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Stefano Zecchi a proposito de La bellezza salverà il mondo |
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E’ un libro coraggioso, che sa interrogare la tradizione e testimoniarla nella nostra contemporaneità con potente vigore. Si potrebbe correttamente sostenere che scrivere sulla bellezza è sempre un progetto coraggioso, anche se oggi le pretese di molti maestri del pensiero, che irridevano fino a poco tempo fa la bellezza, si sono ridimensionate. Ma da costoro è stato trovato un espediente per continuare a sottostimare il significato della bellezza, relativizzandolo, e lasciando così sottinteso, come un presupposto ineliminabile, l’inutilità del bello nella cultura contemporanea, così che continuasse a prevalere l’idea di una modernità sviluppata proprio contro il valore della bellezza e che su queste basi possa sempre di nuovo affermare i propri principi.
A quale modernità si fa riferimento? A quella che celebra il nichilismo ed esalta la libertà assoluta della ricerca scientifica. Un nichilismo – vera malattia spirituale del nostro tempo – sostenuto dalle correnti artistiche e filosofiche dominanti nel XX secolo, le prime che rivendicano l’autonomia estetica da qualsiasi relazione comunicativa, le seconde che rinunciano alla ricerca del fondamento e relativizzano la verità.
Riflettere sulla bellezza vuol dire impegnarsi coraggiosamente per un’altra modernità che non venga consegnata all’arbitrio scientifico e alla dissoluzione estetica. Il libro di Fighera espone con grande attenzione il costante richiamarsi della tradizione cristiana alla bellezza come luce che rischiara il cammino verso la verità. Con una profonda competenza nel reperimento e nell’uso delle fonti, Fighera ricostruisce il valore del bello che la modernità ha abbandonato, dimostrando come l’imperversare del brutto, del cattivo gusto non siano semplici opzioni soggettive, ma la cifra di un’epoca che degrada nel relativismo.
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Una riflessione sulle nuove tecnologie |
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Che posizione bisogna assumere nei confronti della tecnologia? Ci possono aiutare a rispondere le parole che Benedetto XVI dedica alle nuove tecnologie comunicative il 28 febbraio 2011. Il Papa scrive:
I nuovi linguaggi che si sviluppano nella comunicazione digitale determinano, tra l’altro, una capacità più intuitiva ed emotiva che analitica, orientano verso una diversa organizzazione logica del pensiero e del rapporto con la realtà, privilegiano spesso l’immagine e i collegamenti ipertestuali. La tradizionale distinzione netta tra linguaggio scritto e orale, poi, sembra sfumarsi a favore di una comunicazione scritta che prende la forma e l’immediatezza dell’oralità.
Le nuove tecnologie comportano scelte coraggiose, offrono occasioni nuove, presentano sfide più grandi.
I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione più convincente rispetto al desiderio di verità. E tuttavia essi sono la conseguenza di un’incapacità di vivere con pienezza e in maniera autentica il senso delle innovazioni. Ecco perché la riflessione sui linguaggi sviluppati dalle nuove tecnologie è urgente. […] La cultura digitale pone nuove sfide alla nostra capacità di parlare e di ascoltare un linguaggio simbolico che parli della trascendenza.
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Paul Claudel, L'annuncio a Maria |
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Nell’opera teatrale di Paul Claudel L’annuncio a Maria il sacrificio della croce è rappresentato con una tale forza attraverso la vivacità dei protagonisti che sembra quasi disturbare la coscienza, il perbenismo, il moralismo e il razionalismo che pervadono l’uomo benpensante di oggi. Noi tendiamo spesso, infatti, a misurare anche l’amore immaginandoci la forma che esso debba assumere.
Ambientato vicino al monastero di Montevergine verso la fine del Medioevo, il dramma risplende della luce da cui sono illuminati i tre personaggi principali: Anna Vercors, Pietro di Craon e Violaine.
Anna Vercors è sposato con Elisabetta, è padre di due giovani donne, Mara e Violaine, e ha dedicato tutta la vita al lavoro dei campi, ha faticato e guadagnato, cosciente del debito di gratitudine verso il Signore che fa tutte le cose: così, riserva le decime per mantenere il convento vicino. Proprio per la percezione di questa sovrabbondanza di grazia che ha investito la sua vita, decide di partire per la Terrasanta per pregare sopra il Santo Sepolcro per l’unità del suo popolo e dei cristiani, offrendo così le sue azioni per la totalità, per il bene di tutti. Affida la sua vita al Mistero, ben cosciente che potrebbe non ritornare più dal pellegrinaggio. Si congeda dalla moglie con tali parole:
Tale è stato il male del mondo: che ciascuno ha voluto godersi i propri beni, come se per lui solo fossero stati creati, e non come se da Dio li avesse avuti in consegna. Il signore, il suo feudo, il padre, i suoi figlioli, il Re, il suo Regno e l’uomo di lettere, la sua dignità.
