altQuello che l’uomo può cogliere con la sua intelligenza riguardo a quanto Dio ha operato e opera nel creato è solo un pallido riflesso di quanto è effettivamente, come scrive san Paolo quando afferma che ora «noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia».

Dante nell’ultimo canto del Paradiso racconta di vedere sotto una prospettiva divina e di sorprendere come tutto è comprensibile solo in Dio. Dopo la preghiera alla Vergine pronunciata da san Bernardo, Dante ha la grazia di vedere Dio. Con queste parole descrive la prima parte della visione: «Nel suo profondo vidi che s’interna,/ legato con amore in un volume,/ ciò che per l’universo si squaderna:/ sustanze e accidenti e lor costume/ quasi conflati insieme, per tal modo/ che ciò ch’i’ dico è un semplice lume./ La forma universal di questo nodo/ credo ch’i’ vidi, perché più di largo,/ dicendo questo, mi sento ch’i’ godo». Ovvero «nell’abisso del Dio-luce vidi annidarsi compattato, rilegato dall’amore divino in un unico libro, quel che appare insomma nel disordine di fascicoli scollati, forme sostanziali, accidentali e i modi delle loro congiunzioni, quasi compressi e amalgamati insieme, per tal modo che dir così non fornisce che un pallido barlume del vero. Il principio di questa amalgama sono certo di aver visto, perché nel dirlo sento la mia felicità dilatarsi» (V. Sermonti). In questi versi Dante ci testimonia che in Dio trova un’unità tutto quello che nell’universo è, invece, separato, incomprensibile, senza legame e senso, come i fogli sparpagliati di un quaderno. Dante percepisce che Dio/carità sa legare assieme gli esseri. Non a caso Gesù Cristo, che è Dio, ammonì gli Apostoli di essere una sola cosa, perché da questo tutti avrebbero saputo che erano suoi discepoli. Non c’è nulla che può tenere assieme le persone se non Cristo, non c’è nulla che può attirare a sé quanto Dio. Tutto, infatti, tende a Lui, come Beatrice ha spiegato a Dante alla fine del primo canto del Paradiso.

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