La ragione del cuore il blog di Giovanni Fighera
27 aprile 2017 su RADIO MARIA "IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE" PDF Stampa E-mail

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SU RADIO MARIA

IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE

giovedì 27 aprile ore 10:30

VIII PUNTATA

IL SECONDO TEMPO DELLA TENZONE TRA FARINATA DEGLI UBERTI E DANTE.

LA DIVISIONE DELLA PARTE PIU' BASSA DELL'INFERNO

IL SETTIMO CERCHIO: I VIOLENTI. PRIMO GIRONE: I VIOLENTI CONTRO IL PROSSIMO.

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I PROMESSI SPOSI 6. Inizia l'avventura di Renzo e Lucia PDF Stampa E-mail

altIl romanzo si apre con la figura di don Abbondio in primo piano, prete pavido che si è costruito un fortino per vivere tranquillo, senza problemi. Ma scopre che esistono imprevisti che demoliscono le tane in cui ci siamo nascosti.

 

La tradizione del romanzo moderno ha decisamente radici inglesi, spagnole e francesi. Se troviamo le prime testimonianze di questo genere nei testi picareschi del Cinquecento spagnolo, se il El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha (nei due volumi del 1605 e del 1615) di Miguel de Cervantes e Gargantua e Pantagruel (composto di cinque libri pubblicati tra il 1532 e il 1564) di Francois Rabelais sono emblema del consenso che il nuovo genere incontra e della sua diffusione, la stagione della grande diffusione del romanzo moderno è, senz’altro, il Settecento inglese.

In Italia, invece, patria del Classicismo che conosce nel XVIII secolo l’ondata del Neoclassicismo, incontriamo il primo romanzo soltanto nel 1802. Le ultime lettere di Jacopo Ortis sono il primo romanzo italiano, tra l’altro in forma epistolare, una raccolta di lettere inviate dal protagonista all’amico Lorenzo Alderani, che poi le raccoglierà e pubblicherà conferendole un’unità attraverso una cornice narrativa. L’Ortis, come si può comprendere, non potrà fungere da riferimento per il Manzoni nella composizione dei Promessi Sposi, né per quanto riguarda la strutturazione dell’opera né per l’aspetto linguistico. Lo scrittore lombardo si formerà leggendo romanzi gotici, d’avventura, sentimentali, storici del Settecento, provenienti prevalentemente dalla tradizione inglese e francese. Per quanto riguarda l’aspetto linguistico Manzoni potrebbe rifarsi all’uso linguistico, ai dizionari e ai testi letterari colti italiani. Come procede?

 

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AL CUORE DI LEOPARDI 9 - Il senso religioso di un canto notturno PDF Stampa E-mail

Immagine correlataIl «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia» è una delle migliori sintesi del pensiero di Leopardi sulle domande che animano il cuore dell’uomo. Qualche anno prima di comporre la poesia Leopardi ebbe l’occasione di leggere nel «Journal des savants» gli appunti di viaggio del Barone di Meyendorff nelle steppe dell’Asia centrale, in cui si descrivevano dei pastori che la sera intonavano nenie tristi alla luna. L’immagine dei pastori che si è impressa nell’animo del Recanatese, qualche anno dopo, nel 1830, viene utilizzata per rappresentare quel livello di coscienza dell’uomo che contraddistingue non già il colto e il letterato, bensì l’uomo in sé di ogni tempo e di ogni luogo.

Nasce, così, il «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia». Il canto ben si addice a comunicare la dimensione della poesia lirica, focalizzata sull’io del poeta e sulla sua dimensione interiore. L’orizzonte notturno, tanto amato dall’arte romantica, che fa da sfondo al testo, ci permette di porci immediatamente di fronte al cielo stellato, all’infinito, a quelle stelle che non potrebbero saziare, in nessun modo, l’indomito cuore dell’uomo, che sono, comunque, segno di quell’Infinito/Altro a cui l’animo umano anela. Il pastore è errante, in viaggio sempre, un viaggio monotono, e percepisce che un senso ci deve pur essere in questa vita e che Qualcuno lo conosce: è la Luna, rappresentata come figura pontefice, ovvero ponte tra la terra e il cielo, tra l’io che con la propria ragione può arrivare a riconoscere il Mistero e il Mistero stesso.

 

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IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 6 - Scapigliatura, il materialismo positivista non basta PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per la scapigliaturaQuando nel 1857 si tiene il processo contro Les fleur du mal di Baudelaire, dall’Italia giungono nella capitale francese alcuni giovani intellettuali, affascinati dallo scrittore d’Oltralpe.

