Il Timone


IL TIMONE- Nessuno è più poeta di Elio Fiore PDF Stampa E-mail

altIl 15 maggio 1965 veniva presentata la prima raccolta di Elio Fiore (1935-2002) presso la Galleria d’arte «La Nuova Pesa» a Roma. Fiore avrebbe compiuto trent’anni due mesi più tardi. Alla presentazione partecipava uno dei più illustri poeti italiani del Novecento, Giuseppe Ungaretti, che per l’occasione scrisse: «Ho conosciuto Fiore molti anni fa. […] Uscivo dalla posta di San Silvestro, e un ragazzo, un ragazzino allora, mi si avvicinò per domandarmi timidamente se ero proprio io. E chi potevo essere? E così da quel giorno prese l’abitudine di venirmi a trovare a casa […]. In tutto quel tempo non seppi mai che scrivesse di poesie. […] Poi m’arrivò il libro che oggi si festeggia. Se poesia è bruciare di passione per la poesia, se è vocazione ansiosa, tormentosa a svelare nella parola l’inesprimibile, nessuno è più poeta di Fiore».

Non poteva essere celebrato in modo migliore il battesimo poetico di Elio Fiore proprio da un poeta che Fiore considerava come un maestro. Lo colpiva del grande poeta quel desiderio sincero di capire le ragioni e di andare nella profondità delle cose, di scoprire la realtà e la verità. Questa era, in definitiva, anche la cifra costitutiva del suo animo. In Ragioni d’una poesia Ungaretti aveva scritto: «Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c’è, e col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero, cosa umanamente insensata; ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero si opponga pur essendone la manifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell’uomo». Avendo colto la stoffa di Fiore, Ungaretti prese a cuore il desiderio del giovane di lavorare in un ambito culturale umanistico, si fece portavoce presso l’Enciclopedia Treccani, ma purtroppo Fiore aveva soltanto un diploma di perito industriale e così alle prime trovò un impiego con la qualifica di disegnatore tecnico all’Olivetti. Solo più tardi, Fiore lavorò come correttore di bozze, collaborò alla redazione di settimanali, ottenne incarichi nelle biblioteche, iniziò a collaborare con giornali come «L’Osservatore Romano» e la «Gazzetta di Parma». Sposatosi nel maggio del 1994 con Maria Beggiato, poté finalmente beneficiare tre anni più tardi di un vitalizio di trenta milioni di lire annue concesso dalla legge Bacchelli. Morì a Roma nella notte tra il 20 e il 21 agosto 2002.

A distanza di quattordici anni dalla morte la casa editrice Ares si è impegnata nell’impresa meritoria di salvare dall’oblio il poeta e la sua opera. In un corposo volume unico ha pubblicato L’opera poetica di Elio Fiore che comprende tutto l’intero corpus delle raccolte, tra cui spiccano Dialoghi per non morire, In purissimo azzurro, Myriam di Nazareth, Gli occhi dell’universo, Il cappotto di Montale.

            L’apertura della prima raccolta è Madre oggi ricorre una memoria dura in occasione del decimo anniversario di quell’«infausta data», quel 19 luglio 1943 in cui le bombe caddero su Roma e Elio Fiore e la madre finirono sotto i calcinacci. Il poeta ricorda il suo dialogo nel buio con la madre, le preghiere di lei: «Madre di Dio salva il figlio mio!». La preghiera si tramuta in grido rivolto a tutti: «Gente! Gente salvate/ Il figlio mio!». Quante madri hanno pregato per la salvezza dei figli, quante madri hanno passato le ore in preghiera per la loro conversione! In «Lucca» Ungaretti ricorda la madre in atteggiamento di preghiera: «A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre/ ci parlava di questi posti». Anche in «La madre» Ungaretti si immagina che lei lo stia aspettando in Paradiso e che stia pregando Dio di accoglierlo per l’eternità. La madre è la riserva della fede, è testimone della verità, è certezza di una presenza che mai può venir meno: così appare Diamantina Spathys a Ugo Foscolo, così si presenta Monica agli occhi del peccatore Agostino. Così a Fiore si mostra la madre: «Si manifesta in questi occhi/ La viva luce oggi, i tuoi dialoghi antichi,/ Le predizioni generose, la perseveranza d’amore».

