La misura breve della novella si presta alla rappresentazione di un caso particolare della vita e di un personaggio.

Il protagonista è, talvolta, oggetto di parossismo formale, per così dire crocefisso ad una forma, che è il punto di vista delle persone che gli stanno attorno al di fuori del quale lui non può vivere. Il suo destino è quello di accettare questa forma se vuole appartenere alla comunità ed esistere nel consorzio umano, anche se questo non significa vivere, cioè trovare il proprio spazio e la propria vera dimensione.

È il caso di Rosario Chiarchiaro, protagonista della novella La patente (1911), deformato in maniera caricaturale-grottesca come uno iettatore che si presenta davanti al giudice a chiedere la certificazione di quelle doti che tutti gli riconoscono e attribuiscono.

Il giudice D’Andrea non dormiva più la notte, rivolgeva gli occhi alle stelle e pensava. Lui, che di giorno doveva avere delle certezze, di notte si rendeva conto che l’unica base sicura da cui poteva partire era quella di sapere di non avere verità.

Pensava la notte per essere puntuale nelle sentenze, ma le sue riflessioni erano del tutto contrarie a quelle del giorno. E questo era un paradosso per uno come lui che doveva emettere sentenze e stabilire da che parte stesse la verità.

“Non era ancor vecchio; poteva avere appena quarant’anni; ma cose stranissime e quasi inverosimili, mostruosi intrecci di razze, misteriosi travagli di secoli bisognava immaginare per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di quel prodotto umano che si chiamava il giudice D’Andrea”.

Da alcune settimane meditava su un processo iniquo che coinvolgeva Rosario Chiarchiaro.

“Era veramente iniquo quel processo là: iniquo perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un pover’uomo tentava disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo. C’era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno.

Aveva voluto prendersela con due, lì in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e sissignori – la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l’iniquità di cui quel pover’uomo era vittima”.

Il giudice D’Andrea non poteva parlare con nessuno del caso Chiarchiaro, perché appena pronunciava quel nome subito gli veniva intimato di starsene zitto e l’interlocutore cercava una chiave da toccare o qualcosa d’altro, perché riteneva che anche solo quel nome portasse iella.

Tutti ormai facevano gli scongiuri quando Chiarchiaro passava, perché era, così almeno tutti lo ritenevano, uno iettatore.

La sua fama era universalmente conosciuta e tutti, ma proprio tutti, avrebbero potuto testimoniare al riguardo. Ebbene, un giorno, stanco dell’atteggiamento dell’intera cittadinanza che lo aveva crocefisso ad una forma, Chiarchiaro si era ribellato e aveva querelato i primi due cittadini che avevano fatto gli scongiuri al suo passaggio.

Per non dare spettacolo di fronte a tutto il paese il giudice D’Andrea decise di convocare Chiarchiaro al Ministero dell’Istruzione. Il pover’uomo gli si presentò dinanzi con

“una faccia da iettatore, ch’era una meraviglia a vedere. S’era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; si era insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d’osso, che gli davano l’aspetto d’un barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti”.

Chiarchiaro aveva deciso di assumere la forma che tutti i concittadini gli avevano attribuito, ma il giudice, sorpreso, lo redarguì e lo rimproverò per quella messa in scena. Allora, Chiarchiaro lo minacciò di mettere in atto le sue arti di iettatore per convincerlo.

Il giudice dimostrò di provare anche lui, nel suo intimo, la convinzione che era di tutta la cittadinanza. Chiarchiaro non solo ritirò la querela nei confronti dei due che lo avevano denigrato, ma pretese addirittura che gli venisse rilasciata la patente dello iettatore. Al giudice che gliene chiedeva ragione rispose:

 

Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato. Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov’ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie;

viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi. Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione del iettatore! Mi sono parato così, con questi occhiali, con quest’abito; mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la patente per entrare in campo!

D’ora innanzi sarebbe stato pagato perché non gettasse il malocchio contro gli altri, perché se ne andasse dalle botteghe, dalle fabbriche, perché la cittadinanza potesse rimanere sana. Tutti gli avrebbero pagato la tassa della salute.

Chi è nella realtà Rosaro Chiarchiaro? Nasconde l’identità di amici o di conoscenti di Pirandello? È lo stesso scrittore? Al caffè Aragno, famoso ritrovo artistico in via del Corso a Roma, attivo fino agli anni Sessanta, Pirandello era considerato l’«Innominabile», perché dagli intellettuali che lo frequentavano era considerato un portaiella.

Si credeva che il Rosario Chiarchiaro de La patente fosse da identificare con l’autore stesso. Qualcuno sosteneva addirittura che lo scrittore avesse contatti con gli spiriti dell’aldilà, corroborando la tesi con il dramma All’uscita. Lo racconta il regista Corrado Sofia, come è riportato nel saggio di Enzo Papa La vera storia delle ceneri di Pirandello.

In ogni caso, che siano autentici o no i riferimenti autobiografici, una volta ancora, il genio di Pirandello racconta una storia paradossale, incredibile, esagerata per descrivere la consuetudine di molti rapporti umani improntati non al desiderio di conoscersi davvero, ma a convenzioni, stereotipi, luoghi comuni, maldicenze.

Nelle relazioni l’uomo spesso parte dai pregiudizi dimenticandosi di incontrare l’altro. L’atteggiamento di stupore è, invece, proprio di un uomo che sia pienamente coinvolto nella vita. Lo stupore non ci fa fermare all’immagine immediata, ma ci sprona ad andare oltre l’apparenza, a cogliere per così dire l’oltranza, il significato, la ragione, la provenienza di ciò che vediamo e che accade.

Allora l’atto della conoscenza diventa un movimento e una tensione verso il mistero che si coglie nella realtà e che si desidera conoscere. Quando è guardata con stupore la realtà viene colta come segno e, in un certo modo, come via veritatis, strada per la verità. La realtà è simbolica, un’intima bellezza attraversa il mondo.

Il miracolo è questa sorpresa dell’evidenza del senso e del significato, che avviene in un momento, in maniera fugace. Solo lo sguardo attento e aperto può coglierlo.

L’istante dopo, quando la realtà può ritornare alla monotonia precedente e allo scialbore, è la memoria del miracolo percepito e riconosciuto a spalancare di nuovo il desiderio che riaccada quanto una volta si è già verificato.

Quando, però, lo stupore e la meraviglia lasciano il posto allo scetticismo, al cinismo e alla tristezza, allora può prendere il sopravvento nei rapporti umani una violenza che il più delle volte non è fisica, ma fatta di parole, di gesti, di sguardi. Tutte le volte che guardiamo chi incontriamo senza intravedere il mistero che è nascosto in lui e lo riduciamo ai nostri pensieri e al nostro giudizio compiamo una violenza inaudita come quella di tutta la popolazione nei confronti di Chiarchiaro.

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