Il poeta maledetto diviene un punto di riferimento per la nascita del movimento letterario italiano più europeo dell’epoca, più aperto alla trasgressione e alla ribellione: la Scapigliatura. L’atto di nascita è rappresentato dal romanzo La Scapigliatura e il 6 febbraio di Cletto Arrighi, pubblicato solo pochi anni dopo il processo nel 1861 dall’editore Sonzogno. Così viene dichiarata la nascita di una nuova classe sociale di individui «tra i venti e i trentacinque anni; pieni di ingegno quasi sempre; più avanzati del loro secolo; indipendenti come l’aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male; inquieti, travagliati, turbolenti – i quali – e per certe contraddizioni terribili tra la loro condizione e il loro stato, vale a dire tra ciò che hanno in testa, e ciò che hanno in tasca, e per una loro particolare maniera eccentrica e disordinata di vivere […] – meritano di essere classificati in una nuova e particolare suddivisione della grande famiglia civile».

La Scapigliatura si presenta come movimento di avanguardia, «vero pandimonio del secolo, personificazione della storditaggine e della follia, serbatojo del disordine, dello spirito d’indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti», che si sviluppa nel Nord Italia, a partire da Milano divenuta ormai la capitale economica ed editoriale, centro della borghesia e ben presto del giornalismo (“Il corriere della Sera” vi nascerà nel 1876).

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FOSCOLO. ASSOLUTO E ILLUSIONI 1/ Il perenne esilio e la nostalgia della fede perduta PDF Stampa E-mail

altLetterato italiano di maggior spicco del periodo napoleonico, Ugo Foscolo nasce nel 1778 a Zacinto, oggi Zante, una delle quattro isole dello Ionio, che all’epoca erano sotto il dominio della Repubblica veneziana. Quell’isola, che si specchia «nell’onde del greco mar», rimarrà sempre nel cuore e nella mente del poeta, che vagheggerà sempre la mitica classicità (Venere, Ulisse, le grazie, …), specchio di quella terra che è, al contempo, infanzia, affetto della madre («materna mia terra»), prima esperienza di vita.

Foscolo è figlio del medico veneziano Andrea Poli e della madre greca Diamantina Spathis. Il classicismo di Foscolo ha, perciò, una profonda connotazione autobiografica.
Nel 1785 con l’intera famiglia si trasferisce a Spalato ove studia nella scuola del seminario, ove manifesterà fin da subito la sua indole ribelle. A soli dieci anni, perde il padre e la famiglia si divide presso vari parenti. Solo nel 1792 Foscolo si ricongiunge con la madre a Venezia. Nel sonetto «In morte del padre» (1794) Foscolo ricorda la notte in cui vede il genitore morente «obbliato ogni terreno obbietto/ erger la fronte ed affisarsi in Dio». Con il suo sguardo il padre indica al figlio la direzione, la meta, il destino a cui noi tutti tendiamo. Da quel momento in poi il suo costante punto di riferimento sarà la madre Diamantina Spathis, fulgido esempio di costante fede. A lei chiederà spesso la benedizione in forma epistolare, sentendo la nostalgia di quella fede che aveva in gioventù.

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AL CUORE DI LEOPARDI 8 - L'uomo, creatura in perenne attesa PDF Stampa E-mail

altLeopardi ironizza sulla tendenza dell’uomo a pensare di aver vissuto bene e che si è stati felici nel passato o che si sarà felici nel  futuro, ma mai nel presente. L’uomo sembra spesso in uno stato di perenne attesa di quanto sarà o di assaporamento di quanto è stato. Il problema è, invece, poter verificare nel presente la felicità, poter dire oggi che sono felice. È tema centrale del Faust, come del «Dialogo tra Malambruno e Farfarello»: la riconquista dell’unico tempo davvero reale, ovvero il presente.  Anche il futuro è, infatti, oggetto solo della nostra speranza. La speranza, se non ha le sue radici in un presente verificabile, è una pianta destinata a non crescere e a morire in breve tempo. La questione sta proprio in questo già e non ancora, nei segnali del presente che rimandano a un «non ancora».

