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Giovanni Fighera mi ha fatto venire in mente un’idea bislacca. I Promessi sposi bisognerebbe iniziare a leggerli dalla fine, cioè dal capitolo in cui Alessandro Manzoni rifugge l’happy end e spiega che «il sugo della storia» non è un retorico «e vissero felici e contenti» e nemmeno un generico richiamo a comportarsi con decoro onde fuggire i guai, quanto piuttosto leggere tutto in una prospettiva di fede, unico criterio per accettare ogni cosa, anche in male, in un’ottica di metànoia e redenzione.

Sano e duro realismo cristiano, insomma. Ed è interessante, come lo stesso Fighera racconta nel suo recente Il matrimonio di Renzo e Lucia. Invito alla lettura dei promessi sposi (Itaca, già al Meeting di Rimini), che nessuno conosca il finale del capolavoro manzoniano. «Sulla base della mia esperienza personale – scrive Fighera, che nella vita è insegnante – posso affermare che ancora nessuno studente sia riuscito a riferirmi con esattezza l’epilogo, quando mi accingo ad affrontare Manzoni al triennio con ragazzi che dovrebbero aver già letto I promessi sposi al biennio. Le risposte che più si sono avvicinate, per la verità, sono state queste: “Il romanzo prosegue per poco e Renzo e Lucia hanno dei figli”, oppure: “I due protagonisti non sono così contenti”. Tutto qui?».

Il nostro collaboratore e appassionato docente ha ragione: tutto qui? Se fosse solo questo, cioè la narrazione di una parabola ascetica, in cui le vicende dei protagonisti suggeriscono al lettore una conclusione “moralista” – è il rimprovero che rivolge Lucia a Renzo nelle ultime pagine – I promessi sposi perderebbero tutto il loro fascino. Che, invece, come nota giustamente Fighera, risiede nell’illustrare come anche il male possa essere redento attraverso la fede e il sacrificio personale. Basta così poco, basta accettare il fatto che «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!» (Lucia all’Innominato). Basta, insomma, convertirsi, come sottolinea a più riprese il nostro, scavando nei due episodi centrali del romanzo, quello della Monaca di Monza e dell’Innominato, appunto.

 

 

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