BEATRICE NEL CANTO I DEL PARADISO.

Assistiamo ad una trasformazione di Beatrice nel corso della Commedia, anche se potremmo dire che la santa viene osservata da Dante con occhi diversi: se sulla cima del Purgatorio, nell’Eden, lei appare come l’amata rivista dopo dieci anni, ora, trascorse solo alcune ore, ancora nel Paradiso terrestre, Beatrice si comporta come maestro, mentre alla fine del canto I del Paradiso si mostrerà filosofa e teologa, introducendo Dante nella profondità del mistero dell’essere.

Beatrice è maestro, perché spalanca il cuore di Dante, lo indirizza al desiderio dell’assoluto. Il vero maestro conduce al bene, non ferma il discepolo su se stesso in maniera idolatrica.

Questa è la differenza tra il maestro e l’idolo. Quanti idoli vengono creati nell’epoca contemporanea ad uso e consumo dei più giovani! Essi non indirizzano mai alla verità e alla bellezza, non si pongono come compagni nel cammino dell’esistenza, perché svelerebbero tutta la loro inconsistenza a darci la felicità, ma si presentano come risposta al desiderio di felicità dell’animo umano.

Stiamo, quindi, attenti alle figure di falsi maestri che incontriamo sulla strada. Molti si nascondono sotto parvenze di bontà e false promesse per irretire le nostre coscienze e impadronirsi dei nostri cuori. Il vero maestro non sprona i discepoli a soffermarsi su di lui, ma li indirizza al bene, al bello e al vero.

Due opere del Novecento possono aiutarci a comprendere meglio la figura del maestro: I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori e La cittadella di Antoine de Saint- Exupery.

Giovanni Testori rappresenta sei personaggi (gli attori che interpretano Renzo, don Rodrigo, Lucia, Agnese, Perpetua, Gertrude) che sono guidati da un maestro, che insegna loro a recitare la propria parte introducendoli al proprio mestiere, a quel compito che uno si assume nella vita, alla responsabilità nei confronti degli altri: una vera e propria missione. Il maestro insegna agli attori ad entrare in rapporto con la realtà, non li mortifica, ma lascia loro la libertà e li sprona a librarsi verso il cielo:

 

Io le ali non le spezzo! Le aiuto; a librarsi; come quelle dei falchi; o delle poiane; le rimpolpo; le ringagliardisco, io, le ali.

 

Nella conclusione il maestro si congeda dagli attori auspicando che siano ora loro a creare nuove compagnie e a diventare a loro volta maestri:

 

Cari, cari ragazzi! Così, ecco, così, come nelle scuole d’un tempo! Anzi, di tutti i tempi! […] Qui, su quel ramo; ma anche, altrove; lontano; ovunque; proprio, ovunque; ecco, ovunque, sull’immensità sterminata della terra, può nascere, sempre, qualcosa come un chiarore, una luce, un’alba […] Voi, superata questa lunghissima prova, trarrete dal vostro amore una nuova, grande famiglia. Come attori, non solo a voi, ma a tutti, cosa si può dire, congedandosi, il vostro vecchio maestro se non che, superata questa lunghissima prova, potete andar pel mondo, costruire altrettante compagnie, diventar, ecco, voi stessi maestri… Ve n’è bisogno. E voi, adesso, siete pronti. Se, poi, nella vita o qui, sulla scena incontrerete, com’è giusto, difficoltà, dolori, ansie, problemi, battete alla sua porta. Battete con volontà, con forza, con amore. Lei v’aprirà.

 

A chi sta alludendo il maestro? Alla porta di chi si deve battere? Chi aprirà? La speranza.

Parlando di questo testo teatrale, Testori si soffermerà sulla figura del maestro che «scopre che insegnare, oggi, è ritornato necessario». Il maestro

 

non è qualcuno che opprime con il suo sapere; è, più cristianamente, qualcuno che consegna a dei giovani la propria esperienza e intanto si arricchisce della loro giovinezza. Un transfert religioso. […] Cerca di recuperarli al senso del loro mestiere, cioè, trattandosi di attori, alla loro umanità. Cerca di farli tornare uomini in quella «parola» che è il loro mestiere.

 

Nella Cittadella Antoine de Saint Exupery scrive:

 

Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini. Ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito.

 

Il maestro sprona al «desiderio del mare aperto», non si sofferma sulla noia del particolare slegato dal desiderio di navigare. Se si togliesse la brama del navigare, per quale motivo si dovrebbe faticare a tagliare la legna per costruire la barca? Un’educazione basata sulla paura, sul timore o esclusivamente sulla prevenzione è destinata a fallire. Compito del maestro è quello di spronare al viaggio della vita, all’immersione nella realtà con un’ipotesi di senso e di interpretazione.

