Sulle antologie scolastiche la poesia «X agosto» è divenuta emblematica della posizione religiosa di Pascoli. Questa visione è, però, una riduzione e una banalizzazione della complessa opera del poeta, che non è solo testimone della domanda del cuore dell’uomo, ma anche della risposta che nella realtà e nella storia si è rivelata. Il mistero è entrato nella storia, si è fatto uomo attraverso il «sì» di Maria e l’incarnazione, permane nella storia (nella Chiesa, nei sacramenti, etc.). Basti pensare a componimenti come «Viatico» «Angelus» o a sezioni come «La buona novella» (appartenente alla raccolta I poemi conviviali).

Nell’«Angelus», poesia appartenente alla raccolta Primi e nuovi poemetti, la preghiera si fa invocazione che il lavoro umano, la fatica e la sofferenza non siano inutilmente spesi, che nel quotidiano si riveli ancora quel Mistero che da piccolo seme è cresciuto in pianta, da grumo di cellule è divenuto uomo, da un sì di una donna si è tradotto in un’umanità cambiata. Scrive Pascoli: «– Tu che nascesti Dio dal piccolo Ave,/ dalla sorrisa paroletta alata/ (disse la voce tremolando grave):/ tu che nell’aia bianca e soleggiata/ eri e non eri, seme che vi avesse/ sperso il villano dalla corba alzata;/ ma poi l’uomo ti vide e ti soppresse,/ t’uccise l’uomo, o piccoletto grano;/ tu facesti la spiga e poi la mèsse/ e poi la vita: fa’ che non in vano/ nei duri solchi quella gente in riga/ semini il pane suo quotidiano».

Nella poesia «Il viatico» (appartenente ai Canti di Castelvecchio) Pascoli descrive un piccolo quadretto di campagna, una scena di vita di paese, animata dal suono delle campane a martello che chiamano la gente a pregare per un vecchio che sta morendo. Una processione avanza verso la sua casa, i bimbi cantano, il prete gli sta portando l’Eucarestia: «Là, suonano a doppio. Si sente,/  qua presso, uno struscio di gente,/  e suona suona un campanello/ sul dolce mezzodì.// Si sente una lauda che sale/  tra il fremito delle cicale/ per il sentiero, ove il fringuello/  cauto via via zittì.//  E passa un branchetto… Son quelli./ Son poveri bimbi in capelli,/ poi donne salmeggianti in coro:/  O vivo pan del ciel!…//  È un vecchio che parte; e il paese/ gli porta qualcosa che chiese,/ cantando sotto il cielo d’oro:/ O vivo pan del ciel!…».

L’unica richiesta di questo vecchio è Cristo, presente nell’ostia. In quel breve attimo che lo separa dall’eternità ignota egli vuole essere accompagnato da Gesù. Non c’è nulla che si possa mettere da parte, che si possa portar via con sé nell’eternità. Negli ultimi istanti il vecchio «ancor cerca, ancor pensa/  al niente, al niente che gli occorre,/  a un piccolo perché,// nel piccolo passo, ch’è un volo/  di mosca, ch’è un attimo solo….».

Pascoli vede nella situazione di quell’uomo la condizione di ciascuno di noi. Il desiderio che Gesù sia vicino e compagno nell’ora del trapasso è anche il suo. La compagnia dei credenti si presenta, così, nel suo compito di testimoniarci Gesù, di annunciarcelo e di «portarcelo» anche e soprattutto in punto di morte. Cristo è la rocca incrollabile, che non delude. Così il poeta esprime la sua speranza: «Quel giorno anche per me, campane,/ sonate pur così,/ /quel canto, in quell’ora, s’inalzi,/ portatemi, o piccoli scalzi,/ portatelo anche a me quel pane,/ sul vostro mezzodì».

Nei Poemi conviviali compare una sezione intitolata La buona novella in cui si racconta dell’attesa del Messia e della sua nascita. Due sono le parti: In Oriente e In Occidente. Nella prima sono presentati dei pastori che richiamano il pastore errante dell’Asia di leopardiana memoria. L’aggettivo «erranti» è chiara allusione al grande idillio, così come il paragone tra i pastori e gli astri da una parte e il gregge dall’altra è di nuovo un deliberato richiamo alla riflessione del Recanatese.

