Il poeta, come sempre accade, seleziona solo alcuni aspetti della vita del santo. L’anima di san Benedetto, apparendo più luminosa delle altre, solleva nella mente di Dante un dubbio che spontaneamente dissolve dichiarando la sua identità: «Quel monte a cui Cassino è ne la costa/ fu frequentato già in su la cima/ da la gente ingannata e mal disposta;/ e quel son io che sù vi portai prima/ lo nome di colui che ‘n terra addusse/ la verità che tanto ci soblima;/ e tanta grazia sopra me relusse,/ ch’io ritrassi le ville circunstanti/ da l’empio cólto che ‘l mondo sedusse». Il breve e sintetico racconto della propria vita è stilato a partire dalla biografia di san Gregorio Magno. San Benedetto narra che il monte Cairo, alle cui falde si trovava Cassino, era abitato un tempo da gente pagana fin quando lui per grazia vi portò il vangelo di Cristo che distolse la popolazione dal falso culto che la seduceva. L’anima riconosce che quanto ha compiuto non è frutto del suo merito, ma della grazia divina, e che, nel contempo, il fine dell’azione umana non è la propria gloria, ma quella di Dio. Particolarmente interessante è anche la concezione comunitaria della vita trasmessa dal santo, tanto che dopo queste poche parole egli si premura di indicare i suoi compagni di cammino: «Questi altri fuochi tutti contemplanti/ uomini fuoro, accesi di quel caldo/ che fa nascere i fiori e ‘ frutti santi./ Qui è Maccario, qui è Romoaldo,/ qui son li frati miei che dentro ai chiostri/ fermar li piedi e tennero il cor saldo». Le anime di questo cielo sono contemplative, mosse dalla carità che fa nascere la meditazione (i fiori) e le buone azioni (i frutti santi). San Benedetto ricorda in ordine san Macario, anacoreta orientale dei primi secoli, san Romualdo degli Onesti (951 ca- 1027), fondatore dei benedettini camaldolesi, la cui biografia è stata raccontata da san Pier Damiani nella Vita di san Romualdo (1042), e, infine, i monaci benedettini che hanno osservato con rigore la regola.

Alle parole di san Benedetto la fiducia di Dante aumenta così tanto che il poeta ha il coraggio di manifestare tutto il suo desiderio di poterlo vedere in volto. Il santo però gli anticipa che questo desiderio e quelli di tutte le altre anime si adempiranno solo nell’Empireo che è la vera sede dei beati, verso cui si inarca la scala d’oro costituita dalle anime contemplative che Dante ha dinanzi agli occhi, paragonata ora alla scala che Giacobbe sognò tutta gremita di angeli, che è simbolo del monachesimo. Ora, però, continua san Benedetto, nessuno più si allontana da terra per salire la scala verso il cielo, la regola non è più seguita, le abbazie sono diventate spelonche di ladri. I monasteri sono divenuti luoghi di corruzione e di depravazione, ben distanti da san Pietro che «cominciò sanz’oro e sanz’argento», da san Benedetto che visse «con orazione e con digiuno» ed da san Francesco che fondò «umilmente il suo convento».

Anche san Tommaso aveva denunciato la corruzione del proprio ordine (domenicani), san Bonaventura l’allontanamento dei francescani dall’esempio del proprio fondatore. Continua san Benedetto: «Se guardi ‘l principio di ciascuno/ poscia riguardi là dov’è trascorso, tu vederai del bianco fatto bruno». Bisogna ritornare all’origine, al momento in cui tutto è nato per riscoprire il fascino iniziale da cui l’impeto caritatevole è nato.

Le anime allora si stringono l’una vicina all’altra e si rivolgono verso il cielo. Dante, su invito di Beatrice, guarda verso il basso per mirare tutto il cammino fino a quel momento percorso e vede la terra, «l’aiuola che ci fa tanto feroci». Quella Terra per i cui beni noi tanto ci affanniamo gli appare così piccola che Dante sorride «del suo vil sembiante».

Il Fiorentino è sempre più vicino alla visione di Dio, ma dovrà prima superare tre prove di esame sulla fede, sulla speranza e sulla carità. Altrimenti, non potrà più procedere nel suo viaggio. (La nuova bussola quotidiana del 30-8-2015)

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