Molto distante da quella contemporanea, la storiografia antica latina è improntata ad un elevato tono retorico, si avvale di una vivace drammaticità e teatralità, si impronta ad un rigido moralismo che giudica e confronta le azioni a partire dal mos maiorum, spesso si muove alla ricerca del passato lontano della storia di Roma con un gusto archeologico di confronto del presente con il passato.

Così anche le opere monografiche di Sallustio, che per carattere intrinseco perlustrano un solo argomento, si spalancano all’universale storia romana ricercando le ragioni delle origini.

Così anche il De Catilinae coniuratione si apre con un lungo proemio in cui lo storico giustifica i motivi che lo hanno spinto a scrivere di storia e per i quali abbia scelto proprio un determinato fatto. I precedenti illustri a cui Sallustio si rifà sono le opere greche, in primis quella di Erodoto (V secolo a. C.). Celeberrimo è il capitolo introduttivo in cui Sallustio distingue gli uomini dalle bestie che sono dedite al ventre e prone. Perché possano lasciare un segno nella vita e non trascorrerla nel silenzio devono impegnarsi al massimo.

Ha più vigore la forza del corpo o la virtù dell’anima? Quale delle due ha maggior efficacia sul campo di battaglia? L’una privata dell’altra non può nulla: insieme, virtù e forza si avvalorano ancor più. Se l’uomo è accomunato alle bestie dal corpo, nel contempo è, però, associato agli dei per l’animo. Chi voglia conseguire una fama duratura deve, quindi, raggiungerla non attraverso bellezza e ricchezze, effimere e passeggere, ma grazie alla gloria della virtù.

Il dualismo tra anima e corpo prosegue nel terzo capitolo laddove Sallustio distingue il ben fare dal ben dire per lo Stato. In entrambi i modi si può conseguire notorietà e ben meritare nei confronti della collettività. Nella prima parte del capitolo terzo leggiamo:

Sed in magna copia rerum aliud alii natura iter ostendit. Pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere, multi laudantur. Ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et actorem rerum, tamen in primis arduum videtur res gestas scribere: primum, quod facta dictis exaequanda sunt; dehinc, quia plerique, quae delicta reprehenderis, malevolentia et invidia dicta putant, ubi de magna virtute atque gloria bonorum memores, quae sibi quisque facilia factu putat, aequo animo accipit, supra ea veluti ficta pro falsis ducit.

In traduzione italiana: Ma in così grande quantità di opere, la natura mostra ad ognuno un diverso cammino. È bello giovare allo Stato; anche non è disdicevole il bene esprimersi, è lecito acquistare fama in pace o in guerra; molti hanno ottenuto gloria operando, molti narrando le imprese altrui. Quanto a me, sebbene non pari gloria segua chi scrive e chi compie le imprese, tuttavia mi sembra oltremodo arduo scrivere storie: primo perché bisogna equiparare le parole ai fatti, secondo perché, nel riprovare i delitti, i più riterranno le tue parole dettate da malevolenza, e nel narrare il grande valore e la gloria dei buoni, ognuno accoglie di buon animo ciò che crede di poter agevolmente operare, ma ciò che è al di sopra lo crede falso come parto di fantasia.

Non sfuggiranno nel testo latino la sapiente costruzione e la forza espressiva che si avvale di poliptoti, di figure etimologiche, di allitterazioni. I due campi semantici dominanti sono quello del fare e del dire, contrapposti in frequenti parallelismi.

Sallustio afferma di essersi dedicato alla letteratura, una volta congedatosi dall’attività politica durante la quale aveva militato nella fazione cesariana: ora con la storiografia riflette sulla crisi inevitabile della società romana. Tanto compiere grandi gesta quanto raccontarle bene è meritevole di fronte allo Stato. Talvolta il ricordo delle imprese del passato è ancora più difficoltoso e rischioso. L’attività letteraria si configura, del resto, come la sola ancora a lui possibile, una volta che è stato estromesso dal palcoscenico.

Lo storiografo afferma di aver scelto un tema straordinario, perché il pericolo corso dalla Res publica in quel frangente è stato unico. Per la stessa ragione Sallustio inserisce una digressione sulla decadenza romana (capitoli 6-13) per rintracciare le cause politiche e sociali che hanno condotto alla congiura. Tramontata l’epoca in cui l’onestà trionfava sulla corruzione, non rimane forse null’altro se non vivere la decadenza di cui Catilina è specchio. Racconta lo storico:

Si era introdotta in pari misura l’inclinazione a turpi amori, la consuetudine del bordello e di tutti i piaceri del genere: uomini dediti alla prostituzione, donne spudoratamente in mostra, terre e mari esplorati in cerca di vivande rare; si dormiva prima di aver sonno, non si aspettava la fame, la sete, il freddo e la stanchezza per soddisfarli. I giovani avvezzi a questo tenore di vita, quando le sostanze erano sfumate, si davano ad azioni criminose; l’animo ormai depravato non sapeva rinunciare ai piaceri e non arretrava davanti a qualsiasi mezzo pur di procurarsi denaro da sperperare (capitolo 13).

Colpisce l’attualità dell’analisi antropologica sallustiana. Quale differenza esiste tra raggiungere un obiettivo con merito, sacrificio e fatica gustando con gioia la difficile conquista piuttosto che poter usufruire di beni dati come scontati! L’ozio è il padre dei vizi, recita il proverbio. Non certo l’otium inteso come riflessione filosofica, esistenziale e letteraria, bensì il vuoto delle giornate dedite solo ai piaceri e al dolce far niente senza la percezione delle necessità e delle urgenze della vita.

Catilina è figlio di questo ozio, della smodata ambizione, della presunzione che un certo tenore di vita ci sia dovuto. Solo alla fine della vita Catilina sembra recuperare una positività nel coraggio e nell’energia profusa fino all’ultimo respiro nella battaglia di Pistoia del 62 a. C. quando l’esercito della Res publica sbaraglia le truppe dei congiurati.

È una pagina epica quella descritta nel capitolo LX: il capo non si risparmia, anzi, vedendo ormai la sorte volgere al peggio, si scaglia tra i nemici tra cui trova la morte. Catilina è stato rappresentato come un grande fin dall’inizio, anche se le ombre nascondevano le luci, la debolezza morale e la corruzione oscuravano le potenzialità dell’uomo. Ora, invece, nell’ultimo capitolo prevale la grandezza dinanzi al pericolo e alla morte.

Il senso di tristezza che traspare dalle ultime righe dell’opera è profondo:

Molti, poi, che erano usciti dall’accampamento per visitare il campo di battaglia o per far bottino, rivolgendo i cadaveri dei soldati ritrovavano chi un amico, chi un ospite o un parente; vi furono anche alcuni che riconoscevano i loro nemici personali. Così in vario modo per tutto l’esercito si mescolavano letizia e tristezza, lutto e gioia.

La battaglia di Pistoia è segno delle guerre intestine che già avevano segnato la prima metà del I secolo a. C. e che segneranno i decenni futuri negli scontri tra Cesare e Pompeo, tra Ottaviano e Marco Antonio. Non è che l’inizio della guerra per il potere che contrassegnerà tanta storia imperiale di Roma.

(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 28-10-2018)

Commenta questo Articolo