Chi è davvero uomo, continua il maestro, mantiene vivo il desiderio. Confessa loro:

 

Voi non vincerete perché cercate la perfezione. […] Voi proibite gli errori e per agire attendete di conoscere se la mossa che si vuol tentare è di un’efficacia chiaramente dimostrata […]. La torre, la roccaforte o l’impero crescono come l’albero. Esse sono manifestazioni della vita in quanto è necessario che ci sia l’uomo perché nascano. E l’uomo crede di calcolare. Crede che la ragione governi l’erezione delle sue pietre, quando invece la costruzione con quelle pietre è nata dapprima dal suo desiderio. La roccaforte è racchiusa in lui, nell’immagine che porta nel cuore, come l’albero è racchiuso nel seme. I suoi calcoli non fanno altro  che dare forma al suo desiderio e illustrarlo. Perché voi non spiegate l’albero se mettete in evidenza l’acqua che ha succhiato, i succhi minerali che ha assorbito e il sole che gli ha prestato la sua forza. […] Voi perderete la guerra perché non desiderate nulla.

 

Beatrice educa Dante a non rimanere in continuazione a guardarla negli occhi, perché un rapporto vero spalanca a qualcosa di più grande. Un’amicizia e un amore autentici aprono agli altri, non rinchiudono. Beatrice educa Dante a perseguire la meta. Non bisogna rimanere chiusi, concentrati solo sulla persona amata o sull’amico o sul maestro che abbiamo incontrato nella vita. Per questo motivo il poeta fiorentino ha fatto uscire di scena Virgilio senza troppi rimpianti e nostalgie. Una volta che il compito del maestro è stato adempiuto, Dante continua la strada con un nuovo maestro, Beatrice, che a sua volta più tardi si farà da parte. Non sarà lei ad accompagnare Dante alla visione di Dio.

Mentre guarda il Cielo, il poeta fa un’esperienza straordinaria, non descrivibile a parole:

Trasumanar significar per verba

non si porìa; però l’essemplo basti

a cui esperïenza grazia serba.

Il linguaggio si eleva, le parole esistenti non bastano a raccontare l’esperienza vissuta. Per questo il poeta crea nuovi termini, neologismi, che spesso rimangono hapax legomena, ovvero parole non utilizzate al di fuori della cantica, che non ricorrono in altri autori. La terza cantica ne è ripiena. Alcuni di questi termini verranno utilizzati altre volte nella storia della letteratura, anche se non entreranno nell’uso comune. Ne è esempio il verbo «transumanare», cioè «andare oltre la natura umana verso una condizione quasi divina». Se ne ricorderà lo scrittore Pier Paolo Pasolini quando scrive la raccolta in versi Trasumanar e organizzar (1971). Per quali ragioni Dante si sente oltre la condizione umana, in una dimensione quasi divina?  Perché non sente più il limite del corpo, della materia, della propria fragilità e del peccato. Non si sente, quindi, più legato alle catene terrene, ma, al contrario, proiettato verso il Cielo. Questa esperienza è unica, inesprimibile.

Il Paradiso è il luogo dell’ineffabile. Come le esperienze che viviamo in Terra sembrano spesso essere banalizzate quando sono tradotte in parole, così accade per le vicende che coinvolgono Dante, man mano che si avvicina a Dio.

Per esprimere l’indicibile il poeta non ricorre solo agli hapax legomena, ma anche ad esempi che siano comprensibili. L’escamotage di cui s’avvale Dante in questo caso è tipico dei trattati ed è noto come explanatio per argumenta exemplorum ovvero spiegazione attraverso l’uso di esempi che possono essere attinti dalla contemporaneità o dalla mitologia o ancora dalla letteratura più in generale.

In questo caso, Dante paragona la propria condizione a quella del pescatore della Beozia di nome Glauco. Ne parla Ovidio nel tredicesimo libro delle Metamorfosi. Sentitosi molto stanco, visto che molti pesciolini recuperavano le forze una volta che si nutrivano di erbe marine, anche Glauco decise di cibarsi di quelle, trasformandosi all’istante in divinità marina:

 

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,

qual si fé Glauco nel gustar de l’erba

che ‘l fé consorto in mar de li altri dèi.

 

In sintesi, Dante racconta che guardando Beatrice divenne dentro di sé simile al pescatore Glauco quando gustò l’erba che lo fece diventare compartecipe in mare della natura divina.

Dante auctor ci sta comunicando che già su questa Terra noi possiamo fare esperienza del Paradiso nell’esperienza della purificazione del peccato e del perdono.

Santa Caterina da Genova, autrice del Trattato sul Purgatorio, opera mistica sull’aldilà, racconta che la condizione che noi sperimentiamo sulla Terra anticipa già lo stato dell’anima dopo la morte.

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