L’aquila, formata dalle anime, chiarisce che nessuno che non abbia creduto in Cristo venturo o venuto salirà al Paradiso, anche se è pur vero che molti che gridano «Signore, Signore!» saranno meno vicini a Lui di tanti che non l’hanno conosciuto. Anche i re della cristianità in carica nel 1300 non operano secondo giustizia: Alberto d’Asburgo, Filippo IV il Bello, Ferdinando IV di Castiglia, Carlo II d’Angiò, Federico II d’Aragona, re di Sicilia, e poi ancora i re di Scozia, di Inghilterra, di Portogallo, di Norvegia, di Serbia.

Nell’occhio dell’aquila sono collocate le anime più degne: Davide (re giusto, salmista, capostipite della progenie da cui nasce Maria), Traiano (imperatore romano che consola «la vedovella […] del figlio»), Ezechia (re di Giuda), Costantino (imperatore che trasferisce la sede dell’impero da Roma a Bisanzio), Guglielmo II d’Altavilla denominato il Buono (cugino di Federico II), Rifeo (eroe troiano). Dante si sorprende nel sentir nominare due anime pagane nel Cielo di Giove, laddove l’aquila aveva appena dichiarato che nessuno che non creda in Cristo possa salire in Paradiso. Dante non comprende come Traiano e Rifeo possano essere in Cielo. L’aquila spiega: «Regnum caelorum violenza pate/ da caldo amore e da viva speranza,/ che vince la divina volontate: non a guisa che l’omo a l’om sobranza,/ ma vince lei perché vuole essere vinta,/ e, vinta, vince con la sua beninanza». In parafrasi: «Il regno dei Cieli accetta di subire violenza dall’ardore di carità e dalla viva speranza: la violenza ha la meglio sulla volontà di Dio, ma non come un uomo che mette sotto un altro, ma perché la volontà di Dio si compiace di essere vinta e, dandosi per vinta, vince con la sua benevolenza». In pratica, l’amore e la preghiera dei credenti possono ottenere la salvezza e la conversione dei non credenti. Nella vicenda di Traiano Dante si rifà alla Sancti G. M. vita scritta da Giovanni Diacono: ivi si racconta che Gregorio Magno pregò per la resurrezione di Traiano e perché, una volta tornato in vita, si volgesse al bene. Non ci addentriamo qui sull’ammissibilità in via di dottrina della storia raccontata da Giovanni Diacono: per chi fosse interessato rimandiamo a quanto scrive san Tommaso nella Summa Theologiae (libro III, capitolo LXXI, 5). Basterà qui sottolineare da un lato la capacità che la preghiera ha di piegare la volontà di Dio e dall’altro il fatto che la ragione umana non riesce a comprendere la profondità del mistero divino, come Dante aveva già ricordato nel Purgatorio: «Matto è chi spera che nostra ragione possa trascorrere l’infinita via che tiene una sustanza in tre persone».

Per quanto riguarda Rifeo, eroe troiano, mai citato nei testi teologici, basterà ricordare che nell’Eneide viene definito il più giusto dei Troiani e ossequiente alla legge. Per questa ragione l’aquila racconta che Dio per grazia gli svelò la nostra redenzione futura, cosicché Rifeo disprezzò «il puzzo […] del paganesmo» e fu tenuto a battesimo da fede, speranza e carità, mille anni prima che fosse istituito il sacramento del battesimo. Perché proprio Rifeo e non altri? L’aquila ci mette in guardia dal tentare di comprendere e giudicare tutto: «E voi, mortali, tenetevi stretti/ a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,/ non conosciamo ancor tutti li eletti». Ovvero: «Voi uomini, tenetevi lontani dal giudicare, perché anche noi che vediamo Dio, non conosciamo ancora tutte le anime salve». Di nuovo un ammonimento a confidare nella misericordia di Dio e nella potenza della preghiera, ma a diffidare di una ragione umana che pretenda di addentrarsi e di comprendere l’infinito mistero di Dio. (La Nuova Bussola quotidiana)

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