           

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IL TIMONE- Purgatorio: cantica della libertà e della misericordia PDF Stampa E-mail

altCantica bellissima è quella del Purgatorio, purtroppo non sempre apprezzata quanto l’Inferno, il Regno senza Dio, dove campeggiano grandi personaggi solitari, presi da passioni totali e assolute, dominati dal male, senza desiderio di redenzione.

            Il Purgatorio è senz’altro la cantica più terrena, perché rispecchia meglio la nostra condizione di homo viator. Se noi in Terra sperimentiamo in alcuni casi la tristezza dell’Inferno quando rifiutiamo Dio e la felicità del Paradiso quando ci facciamo abbracciare dal suo amore misericordioso, viviamo in realtà sempre la situazione di chi è in cammino verso la propria vera patria. È la condizione del pellegrino, di cui si è dimenticato l’uomo contemporaneo, che vive la dimensione terrena come l’unica possibile, e che invece l’uomo medioevale viveva con maggiore coscienza.

Il paesaggio che appare a Dante fin da subito è spettacolare, descritto con versi di una dolcezza e soavità uniche: «Dolce color d’orïental zaffiro,/ che s’accoglieva nel sereno aspetto/ del mezzo, puro infino al primo giro». E ancora: «L’alba vinceva l’ora mattutina/ che fuggia innanzi, sì che di lontano/ conobbi il tremolar de la marina».

Sin dall’apertura del primo canto domina la dimensione marina nel magnifico proemio: «Per correr miglior acque alza le vele/ omai la navicella del mio ingegno,/ che lascia dietro a sé mar sì crudele». Il poeta sottolinea che il lettore affronterà argomenti meno dolorosi e tragici, perché ora si tratterà «di quel secondo regno/ dove l'umano spirito si purga/ e di salire al ciel diventa degno».

La bellezza del paesaggio risalta ancor più se confrontata con quell’«aura morta», cupa e dolorosa, che ha «contristati gli occhi e ‘l petto» del poeta per alcuni giorni. Il sorriso ricompare sullo sguardo di Dante, così come lo stesso cielo sembra «rider» per la presenza di Venere mattutina e «goder» della presenza di «quattro stelle/ non viste mai fuor ch’a la prima gente». Ritornano la luce, il cielo stellato, la notte a testimoniare che l’ansia di redenzione che si è manifestata nelle anime purganti anche solo per un istante in Terra trova una risposta nell’infinita misericordia divina.

 

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IL TIMONE-OSPITI IN CASA MANZONI PDF Stampa E-mail

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I LUOGHI DELLA VITA

Il restauro della casa di Manzoni a Milano in via Morone 1 è finalmente terminato. Sede del Centro Nazionale Studi Manzoniani e divenuta Museo nel 1965, l’abitazione ha riaperto i battenti il 6 ottobre. Se l’edificio è stato ristrutturato sulla base di un progetto elaborato dallo Studio De Lucchi, il Museo è stato allestito in forma nuova grazie al contributo del Consiglio Direttivo e del Comitato Consultivo di Casa Manzoni e sotto la supervisione del professor Fernando Mazzocca, professore straordinario di Storia dell'Arte all'università Statale di Milano, tra i massimi esperti in Italia di arte del Sette e Ottocento.

           La famiglia Manzoni non è originaria di Milano. Proveniente dalla Val Taleggio, si sposta in Valsassina nel sedicesimo secolo, dove è padrona di vasti possedimenti tra Barzio, Pasturo e Acquate. Pietro Manzoni, padre putativo di Alessandro, morendo nel 1807, lascia al figlio i suoi averi. Nel 1819 lo scrittore lombardo, che ormai si è trasferito a Milano nella casa di via Morone, vende le proprietà del lecchese, ma conserverà sempre nel cuore l’amore per quelle terre, come emerge dalla lettura de I promessi sposi.

Il piccolo Manzoni viene cresciuto per qualche anno da una balia, Caterina Panzeri, che abita alla cascina Costa di Galbiate; Alessandro vi ritornerà talvolta nelle vacanze durante gli anni del collegio.

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