Quali sono i contenuti di cui tratterà Dante nella terza cantica?

Nel latino della lettera a Cangrande della Scala sono così esposti:

gloria primi Motoris, qui Deus est, in omnibus partibus universi resplendet, sed ita ut in aliqua parte magis, et in aliqua minus.

 

Questo sarebbe stato l’inizio del Paradiso in latino se Dante avesse composto l’opera nella lingua classica.

Nella famosa tenzone poetica intercorsa tra il 1319 e il 1321 con Giovanni del Virgilio, che lo aveva accusato di voler conseguire l’alloro poetico con la Commedia scritta in volgare, Dante mostrò la padronanza del latino.

Il poeta fiorentino aveva, però, preferito il volgare per il desiderio di comunicare a tutti la verità, non per incompetenza linguistica. Così, aveva dato avvio alla terza cantica con i versi:

 

La gloria di colui che tutto move

per l’universo penetra, e risplende

in una parte più e meno altrove.

 

     La materia raccontata nella terza cantica è la gloria di Dio che muove tutta la realtà, così come è riasserito in modo circolare dall’ultimo verso del Paradiso: «Amor che move il sole e l’altre stelle». È Dio Colui da cui dipende tutto il Creato, è Lui che fa nascere ogni creatura e che le permette di crescere.

Il titolo integrale della Commedia, scopriamo dall’interessantissima lettera, è Incipit Comoedia Dantis Alagherii, Florentini natione, non more.

Questo è, in realtà, il titolo di una delle opere più grandi celebrate nella storia della letteratura. In traduzione italiana, il titolo suonerebbe così: Incomincia la commedia di Dante Alighieri, fiorentino per nascita, non per costume.

Si avverte da subito l’accesa vena polemica nei confronti dei concittadini, a cui Dante si sente accomunato solo per il luogo della nascita, non certo per indole e comportamento.

“Comedìa” (o “commedia” nel linguaggio odierno) allude al genere letterario del capolavoro, caratterizzato sia dall’inizio felice e dalla conclusione felice sia dalla commistione di linguaggi e di toni eterogenei.

Come mai l’opera dantesca è conosciuta come Divina commedia? L’aggettivo “divina” viene aggiunto più tardi da un’altra corona fiorentina, quel Giovanni Boccaccio che intende così distinguere la sua commedia “umana”, il Decameron, da quella ben più alta e celestiale dantesca, che oltre a rappresentare il Cielo dalla terra riesce a descrivere la terra sub specie aeternitatis, cioè dal punto di vista dell’eterno.

Perché Dante ha scritto la Commedia? Il Sommo poeta indica che il fine per cui ha composto l’opera è «removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis» ovvero «rimuovere gli uomini finché sono ancora in vita dalla condizione di infelicità e accompagnarli allo stato della beatitudine».

Il termine latino «miseria», nella sua duplice accezione, ben chiarisce la coincidenza tra la selva oscura del peccato e la condizione d’infelicità. Dante ha, quindi, a cuore ciascun uomo e la sua aspirazione alla salvezza.

Il poeta espone, infine, anche la forma del poema, diviso in tre cantiche, a loro volta strutturate in canti, costituiti, infine, da versi:

La forma concepita come modo del trattare è poetica, inventiva, descrittiva, digressiva, transuntiva e insieme definitiva, divisiva, probativa, reprobativa ed esemplificativa.

SIMBOLOGIE NUMERICHE E COLLOCAZIONE DEI SANTI NEI CANTI DEL PARADISO

La strutturazione delle cantiche è fondata sull’equilibrio e sull’armonia, infittita di significazioni numeriche e simboliche. Dante colloca personaggi e temi nei canti in modo tale che nulla sia casuale.

I cento canti sono divisi in tre cantiche, ciascuna di trentatré canti con l’eccezione dell’Inferno di trentaquattro canti, perché quello iniziale ha una funzione proemiale per l’intero poema.

Il poeta inventa, poi, una forma metrica nuova, la terzina, d’ora in poi denominata dantesca, costituita da tre versi endecasillabi a rima incatenata (ABABCBCDC…). L’ultimo verso del canto è, infine, isolato, non in terzina. Per questo il numero complessivo dei versi di un canto sarà sempre un multiplo di tre maggiorato di uno.

In questo modo il numero tre, richiamo alla Trinità, è presente nella macrostruttura e nella microstruttura del poema, ovvero sia nell’organizzazione generale dell’opera che nel canto singolo.

Il numero tre costituisce la base dell’intero mondo dell’aldilà: nove sono i cerchi dell’Inferno, nove le balze del Purgatorio (se alle sette corrispondenti ai vizi capitali sommiamo anche l’antipurgatorio e il Paradiso terrestre), nove i cieli in cui i santi si presentano a Dante).

Cosa vuole comunicare Dante attraverso questa fitta e costante presenza del numero tre ovunque? Dio è presente ovunque, è lui che muove l’intero universo, come recitano il verso iniziale («La gloria di colui che tutto move») e finale della terza cantica («Amor che move il sole e l’altre stelle»).

Simmetrie, equilibri, richiami numerici e simbolici non sono certo finiti qui. Ecco solo qualche altro esempio a dimostrare la sottile e intelligente strutturazione dell’architettura nella cattedrale dantesca.

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