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La poesia "Alla sua donna" di Leopardi. La più grande intuizione del Recanatese |
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La poesia “Alla sua donna” è carica di una dignità umana grandissima, è carica di quell’attesa e di quella domanda che si traduce nella preghiera (perché di preghiera si tratta) che l’Infinito si faccia sperimentabile. Non ne diamo qui la parafrasi, ma una sorta di rapida sintesi seguendo l’ordine delle stanze.
Leopardi chiede alla bellezza, a quella bellezza che traluce dal paesaggio naturale o dall’etereo volto di una donna, dove abiti, dal momento che al presente è difficile afferrarla o vederla: forse nell’età dell’oro, in un mitico passato, o in un futuro di cui a noi non è dato godere?
L’unica speranza per il poeta è quella di percorrere un sentiero nuovo, diverso da quelli fino ad allora percorsi e di incontrarla, così come spesso Leopardi sperava da giovane. Questa bellezza è quanto di più grande l’uomo possa immaginare in terra: è la Bellezza con la “b” maiuscola, l’Ideale.
Se qualcuno la amasse, la sua vita sarebbe più felice, sarebbe come quella che nel cielo “india”, cioè porta a Dio; se l’amasse, l’uomo cercherebbe la virtù, la bontà.
Al poeta (più in generale l’uomo), privato della Bellezza, basterebbe anche solo conservarne l’immagine in mezzo agli affanni della vita quotidiana.
L’ultima stanza è una preghiera rivolta alla Bellezza, all’Ideale. Leopardi lo apostrofa invocandolo a ricevere, ad accogliere quest’inno, sia nel caso in cui viva nell’iperuranio come una delle Idee platoniche, sia nel caso in cui viva nei cieli superiori, lontano da noi. È il desiderio che l’Ideale, il Bello, l’Infinito sia qui tra noi, possa essere esperienza “di qua dove son gli anni infausti e brevi”. È la preghiera che il Bello si faccia carne, possa assumere forma umana.
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Il filosofo esistenzialista marxista J. P. Sartre (1905-1980) ne Il muro (1939) presenta l’uomo come posto di fronte ad un bivio, immobile, incapace di prendere la strada che potrebbe eventualmente liberarlo dal carcere in cui vive, un uomo che non crede e che non ha speranza che la vita possa cambiare. Il muro è già emblema della condizione di isolamento dell’uomo contemporaneo. L’opera si struttura in cinque racconti in cui viene messo a tema lo straniamento dei personaggi e la loro fatica di vivere la situazione assurda dell’esistenza, che si traduce in un immobilismo e in un’incomunicabilità umana.
Un condannato a morte, nel racconto da cui è mutuato il titolo della raccolta, attende l’alba che lo porterà al supplizio. Nella notte si chiede: «Con quale ardore correvo dietro alla felicità, alle donne, alla libertà! Per che farne? Avevo voluto liberare la Spagna, […] avevo aderito al partito anarchico, avevo parlato in comizi: avevo preso tutto sul serio, come se fossi stato immortale. In quel momento ebbi l’impressione che tutta la mia vita mi fosse davanti e pensai: «È una sporca menzogna». Essa non valeva nulla dal momento che era finita. Mi chiedevo come avessi potuto andare in giro, scherzare con le ragazze: non avrei mosso neppure il dito mignolo se soltanto avessi potuto immaginare che sarei morto così. La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto quello che vi era dentro era incompiuto».
Se tutto deve finire, se nulla è destinato all’eternità, la vita è una menzogna per cui non vale la pena di impegnarsi. Se non c’è un orizzonte più vasto oltre la precarietà dell’ultima giornata che ci è data da vivere, non c’è motivo di combattere, non c’è ideale che davvero possa muovere il nostro agire. Un filosofo stoico potrebbe ribattere che c’è motivo di combattere, perché la nostra opera resterà dopo di noi, il nostro contributo di bene e di azione non morirà con noi, ma resterà per la realizzazione e la costruzione del Bene totale. Anche se l’anima individuale non sopravvive, sopravvive l’opera, che è come la nostra piccola, ma insostituibile tessera del grande mosaico del mondo. Potremmo replicare con Pirandello che attesta chiaramente che un conto è il singolo individuo e un altro l’umanità.
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