Nel «Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere» il venditore cerca di diffondere gli almanacchi con l’auspicio di un anno bello. Il passeggere con un’ironia sottile, che ne fa lo specchio di Leopardi, incalza allora il suo interlocutore con una serie di domande miranti a demistificare l’ottimismo irragionevole, cioè senza ragioni fondate, dell’altro. Il venditore si rende conto che lui, come tutti gli altri, vorrebbe un anno diverso da tutti quelli che ha vissuto fino a quel momento, migliore degli ultimi vent’anni che si ricorda, e che se dovesse tornare indietro per vivere la stessa vita che ha vissuto non vorrebbe. Vorrebbe rinascere, ma solo per vivere una vita diversa da quella che ha vissuto. Allora il passeggere fa riflettere il venditore sul fatto che noi diamo per scontato che la vita sia una cosa bella senza chiederci i motivi. Viviamo sempre aspettandoci dal futuro quello che pensiamo di non avere nel presente, in una situazione di perenne attesa, di sospensione, affidando al futuro quella felicità che noi dovremmo chiedere al presente. Quanti progetti, quante speranze, quante illusioni, quanti piani meditiamo sulla nostra vita, proiettati in un tempo ancora lontano! Quanti vivono per conseguire fama e gloria dai contemporanei, affidando il conseguimento della propria felicità al riconoscimento della propria grandezza o presunta tale! Quando le ottengono, si rendono conto dell’inanità del piacere conseguito. Come annota tristemente Pavese ne Il mestiere di vivere, dopo aver ricevuto a Roma il Premio Strega: «Tornato da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo, tutto crolla».

 

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"La piccola San Pietro tornata a splendere dopo il sisma" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per duomo di carpiUna grande festa, nel marzo scorso, ha celebrato la riapertura al culto del Duomo di Carpi, fortemente danneggiato dalle scosse del terremoto del maggio 2012. 

La storia della chiesa locale ha origine antiche, longobarde. Era, infatti, l’VIII secolo quando qui fu fondata la Sagra di Santa Maria, divenuta, in seguito, collegiata e, poi ancora, commenda della famiglia feudale dei Pio di Savoia. Proprio ad Alberto III Pio, a cavallo tra Quattro e Cinquecento, si deve la trasformazione urbanistica di Carpi e, in forme monumentali, di tutti i suoi edifici, tra cui la pieve di Santa Maria che, nel frattempo, era divenuta inadeguata alle necessità liturgiche della comunità.

E’ Vasari ad attribuire, nelle sue Vite, a Baldassarre Peruzzi, architetto classicheggiante formatosi a Roma all’ombra di Bramante e Raffaello, il progetto della nuova chiesa, che venne realizzata sulle ceneri di quella precedente, riutilizzando i materiali recuperati dalla sua demolizione. Al 1512 si può fare risalire l’avvio del cantiere, che negli anni a seguire ricevette due importanti legittimazioni dalle bolle papali di Giulio II e di Leone XIII, con cui si autorizzava la concentrazione, in questa chiesa, di beni patrimoniali provenienti da pievi rurali dei dintorni. Nel 1515 fu posta la prima pietra e i lavori procedettero seguendo il modello peruzziano sulla falsariga dello schema di San Pietro in Vaticano.

Il monumentale corpo della chiesa è longitudinale, a tre navate suddivise da poderosi pilastri, cappelle laterali, transetto e sagrestie ottagonali. Sul capocroce, nel 1768 venne innalzata un’ardita cupola dall’architetto Carlo Lugli che solo pochi anni più tardi dovette riabbassarla per cedimenti strutturali. La sua calotta fu decorata sul finire dell’Ottocento, in stile neorinascimentale, da Lelio Rossi e Fermo Forti che raffigurarono nei medaglioni gli antenati della Vergine e nella piccola lanterna la scena dell’Assunzione. Paliotti, dipinti e rilievi che impreziosiscono gli ambienti delle cappelle laterali, sono dovuti alla committenza delle famiglie nobili di Carpi, cui ne era stato ceduto il patronato, e documentano l’evoluzione dell’arte e dell’artigianato locale tra il 1500 e il 1600.

