura dell’insegnamento. Anche gli insegnanti hanno bisogno di una compagnia umana che li sostenga e che li sproni a ripartire dal desiderio del mare aperto, come leggiamo in una frase di Antoine de Saint Exupery che amo tanto: «Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito».

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