Carducci ha, però, disdegnato la fede considerandola come retaggio vetusto e superstizioso. I nuovi idoli che lui ha accolto, quelli del progresso, della scienza e del culto della classicità, non riescono, in alcun modo, a rispondere all’umano e universale desiderio di salvezza e di eternità. Carducci scrive all’amico G. Chiarini: «Io aveva avviticchiate intorno a quel bambino tutte le mie gioie, tutte le mie speranze, tutto il mio avvenire». Per questo la vita gli appare ora inutile e senza senso. Vediamo l’esito poetico finale di «Pianto antico»: «L’albero a cui tendevi/ La pargoletta mano,/ Il verde melograno/ Da’ bei vermigli fior// Nel muto orto solingo/ Rinverdì tutto or ora,/ E giugno lo ristora/ Di luce e di calor.// Tu fior de la mia pianta/ Percossa e inaridita,/ Tu de l’inutil vita/ Estremo unico fior,// Sei ne la terra fredda,/ Sei ne la terra negra;/ Né il sol piú ti rallegra/ Né ti risveglia amor».

Il lamento funebre per i bambini morti in fasce o nell’infanzia aveva ispirato già tanti poeti. Nel sesto libro dell’Eneide Virgilio presenta la catabasi ovvero la discesa agli Inferi di Enea. Dopo che la Sibilla ha addormentato il guardiano Cerbero con una focaccia soporifera, Enea accede ad un luogo dove sono collocati i «morti prima del tempo»: «Si sentono subito voci e un immenso vagito: anime/ di bambini che piangono sul limitare, ignari/ della dolcezza di vivere e che, strappati al capezzolo,/ un giorno nero ha rapito e sepolto in un lutto precoce».

Quale nostalgia, quale malinconia accompagna la narrazione virgiliana! Inconsolabile è la sofferenza per una cultura che non conosce il perdono, la misericordia e la redenzione! Chi potrà restituire gli anni della gioventù perduti e i propri cari strappati dalla nera morte? La frase «un giorno nero ha rapito e sepolto in un lutto precoce» è la traduzione del latino «atra dies […] et funere mersit acerbo».

Proprio questo verso è lo spunto per l’omonima poesia carducciana, appartenente sempre alle Rime nuove. Carducci si rivolge al fratello Dante, morto nel 1857 in circostanze sospette, chiedendogli di accogliere suo figlio appena defunto. Un sonetto dai toni aulici e classicheggianti, ispirato proprio ai toni dell’Ade pagano e antico, richiama l’amato paesaggio toscano e gli altri cari defunti (il fratello e il padre): «O tu che dormi là su la fiorita/ Collina tosca, e ti sta il padre a canto;/ Non hai tra l’erbe del sepolcro udita/  Pur ora una gentil voce di pianto?// È il fanciulletto mio, che a la romita/ Tua porta batte: ei che nel grande e santo/ Nome te rinnovava, anch’ei la vita/ Fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.// Ahi no! giocava per le pinte aiole,/ E arriso pur di vision leggiadre/ L’ombra l’avvolse, ed a le fredde e sole//  Vostre rive lo spinse. Oh, giú ne l’adre/ Sedi accoglilo tu, ché al dolce sole/ Ei volge il capo ed a chiamar la madre».

Innegabili sono, ancora una volta, l’icasticità delle immagini carducciane, la capacità di commuovere il lettore, la carica affettiva, la precisa scelta di un linguaggio classicheggiante che rende il lettore partecipe di un mondo antico e pagano. Che cosa rende grande questi versi? L’universalità dei temi affrontati: il dolore per la morte di un caro, il bisogno umano di amore e di affetto. Che cosa strugge il lettore? La disperazione, ovvero la mancanza totale di speranza, che si tramuta in tragedia. Senza Cristo, senza promessa di salvezza, si ritorna al paganesimo. (La Nuova bussola quotidiana del 7-5-2017)

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