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Possiamo in questo istante non scegliere l'Inferno PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera il purgatorio ritorno al paradiso perdutoUna semplice storia

Vi racconto una semplice storia. Siamo in una scuola e i protagonisti sono studenti di quindici anni. Come capita ormai troppo spesso oggigiorno, alcuni di questi ragazzi si divertono a prendere in giro altri compagni della classe. Un giorno, però, esagerano e le vittime reagiscono e riferiscono tutto ai genitori. A questo punto ecco l’intervento nella classe da parte della scuola. Non prediche, non castighi, ma un semplice discorso che scommette sulla libertà dei ragazzi. Questo in sintesi e semplificato: “Ciascuno di voi ha una grande occasione, quella di chiedere scusa alla persona che ha offeso. Chieder scusa pubblicamente vale molto di più, permette di riconoscere di fronte a tutti il proprio errore e di domandare perdono. Questa è la differenza tra l’Inferno e il Purgatorio. Non è la gravità della colpa che differenzia le anime dell’Inferno dantesco dalle anime del Purgatorio, ma la disponibilità a chieder perdono e ad accettare la misericordia di Dio. Tutti noi sperimentiamo l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso già su questa terra. Un semplice “sì”, la sola parola “scusami”, un passo indietro, l’apertura del cuore ci permettono di uscire dalla condizione di tristezza dell’Inferno alla rinascita del Purgatorio. Basta un semplice gesto, è sufficiente riconoscere il proprio errore. Chi ha sbagliato chieda scusa e si sentirà rinascere già fin da subito”. A questo punto si alza il braccio di uno studente che chiede scusa ad un compagno riconoscendo con esattezza la propria colpa. A seguire un altro compagno e poi un altro e un altro ancora. Nel volto dei ragazzi che riconoscono la colpa si legge la letizia di chi riprende a vivere di vita nuova. Nel volto dell’offeso si vede la gioia di chi ha perdonato. La storia è davvero commovente, ma l’aspetto più sorprendente è questo: la storia è vera. Scommettere sulla libertà dell’altro è sempre la prima sfida. Puntare sul cuore e sulla coscienza dell’altro è l’unica chance che abbiamo di salvarlo dall’Inferno del carcere dell’individualismo che ciascuno si costruisce e in cui si rintana.

L’ansia di salvezza trova una risposta nell’infinita misericordia di Dio

La storia appena raccontata ricorda il passaggio nella Commedia dantesca dall’Inferno al Purgatorio.Dopo il viaggio nell’Inferno, il Regno senza Dio, Dante ritorna a rivedere le stelle, sul far dell’alba, di fronte al «dolce color d’orïental zaffiro» e ad uno spettacolare «tremolar de la marina». Ritornano la luce, il cielo stellato, la notte, dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità, il movimento e il cammino sostituiscono la staticità dell’Inferno. L’ansia di redenzione che si è manifestata anche solo per un istante in Terra trova una risposta nell’infinita misericordia divina.

         

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RILEGGIAMO I PROMESSI SPOSI 5 - L'arte nasce dallo stupore per la realtà PDF Stampa E-mail

altL'artista non inventa mai nulla. Questo sostiene Manzoni nel dialogo Dell’invenzione.  «Inventare» deriva, infatti, dal verbo latino «invenire» che vuol dire «trovare», «incontrare». L'artista è come se trovasse nel creato le impronte del Creatore. Esiste, quindi, sempre un rapporto molto stretto tra l'arte e la realtà. Anche Dante e Shakespeare la pensano allo stesso modo. Il Fiorentino apre il Paradiso così: «La gloria di colui che tutto move/ per l’universo penetra, e risplende/ in una parte più e meno altrove./ Nel ciel che più de la sua luce prende/ fu’ io, e vidi cose che ridire/ né sa né può chi di là sù discende». Ovvero la bellezza che c'è nel creato è la sorgente dell’opera d’arte, è la sorgente di ogni atto, di ogni iniziativa artistica.

Nella tragedia shakespeariana Amleto, alla fine del primo atto, il protagonista parla con il fantasma del padre che gli ingiunge di non rivelare niente a nessuno di quello che ha visto. Riferendo all’amico Orazio quanto accaduto, Amleto afferma con tono categorico: «Ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia, Orazio». La realtà è sempre più ricca di ogni immaginazione e, quindi, l'arte prenderà sempre spunto dallo stupore per la realtà, proprio come la filosofia e la stessa scienza. Nella rappresentazione dell’uomo la prima fonte da cui trarre ispirazione è, quindi, proprio l’osservazione dell’uomo reale.

In Manzoni la ricerca del «sacro vero», già così centrale nel carme «In morte di Carlo Imbonati», coinvolge nel tempo sempre più ogni ambito, culturale, letterario ed esistenziale. Così se dal punto di vista religioso si traduce tra il 1809 e il 1810 nella conversione al cattolicesimo, sotto il profilo letterario, invece, la ricerca del vero induce Manzoni prima all’adesione al Romanticismo e, poi, ad un sempre più ossessivo ed estenuante perseguimento della poetica del vero.