Leggiamo: «Ognun guardava ai cieli, come stanco,/ stanco nel cuore; ognuno avea vicino/ il dolce uguale ruminar del branco./ Sostava sino all’alba del mattino/ il cuor del gregge, sazio di mentastri;/ ma il cuore de’ pastori era in cammino/ sempre; ch’erano erranti come gli astri,/ essi». I pastori sono in perenne attesa di una risposta dal Cielo, stanchi di aspettare con la loro domanda sempre lì, ineludibile, mentre il gregge si accontenta di pascersi. Come le stelle, anche i pastori non cessano mai di viaggiare. Il loro canto è «sommesso», come quello dei pastori Kirghisi di cui Leopardi sente parlare nell’articolo scritto dal Barone Von Meyendorff pubblicato sul Journal des Savants da lui poi riportato in una pagina dello Zibaldone del 1826.

Uno dei pastori di nome Math canta: «O Dio, noi siamo come questa greggia/ che va e va, nè posso dir che arrivi,/ nemmen se giunga al pozzo della reggia!». Un altro pastore tesse l’elogio del gregge, inconsapevole della morte e senza la domanda di infinito nel cuore: «Ma tu, pago il cuore,/ stai ruminando sotto le rugiade./ O greggia, solo chi non sa, non muore!/ Tu non odi l’abisso che rimbomba/ presso il tuo dente, e strappi lieta il fiore/ del loto eterno ai sassi della tomba—». Il gregge non percepisce la vertigine, l’abisso sotto i suoi piedi, vive dell’istante ignaro del destino che lo attende.

Allora accade un fatto. Un canto invade i cieli e annuncia: «pace/ sopra la terra!». Un angelo annuncia: «Gioia con voi! Scese/ Dio sulla terra». Ecco la buona novella, il Vangelo: Dio si è fatto uomo! Ecco che il cuore dei pastori, fino ad allora in attesa che il Mistero si rivelasse, sobbalza rivolto alla notizia portata dall’angelo. I pastori si mettono in moto verso Betlemme ove un angelo mostra la capanna dove è nato il Messia.

Scrive Pascoli: «E d’un figlio dell’uomo era, ma era/ quale d’agnello. Esso giacea nel fieno/ del presepe, e sua madre, una straniera,/ sopra la paglia». Entrando nella capanna Math dice alla Madonna che i pastori stanno cercando colui che vive, colui che non muore. Risponde Maria: «Il figlio mio/ morrà […]/ in una croce… — Dio… —». È la stessa croce che abbiamo trovato nel «X agosto», che permette di guardare diversamente  la nostra croce, la nostra sofferenza. Allora tutto l’universo si rivolge a quel bambino come a colui che è l’atteso da sempre. Che distanza, però, da quel Cielo immobile e lontano del «X agosto»!

Nella sezione In Occidente viene presentata la Roma immortale, centro del mondo, conquistatrice degli altri popoli, che dorme. Sembra di avvertire un contrasto tra quei semplici pastori che attendono da un lato, perché non sono sazi di quanto hanno, e il gregge che si accontenta di nutrirsi e Roma che dorme soddisfatta e pasciuta delle sue conquiste e della sua grandezza dall’altro. «Roma dormiva, ebbra di sangue. […] Roma dormiva. Uno vegliava, un Geta/gladiatore. Egli era nuovo, appena/ giunto: il suo piede, bianco era di creta». Quest’uomo è solo, lì, ferito, di fronte alla luna ad attendere. Finalmente giunge dalla Giudea un angelo «bianco nella notte azzurra» ad annunciare la pace sulla Terra. Ecco la conclusione: «Vegliava, il Geta… Entrò l’angelo: pace!/ disse. E nella infinita urbe de’ forti/ sol quegli intese. E chiuse gli occhi in pace./ Sol esso udì; ma lo ridisse ai morti,/ e i morti ai morti, e le tombe alle tombe/ e non sapeano i sette colli assorti,/ ciò che voi sapevate, o catacombe». Il gladiatore può finalmente morire in pace, ora che la buona novella si è fatta carne. (pubblicato su La Nuova Bussola quotidiana del 3-9-2017)

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