Il concetto di figura ben rappresenta la nuova mentalità cristiana che pervade la cultura medioevale.

 

L’interpretazione figurale stabilisce fra due fatti o persone  un nesso in cui uno di essi non significa soltanto se stesso, ma significa anche altro, mentre l’altro comprende o adempie il primo. I due poli della figura sono separati nel tempo, ma si trovano entrambi nel tempo, come fatti o figure reali; essi sono contenuti entrambi […] nella corrente che è la vita storica.

Con queste parole il grande filologo tedesco Erich Auerbach (1892–1957) descrive il concetto di interpretazione figurale. Gli eventi dell’Antico Testamento sono, così, anticipazione, profezia, prefigurazione del Nuovo Testamento: l’antica Pasqua ebraica, che ricorda la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù di Egitto, prefigura la Pasqua cristiana che celebra la Resurrezione di Gesù Cristo e la conseguente liberazione dell’uomo dalla schiavitù della morte e del peccato.

Questo tipo di lettura si applica non solo al rapporto tra l’Antico e il Nuovo Testamento, ma si estende anche a personaggi vissuti nell’età cristiana.

Così S. Francesco viene da Dante delineato come figura Christi, figura di Cristo, rappresentazione luminosa di Cristo in Terra. Siamo nel canto XI del Paradiso. Dante così lo presenta:

Non era ancor molto lontan da l’orto,

ch’el cominciò a far sentir la terra

de la sua gran virtù alcun conforto:

ché per tal donna, giovinetto, in guerra

del padre corse, a cui, come a la morte,

la porta del piacer nessun diserra;

e dinanzi a la sua spirital corte

et coram patre le si fece unito;

poscia di dì in dì l’amo più forte.

Questa, privata del primo marito,

millecent’anni e più dispetta e scura

fino a costui si stette sanza invito.

 

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