In questa prospettiva di rappresentazione veritiera della realtà storica Manzoni non rispetta nelle tragedie le tre unità aristoteliche di tempo, di spazio e di azione. Celebri sono le accuse che Monsieur Chauvet muove nei confronti della tragedia Il Conte di Carmagnola. L’autore lombardo gli risponde con la lettera sulle unità di tempo e di luogo nella tragedia, che può considerarsi un’efficace esposizione della poetica manzoniana.

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AL CUORE DI LEOPARDI 7 - Impossibile rifugiarsi nella felicità dei ricordi PDF Stampa E-mail

altPartendo dalla propria esperienza personale Leopardi sottolinea in tante pagine dello Zibaldone che il ricordo (chiamato, spesso, rimembranza) è legato alla teoria del piacere ovvero alla questione della felicità. Tutti noi abbiamo provato, assieme a Leopardi, che il ricordo di fatti lontani nel tempo, proprio perché perde i connotati precisi e viene sfumato nell’indeterminato, procura quella stessa sensazione di vago e di indefinito che è sorgente di piacere. Questo si verifica anche quando i  fatti ricordati sono dolorosi.

A titolo di esempio, si pensi al piccolo idillio «Alla luna», composto nel 1820, in cui il poeta, solitario, si rivolge alla Luna, sua confidente segreta e intima amica, ricordando l’anniversario di quando si recava sul colle, lo stesso dell’«Infinito», a rimirarla con gli occhi tristi e tumidi dal pianto. Un quadretto romantico ambientato in mezzo a una natura vitale con l’io del poeta che si confessa, racconta le proprie emozioni, la propria interiorità e sofferenza, un piccolo idillio, per l’appunto, in cui il dolore sembra essere la nota dominante sia del presente che del passato, dal momento che la condizione del poeta non è cambiata. Eppure, il poeta riconosce una sorta di compiacimento nel rammentare il dolore passato, perché è sempre dolce ricordare, soprattutto quando si è giovani  e l’arco della speranza (cioè il futuro che ci attende) è più lungo dell’arco della memoria (il passato, ciò che è già trascorso), almeno nella nostra attesa e immaginazione, dal momento che non ci è dato sapere il tempo che ci è donato da vivere. Così, infatti, si conclude la poesia: «Oh come grato occorre/ Nel tempo giovanil, quando ancor lungo/ La speme e breve ha la memoria il corso,/ Il rimembrar delle passate cose,/ Ancor che triste, e che l’affanno duri!». Quando si è giovani, spesso ci si lascia andare al compiacimento del dolore, all’assaporamento delle lacrime amare, ma soltanto perché ci aspettiamo che il futuro ci restituisca  quanto ci sembra che ci abbia strappato prima e ci lasciamo andare alle illusioni che ripongono una felicità e un compimento nostro nel futuro a venire. Quanto più, invece, i ricordi sono recenti e mantengono ancora i connotati precisi dell’accadimento reale tanto più non acquistano l’indeterminatezza che procura un senso di piacere.

 

 
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IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 5 - Il Mistero trasforma il carcere oscuro nel tempio divino PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per urlo munchSe il poeta è come un albatro che si può inabissare nel fango della terra, il mondo appare a Baudelaire talvolta come carcere abitato da ragni e altre volte come tempio meraviglioso in cui ogni elemento ha un’intima connessione con tutti gli altri. Due celebri poesie ci mostrano questa contradditorietà dell’uomo (la sua aspirazione all’assoluto e la fragilità che lo fa precipitare verso le tenebre) e della realtà (miracolo e carcere): Spleen e «Corrispondenze». Solo il Mistero rende il mondo affascinante e meraviglioso. Quando il mondo è deprivato del Mistero, la realtà ci appare come una prigione tetra da cui si desidera scappare. È una questione di sguardo e di attenzione ai particolari.

