Con lo stupore di tutti e ancor più di noi lettori, Beatrice precorre Dante nella risposta, quasi impaurita che lui possa incorrere in qualche errore. In realtà, lei vuole togliere all’amico l’imbarazzo di dover rispondere che «in tutta la chiesa militante non c’è un povero figlio che abbia più speranza di lui». Per questo gli è stato concesso di intraprendere il viaggio ultraterreno prima della morte.

Beatrice lascia che sia Dante a rispondere alle altre due domande che non possono indurlo alla vanteria. Così, come discepolo che sia posto di fronte ad argomenti che ben conosce, Dante inizia l’esame affermando che «Spene […] è uno attender certo/ de la gloria futura, il qual produce/ grazia divina e precedente merto» cioè «la speranza è confidente aspettativa della gloria futura, prodotta dalla grazia divina e dai meriti accumulati». Questa speranza, prosegue Dante, gli proviene da molte fonti, prima fra tutte da quel re Davide che cantò la speranza nei salmi biblici laddove scrive: «Sperino in te […] coloro che sanno il nome tuo», poi anche da san Giacomo che con la sua lettera gli ha istillato grande speranza (oggi, in verità, questa lettera viene per lo più attribuita a san Giacomo il Minore).

Allora l’apostolo insiste chiedendo che cosa prometta la speranza. Ecco prontamente la risposta: «Le nove e le scritture antiche/ pongono lo segno, ed esso lo mi addita,/ de l’anime che Dio s’ha fatte amiche./ Dice Isaia che ciascuna vestita/ ne la sua terra fia di doppia vesta,/ e la sua terra è questa dolce vita». Cioè, in parafrasi, «Nuovo e Antico Testamento fissano l’obbiettivo di quanti Dio abbia accolto nella sua amicizia (cioè di ogni buon cristiano). Dice il profeta Isaia che le anime elette nella loro patria saranno rivestite di anima e di corpo; e questa patria è il Paradiso eterno». La promessa è, quindi, la vita eterna e la resurrezione della carne, per cui chi crede vivrà dopo il Giudizio universale in anima e corpo una felicità senza fine.

Le risposte di Dante sono profondamente in linea con l’insegnamento delle Sacre scritture. La speranza è, infatti, virtù teologale che si fonda sulla fede. Scrive san Paolo: «Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, attraverso la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Cristo» (Lettera ai Romani). Da questa speranza scaturiscono la sicurezza e la baldanza del credente, come ancora san Paolo attesta: «Forti di tale speranza siamo ripieni di sicurezza» (Lettera ai Corinti). La speranza non è, quindi, un augurio, un’illusione o una chimera, ma è una certezza sul futuro fondata sull’assaporamento già nel presente di un centuplo e sulla credibilità dei testimoni incontrati.

            Dante ha, quindi, superato il secondo esame sulla speranza e a riprova sente il salmo biblico in latino Sperent in te. Oramai al poeta rimarrà un’ultima prova da superare: quella sulla carità, dinanzi al discepolo prediletto di Gesù: san Giovanni evangelista. (La Nuova Bussola quotidiana del 13-9-2015)

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