I malavoglia (1881) e Mastro don Gesualdo (1889) appartengono ad un progetto più ampio che nelle intenzioni di Verga doveva essere intitolato all’inizio La marea, ma che viene poi modificato nel Ciclo dei vinti. L’autore ne parla nella prefazione che scrive al romanzo I malavoglia, datata 11 gennaio 1881. Veniamo a sapere dalla lettura di quella pagina che il ciclo avrebbe dovuto contenere anche La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso. Il ciclo di romanzi, ad imitazione dei cicli creati in Francia da grandi romanzieri dell’Ottocento, presenta tutti personaggi che sono stati sconfitti dal progresso, che è come una marea che salendo fa annegare quanti rimangono nell’acqua. Non a caso il titolo originario del percorso doveva essere La marea. Scrive Verga che tutti «sono altrettanti vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati, ciascuno colle stimate del suo peccato, che avrebbero dovuto essere lo sfolgorare della sua virtù. Ciascuno, dal più umile al più elevato, ha avuta la sua parte nella lotta per l’esistenza, pel benessere, per l’ambizione — dall’umile pescatore al nuovo arricchito — alla intrusa nelle alte classi — all’uomo dall’ingegno e dalle volontà robuste, il quale si sente la forza di dominare gli altri uomini; di prendersi da sé quella parte di considerazione pubblica che il pregiudizio sociale gli nega per la sua nascita illegale; di fare la legge, lui nato fuori della legge — all’artista che crede di seguire il suo ideale seguendo un’altra forma dell’ambizione».

Verga presenta qui il disegno complessivo del progresso che sembra maestoso nel suo insieme: «Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell’insieme, da lontano». Se contempliamo il risultato che si sta realizzando, si dimenticano le bassezze, i vizi, le avidità, le sofferenze, i sacrifici dei singoli. Nello sguardo di insieme dove si esalta il progresso si dimenticano le sconfitte delle persone che hanno, come inconsapevolmente, offerto la loro vita per un compito umanitario più grande: «Nella luce gloriosa che l’accompagna dileguansi le irrequietudini, le avidità, l’egoismo, tutte le passioni, tutti i vizi che si trasformano in virtù, tutte le debolezze che aiutano l’immane lavoro, tutte le contraddizioni, dal cui attrito sviluppasi la luce della verità. Il risultato umanitario copre quanto c’è di meschino negli interessi particolari che lo producono; li giustifica quasi come mezzi necessari a stimolare l’attività dell’individuo cooperante inconscio a beneficio di tutti».

Queste considerazioni richiamano alla nostra mente quanto scrive Leopardi qualche decennio prima. In un notissimo passo dello Zibaldone del 22 aprile 1826 Leopardi ci rappresenta un giardino bello e perfetto nel suo insieme, se visto da lontano e dall’esterno, ma, in realtà,  in stato di souffrance universale, perché i singoli elementi di quel luogo soffrono e, quindi, la serenità dell’insieme è solo illusoria. Scrive: «Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate nel patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. […] Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì,  possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima,  e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale». Per Leopardi la questione dell’esistenza non si può risolvere e affrontare in uno sguardo sociale e collettivo, ma bisogna partire dall’esperienza del singolo: è l’unico modo per non essere estranei a noi stessi, per non sentirsi immedesimati nella massa informe e senza nome.

Torniamo ora a Verga. Lo scrittore siciliano vede ciascun singolo individuo come vittima inconsapevole dell’incessante e fatale progresso, pedina di un gioco che non è condotto senz’altro dall’uomo, ma che appartiene in un certo senso alla storia o, forse è meglio dire, ad un progresso insito nell’umanità. La visione è fortemente fatalista, deterministica e materialista. Non vi è un destino buono che ci attende, non vi è neppure un Padre buono da cui tutto scaturisce e proviene. Siamo tutti collocati in un mare che ci attrae che si innalza proprio come la marea e che, in un momento inaspettato, ci sommerge. Siamo meccanismi di un sistema più grande, convinti di godere della libertà, mossi da desideri e ideali che sono, in realtà, immessi in noi dalla natura per contribuire al progresso generale. Qual è la molla dell’agire umano per Verga? È senz’altro la ragione economica, meglio riconoscibile nelle classi sociali più basse, laddove compaiono solo l’istinto di sopravvivenza e la volontà di sbarcare il lunario. Quanto più lo sguardo di osservazione si rivolge a contemplare classi sociali più elevate tanto più le ragioni economiche si complicano e si intravedono vanità, desiderio di potere, di lusso e tanti altri vizi o presunti ideali. Proprio per questo Verga parte nella sua analisi dalle classi sociali più basse, dove è possibile osservare la ragione economica in un modo più puro e chiaro. «Nei Malavoglia non è ancora che la lotta pei bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze, e si incarnerà in un tipo borghese, Mastro-don Gesualdo, incorniciato nel quadro ancora ristretto di una piccola città di provincia, ma del quale i colori cominceranno ad essere più vivaci, e il disegno a farsi più ampio e variato. Poi diventerà vanità aristocratica nella Duchessa de Leyra; e ambizione nell’Onorevole Scipioni, per arrivare all’Uomo di lusso, il quale riunisce tutte coteste bramosìe, tutte coteste vanità, tutte coteste ambizioni, per comprenderle e soffrirne, se le sente nel sangue, e ne è consunto». (La nuova bussola quotidiana del 25-6-2017)

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