In Spleen l’anima geme, oppressa da un cielo che offusca ogni luce, più nero che la notte, pesante come un coperchio. La Speranza cerca di scappare, come un pipistrello che sbatte contro i muri. La pioggia disegna le sbarre di una prigione, mentre i ragni sembrano intessere le ragnatele nel nostro cervello. La Speranza è, infine, vinta e l’angoscia può trionfare issando la sua bandiera nera sul cranio del poeta. Un mondo senza luce, senza senso, assurdo e ormai svuotato di ogni ragione e speranza: è uno scenario che anticipa le rappresentazioni di tanti artisti e letterati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Il pittore Van Gogh (1853-1890), geniale innovatore artistico, tanto incompreso in vita quanto apprezzato e rivalutato in morte, usa l’immagine dell’uccellino in gabbia per rappresentare la propria condizione esistenziale. Pirandello (1867-1936), invece, scrive nella lettera alla sorella del 31 ottobre del 1886: «Noi siamo come i poveri  ragni, che per vivere han bisogno d’intessersi in un cantuccio la loro tela sottile, noi siamo come le povere lumache che per vivere han bisogno di portare a dosso il loro guscio fragile, o come i poveri molluschi che vogliono tutti la loro conchiglia in fondo al mare». Nel 1893, il pittore norvegese E. Munch (1863-1944) dipinge L’urlo, che è divenuto simbolo dell’angoscia esistenziale, della solitudine in cui si trova l’uomo e dell’incomunicabilità che contraddistingue i rapporti umani. Un volto scarnificato emette un grido che si propaga come un’onda fino a riempire tutta la scena senza per questo toccare e coinvolgere i personaggi rappresentati.

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Il Giornale. Non è peccato farsi domande sul Purgatorio PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera il purgatorio ritorno all'eden perduto

Quando a Dante venne in testa di scrivere la Divina Commedia? È vero che gli ultimi tredici canti del Paradiso sono andati perduti? E come descrivevano l'aldilà i grandi autori della letteratura greca e latina? E chi diavolo era veramente Beatrice? Lo sapevate che il capolavoro massimo del genio italico è stato tradotto in tutte le lingue del mondo? E Dante? Ha ragione il cantautore Venditti a chiedersi se «era un fallito, un servo di partito»? E com'è che parteggiava per l'imperatore, visto che era di parte guelfa? Giovanni Fighera risponde a tutto, tranquilli.

Rino Cammilleri

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VIDEO DI "PURGATORIO: RITORNO ALL'EDEN PERDUTO". CANTO XI PDF Stampa E-mail

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VIDEO DI

"IL PURGATORIO: RITORNO ALL'EDEN PERDUTO" DI GIOVANNI FIGHERA.

CANTO XI

LA BALZA DEI SUPERBI

CLICCA IL LINK PER VEDERE IL VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=cKYnNcsWKZA&index=4&list=PL7I5Z8xAJpYsWftUEqjyqI687bjJMbA9u

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ARCHIVIO STORICO - Il Purgatorio: ritorno all'Eden perduto PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per giovanni fighera tre giorni all'infernoIL LIBRO – Davvero il Purgatorio è un'invenzione medievale, come sosteneva Le Goff? Quali testi letterari prima di Dante descrissero il viaggio nel Purgatorio? Il secondo volume della trilogia di Giovanni Fighera dedicata alla Commedia dantesca risponde a queste e ad altre domande per inoltrarsi poi in questa cantica bellissima, purtroppo non sempre apprezzata quanto l'Inferno. Ritornano la luce, il cielo stellato, la notte a testimoniare che l'ansia di redenzione che si è manifestata nelle anime purganti anche solo per un istante in terra trova risposta nell'infinita misericordia divina. Dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità. Dante viator incontra i grandi amici già defunti, i poeti che gli sono stati maestri nell'arte della scrittura, attraversa le sette balze dei vizi capitali dovendo, infine, dire addio al maestro Virgilio e ritrovare Beatrice nel Paradiso terrestre. Nell'Eden perduto, però, le sorprese non sono finite. Il viaggio di Dante è la nostra stessa avventura della lotta quotidiana nel cammino verso la piena felicità.

  DAL TESTO – "L'impostazione morale che presiede il Purgatorio è mutuata dal sistema morale tomista, per cui l'amore può sbagliare per «malo obbietto» (amore per il male del prossimo), «per poco vigore» (insufficiente intensità dell'amore vero, Dio) o «per troppo vigore» (amore per i beni terreni oltre il giusto limite). Il vizio è il peccato riasserito e diventato abitudine, per cui la persona perde anche la consapevolezza della colpa per l'abitudine acquisita. Ciascun lettore può incorrere nei vizi capitali ed è bene che, come Dante, si purifichi finché è in vita. La lettura della seconda cantica è, dunque, l'avventura della lotta quotidiana dell'uomo contro il proprio male nell'affermazione dell'amore a Cristo.
  "Ogniqualvolta Dante supererà una balza, l'angelo che la custodisce gli cancellerà la lettera dalla fronte. Così accadrà finché il poeta non giungerà nel Paradiso terrestre, quell'Eden che si trova sulla sommità della montagna."

 

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