Anche la seconda raccolta In purissimo azzurro (1986) è stata promossa da un illustre poeta, perché ne è prefatore Mario Luzi che definisce Fiore come «vibrante di fede nella verità e nei suoi testimoni, cioè i poeti». Luzi definisce le poesie di Fiore come «annunci, lamentazioni, terribili accuse, luminose ascese e discese della “profezia” che traversano il nostro tempo». I versi di Fiore trasudano della tragedia dell’epoca contemporanea, illuminata dalla luce della fede, come se tutto fosse visto con «il sorriso di una presenza nuova». Così lo spirito di pietà e di annunciazione di una salvezza rendono queste poesie del tutto inusitate nel panorama poetico del secondo Novecento. In mezzo alle guerre, alle violenze perpetrate dagli uomini contro gli altri uomini Fiore cammina con gli occhi del visionario, di chi ha visto e conosciuto la verità e ora si sente investito del compito di annunciarla a tutti. Lui, poeta, prende la parola per chi non ha più parola e non ha neanche la forza di farsi sentire, per una madre del Vietnam che ha «camminato su tutta la terra» e che grida a tutti noi: «La Chiesa cattolica mi ha fatto cristiana,/ tutti mi hanno ucciso,/ sconvolta la mia terra:/ sono una madre del Vietnam/ sola». La sua denuncia non ha più fiato, ma solo la forza del gesto e del soffio di voce: «Con i pugni chiusi ho sillabato/ le preghiere che mi hanno insegnato/ gli uomini che mi hanno ucciso i figli» (dalla poesia «La madre»). Quell’Occidente che ha evangelizzato il mondo è divenuto foriero di morte.

            Dai versi per la madre a quelli per la madre vietnamita, dallo sguardo rivolto a tutte le madri del mondo a quello indirizzato alla Madre di tutte le madri: Maria o Myriam di Nazareth. I versi incipitari che aprono la raccolta Myriam di Nazareth sono tratti da una bellissima poesia che Leopardi dedica alla Vergine: «È vero che siamo tutti malvagi,/ ma non ne godiamo, siamo tanto infelici./ È vero che questa vita e questi mali son brevi/ e nulli,/ ma noi pure siam piccoli e ci riescono/ lunghissimi e insopportabili./ Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà/ di tante miserie». La lunga teoria di poeti che hanno composto lo Stabat Mater si arricchisce dei versi che Fiore compone in versione moderna. La Madre di Dio sta con le altre madri sofferenti a Bagdad urlando il suo dolore «per i corpi/ Straziati e crocefissi per sempre»

            Nel poemetto Il cappotto di Montale ogni poesia è introdotta da un verso del maestro. Nella prima, che apre la raccolta, Fiore omaggia tutti quei maestri che ha sempre cercato: «Ungaretti, Montale, Sbarbaro,/ Bertolucci, Sibilla e Luzi». Vuole lasciare il suo testamento spirituale per chi muove i primi passi nel mondo della poesia: «Che dirti,/ poeta che muovi i primi passi? Vivi intensamente,/ stai lontano dai letterati infidi, ama i versi/ dei poeti che hanno pagato con il sangue/ la salita suprema, dopo la selva oscura e il principio/ dell’anima smarrita. Sii fedele alla musica segreta,/ alla chiamata del Creato, ai segni invisibili,/ e drizza l’occhio alla visione improvvisa,/ alla chiamata. Nella notte dell’anima, sentirai/ l’umiltà di Iddio, la parola semplice, ispirata». Con sorpresa, nella stessa raccolta, ai giovani poeti Fiore svela il suo segreto per andare avanti: «Giovane poeta, per consolarti/ ti rivelo un mio segreto, la forza/ per andare avanti quando sono disperato. In una scatola di madreperla, conservo/ un fazzoletto che racchiude pochi capelli/ bianchi di mia madre e mi sembra un sogno,/ nel sogno della vita, ascoltare la sua voce».

            La voce della madre proviene da lontano, discende dal Padre nostro, dal Creatore di tutte le cose. Per questo suggerisce al figlio che «la vita è un dono» (poesia Padre nostro che sei nei cieli). (pubblicato su IL TIMONE di luglio 2016)

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