La terra è scossa da un terremoto e sale una voce al Cielo che canta: «Gloria in excelsis Deo». Virgilio chiede ragioni del terremoto ad un’anima che li ha apostrofati con affabilità e gentilezza. Il Purgatorio, scopre Dante, è del tutto immune da agenti atmosferici e dai conseguenti terremoti che ne derivano (secondo la visione medioevale). Il sommovimento della Terra appena avvenuto è stato provocato dalla purificazione totale di un’anima che è pronta a salire in Paradiso.

L’anima, poi, si presenta riferendo notizie relative alla sua persona e alla sua vita sulla Terra. All’epoca della distruzione del tempio di Gerusalemme da parte di Tito, era poeta («il nome che più dura ed onora»), già molto famoso, ma non ancora convertito. Nativo di Tolosa, venne chiamato a Roma per le sue grandi capacità poetiche. Nella grande Urbs venne incoronato poeta. All’epoca di Dante è ancora conosciuto con il nome di Stazio, autore del grande poema epico della Tebaide (la storia dei sette contro Tebe) e dell’incompiuta Achilleide (il poema dedicato all’antico eroe greco). La passione per la poesia gli derivò dall’amore provato per l’Eneide che fu per lui come una madre e una nutrice. L’anima purificata arriva ad affermare che sarebbe disposto a rimanere un anno in più in Purgatorio pur di conoscere Virgilio. Stazio ha fornito tutti i tasselli per ricomporre il puzzle della sua figura storica. La sua presentazione graduale che permette il riconoscimento (agnitio o agnizione) richiama molto da vicino la descrizione che Virgilio diede di sé nel primo canto dell’Inferno quando incontrò Dante. Senz’altro l’estrema sintesi del ritratto e la grande raffinatezza dell’espressione rendono questa autopresentazione una delle più belle di tutta la Commedia. Poco importa se Dante sovrapponga alla memoria del poeta latino P. Papinio Stazio, nativo di Napoli, quella del contemporaneo retore L. Stazio Ursulo, proveniente da Tolosa. Poco importa, ancora, se il poeta fiorentino non ricordi un’altra opera di Stazio, ovvero le Silvae, a lui ignote, perché scoperte solo in età umanistica.

Ora assistiamo ad una piccola scena teatrale. L’affetto che l’anima purificata ha appena manifestato a Virgilio produce il sorriso repentino di Dante, che vorrebbe rivelare a Stazio l’identità della sua guida. Il maestro, però, lo frena «con viso che, tacendo, disseTaci». Solo quando Stazio provoca Dante chiedendo ragioni del suo sorriso, Virgilio, finalmente, lo libera dall’impaccio e lo sprona a parlare. Stazio scopre così di aver di fronte proprio quel Virgilio che lui ha sempre ammirato come maestro di vita e di poesia. Gli si getta ai piedi per abbracciarli, scordandosi dell’impalpabilità delle anime. Tra i due antichi poeti nasce ora un dialogo aperto ed estremamente umano. Virgilio chiede al discepolo come abbia potuto lui, così saggio, cadere nel vizio dell’avarizia. Stazio risponde che non vi è incorso, ma è rimasto nella quinta balza per cinquecento anni a causa della prodigalità (peccato contrario all’avarizia e punito nella stessa balza). Proprio grazie alla lettura del terzo libro dell’Eneide, laddove Virgilio racconta l’episodio di Polidoro (figlio minore di Priamo) ucciso dallo zio Polimestore, Stazio comprende il proprio errore e si pente. E ancora, più tardi, si converte grazie alla quarta egloga quando Virgilio esclama:

[…] Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenïe scende da ciel nova.

Incontrando i cristiani, l’autore della Tebaide vede che i loro comportamenti sono consonanti con quelli descritti dal poeta mantovano nell’egloga. I seguaci di Cristo si presentano come la nuova discendenza discesa dal Cielo, l’uomo nuovo profetato da Virgilio. Durante le persecuzioni dell’Imperatore Domiziano Stazio fu profondamente addolorato e cercò di aiutarli. In vita, però, per accidia non manifestò mai apertamente la sua conversione. Questo almeno è quanto ci racconta Dante nella sua finzione letteraria. Dal punto di vista storico non compare, invece, alcuna testimonianza che comprovi questa versione.

A Virgilio Stazio attesta tutta la sua gratitudine tanto da confessargli: «Per te poeta fui, per te cristiano». Virgilio è il vero maestro che indica la verità e la bellezza da seguire. Ha avuto la funzione del lampadoforo

[…] che va di notte,

che porta il lume dietro e sé non giova,

ma dopo sé fa le persone dotte.

Il maestro, colui che guida e che è autorevole, non rimanda mai a sé come risposta ai problemi della vita, ma comunica altro, indirizza al bene e conquista gli altri proprio perché non avvinghia a sé. Gli idoli, al contrario, mostrano se stessi come risposta al bisogno e alle domande dell’uomo, non sono compagnia nel cammino dell’esistenza. Se lo fossero, mostrerebbero tutta la loro inconsistenza.

L’omaggio che Dante rende a Virgilio in questo episodio è davvero grande. Del resto, si sta avvicinando il tempo del congedo dal sommo maestro. Per questo il poeta mantovano è salutato addirittura attraverso due riprese pressoché letterali delle sue opere. La prima è tratta dal terzo libro dell’Eneide («Per che non reggi tu, o sacra fame/ de l’oro, l’appetito de’ mortali?»), la seconda dalla quarta egloga («Secol si rinova;/ torna giustizia e primo tempo umano,/ e progenïe scende da ciel nova»).

Un’ultima considerazione è doverosa. Dall’incontro con Stazio del canto XXI si dispiega fino al canto XXVI una sezione dedicata alla poesia, dall’antichità fino all’età coeva e al Dolce Stil Novo. Non sarà un caso se, proprio nella cantica più terrena della Commedia, Dante decida di affrontare la sua principale passione: la poesia.

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