Sono le pagine più sconosciute di tutto il capolavoro manzoniano, quelle che gli studenti quando si affacciano all’ultimo anno di Liceo, convinti di conoscere già Manzoni e di aver già letto il romanzo, mai ricordano. Quando mi capita di chiedere loro come si concluda il più noto romanzo della letteratura italiana, mi sento rispondere: “Con il matrimonio di Renzo e Lucia”. Il nostro autore, cattolico e realista, non ha voluto scrivere una favola a lieto fine, come potrebbe a taluni sembrare. Le antologie scolastiche sono, spesso, ricche di tante pagine critiche che indagano sull’oscuro senso del romanzo, sulla provvidenza, sulla conversione dell’autore e non lasciano alcuno spazio a quella conclusione del romanzo che leverebbe molti dubbi e perfino pregiudizi sul testo manzoniano.

Una volta sposati, Renzo e Lucia si trasferiscono in un paese della bergamasca in cui è cresciuta l’attesa per l’arrivo della coppia e soprattutto di quella Lucia su cui si è fatto un gran parlare. I più si aspettano una principessa, bella e dalle buone maniere. Alla vista di questa popolana, niente affatto bella, iniziano a malignare finché le voci non sono riportate a Renzo. Questi ha conservato l’accesa indole del passato e si adira a tal punto che potrebbe perfino arrivare a sbudellare i suoi nemici.

Finalmente, si trasferisce con Lucia in un altro paese dove ha acquistato un filatoio assieme al cugino Bartolo. Anche qui, però, non mancano i fastidi. La vita dell’uomo non è mai immune da problemi. L’uomo aspira sempre ad una condizione diversa dalla propria, alla ricerca di una perfezione che sembra ben lungi dall’arrivare. Manzoni descrive tale condizione esistenziale con l’immagine emblematica del vecchio infermo, che si lamenta sempre del suo letto mentre considera quello altrui più comodo. Quando finalmente riesce a cambiare giaciglio, si accorge che la nuova sistemazione è peggiore della precedente perché nel letto vi sono “lische e bernoccoli”. “Per questo […] si dovrebbe pensare più a far bene che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio”.

La storia dei due sposi continua senza gli “imbrogli” accaduti nella prima parte del romanzo, ma abbastanza monotona tanto che il narratore decide di non raccontarcela. Sappiamo, però, che ad un anno dal matrimonio nasce una bimba, Maria, cui seguono altri figli. Renzo e Lucia si pongono di fronte a quanto accaduto in maniera diversa. Lui, un tempo ragazzaccio irruento e impulsivo, ora cambiato a suo modo di vedere, si vanta per quanto ha imparato. Fa il moralista. Pensa di essere diventato un bravo ragazzo perché non si mette più nei pasticci. Cesbron in E’ mezzanotte Dottor Scwheitzer metterà in guardia dal pericolo di un simile atteggiamento: “Tutto l’orgoglio dell’uomo consiste nel voler essere perfetti e non voler essere santi”. Lucia non concorda con una simile impostazione. Le sembra che l’esperienza da loro vissuta non sia definibile da una morale siffatta. Educati nel rapporto maturo con Agnese e Fra Cristoforo a forgiare i giudizi partendo dall’esperienza, Renzo e Lucia discutono tra loro e giungono ad una conclusione così semplice ma profonda che, sebbene partorita da due giovani popolani, viene posta da Manzoni come “sugo di tutta la storia”: “I guai vengono bensì spesso perché ci si è dato cagione; ma […] la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e […] quando vengono, o per colpa o senza la colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore”. Sono qui espressi l’esperienza del “centuplo quaggiù” e la possibilità di offrire anche le croci e le sofferenze per la salvezza del mondo. (pubblicato su ClanDestino)

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