Non tutti i personaggi entrano nella memoria storica per azioni benefiche nei confronti dell’umanità. Ve ne sono alcuni che rimangono impressi per gesta particolarmente delittuose e che entrano così nel novero dei carnefici o dei criminali, non certo degni di essere definiti eroi. Dotati di grandi qualità anche se sono state asservite al male, passati alla storia nonostante non siano saliti sul carro del vincitore, questi personaggi destano sempre un grande interesse e fascino nella mente dei lettori e degli storici. La storia è scritta, di solito, dai vincitori: di loro è molto probabile che si parli bene o che comunque si parli, non altrettanto si può pensare per i vinti.

Catilina è uno di questi grandi eroi. Nato nel 108 a. C., appartenente alla ricca e nobile famiglia dei Sergi, si era probabilmente impoverito per la sua condotta dissipata. Si era già macchiato di azioni delittuose in gioventù, nell’epoca sillana, più tardi aveva addirittura commesso omicidi pur di far carriera, era arrivato ad avere una relazione con una figlia illegittima.

Aveva intrapreso il cursus honorum fino alla pretura nel 68 a. C. e alla propretura nel 66 a. C. Alle sue ambizioni mancava il raggiungimento del consolato. Per questo provò a candidarsi per il 65 a. C., ma ne rimase escluso. Perché? Forse per accuse di concussioni risalenti alla propretura in Africa o forse per aver presentato tardi la candidatura. Progettò allora un colpo di Stato per il gennaio del 65 a. C. con l’appoggio di una parte della nobiltà. Non riuscì, però, a concretarlo. Nel 64 a. C. si candidò al consolato, ma furono eletti consoli Marco Tullio Cicerone e Gaio Antonio Ibrida. Anche l‘anno successivo la candidatura si concluse con un fallimento. A questo punto Catilina decise di sferrare l’attacco allo Stato.

Le fonti non concordano, però, sul progetto della congiura. Quando si riunì effettivamente Catilina con i congiurati? Nel giugno del 64 a. C. (per Sallustio), oppure dopo il fallimento elettorale del 64 a. C. (Plutarco) o dopo le elezioni del 63 a. C. (Cassio Dione). Per Svetonio il colpo di Stato progettato nel 65 a. C. aveva, in realtà, come protagonisti Cesare e Crasso, che avrebbero realizzato cinque anni più tardi quell’alleanza segreta passata alla storia con il nome di primo triumvirato.

Nel De Catilinae coniuratione Sallustio lascia di Catilina uno dei ritratti più belli che mai siano stati scritti:

L. Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. Huic ab adulescentia bella intestina, caedes, rapinae, discordia civilis grata fuere ibique iuventutem suam exercuit. Corpus patiens inediae, algoris, vigiliae supra quam cuiquam credibile est. Animus audax, subdolus, varius, cuius rei lubet simulator ac dissimulator, alieni adpetens, sui profusus, ardens in cupiditatibus; satis eloquentiae, sapientiae parum. Vastus animus inmoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat. Hunc post dominationem L. Sullae lubido maxuma invaserat rei publicae capiundae; neque id quibus modis adsequeretur, dum sibi regnum pararet, quicquam pensi habebat. Agitabatur magis magisque in dies animus ferox inopia rei familiaris et conscientia scelerum, quae utraque iis artibus auxerat, quas supra memoravi. Incitabant praeterea corrupti civitatis mores, quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia, vexabant. Res ipsa hortari videtur, quoniam de moribus civitatis tempus admonuit, supra repetere ac paucis instituta maiorum domi militiaeque, quo modo rem publicam habuerint quantamque reliquerint, ut paulatim inmutata ex pulcherruma atque optuma pessuma ac flagitiosissuma facta sit, disserere.

Nella traduzione italiana leggiamo:
Lucio Catilina, nato da famiglia illustre, fu di grande forza d’animo e di corpo, ma di indole malvagia e corrotta. Gli piacquero fin da giovane le guerre civili, le stragi, le rapine, la discordia civile, ed in esse trascorse la sua giovinezza. Aveva un corpo capace di sopportare la fame, il freddo, la veglia oltre a quanto sia credibile. Aveva un animo temerario, subdolo, mutevole, simulatore e dissimulatore di qualsiasi cosa volesse, desideroso delle cose altrui e prodigo del suo; ardente nelle passioni; era abbastanza dotato di eloquenza, ma mancava di saggezza. L’animo insaziabile desiderava sempre cose smodate, incredibili, esagerate. L’aveva preso, dopo il dominio dispotico di Lucio Silla, un desiderio fortissimo di mettere le mani sullo Stato, e non si dava alcun pensiero del modo in cui arrivare al suo scopo, pur di procurarsi il potere. Il suo animo fiero era scosso sempre di più, di giorno in giorno, dal venir meno del patrimonio familiare e dal rimorso dei delitti, e li aveva entrambi incrementati con quei comportamenti di cui ho detto prima. Inoltre lo spingevano i corrotti costumi della città, che due vizi rovinosi e fra loro in contrasto inquinavano: lusso e sete di denaro. Il fatto stesso sembra esortare, dato che l’occasione ha riportato alla memoria i costumi della città, a rifarmi da lontano e a delineare in breve le istituzioni degli antenati in pace ed in guerra, in che modo abbiano governato lo Stato, quanto grande lo abbiano lasciato e come, cambiato poco a poco, sia diventato, da bellissimo e perfetto, pessimo e degradato.

Con la caratteristica brevitas espressiva Sallustio sottolinea fin da subito la provenienza nobiliare, le capacità straordinarie e, nel contempo, l’indole inclinata al male. Le contrapposizioni («vi»/«ingenio», «animi»/«corporis») demarcano la divisione tipicamente sallustiana tra l’anima e il corpo (già evidenziata dallo storiografo nei capitoli proemiali della monografia), mentre la dittologia sinonimica («malo pravoque») accentua la decisa propensione di Catilina al male.  Con un efficace chiasmo sono presentate le azioni delittuose («bella intestina, caedes, rapinae, discordia civilis») in cui il personaggio si esercitò fin dall’adolescenza. Un tricolon inediae, algoris, vigiliae») definisce la straordinarietà del suo spirito di sopportazione superiore a quanto chiunque possa credere («supra quam cuiquam credibile est»). La sapiente retorica sallustiana si avvale ancora di un parallelismo («alieni adpetens, sui profusus»), di un chiasmo («satis eloquentiae, sapientiae parum»), di un climax ascendente («Vastus animus inmoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat»).

Sallustio utilizza, poi, una coppia di sostantivisimulator ac dissimulator») che Machiavelli renderà celebre nella descrizione del principe ideale nel capitolo XVIII dell’opuscolo De principatibus. Quel Machiavelli che ben conosce la storiografia romana si ricorderà dell’operato di Catilina anche quando lo descriverà disposto a tutto pur di conseguire il potere («neque id quibus modis adsequeretur, dum sibi regnum pararet, quicquam pensi habebat»): il fine giustifica i mezzi già nella mente di quello straordinario romano.

Anche Dante sembrerebbe ricordarsi di questo quinto capitolo del De Catilinae coniuratione («Incitabant praeterea corrupti civitatis mores, quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia, vexabant» e ancora «Hunc post dominationem L. Sullae lubido maxuma invaserat rei publicae capiundae») quando descrive la lupa/cupidigia che si ammoglia a molti altri peccati nel I canto dell’Inferno.

Come ha potuto Roma arrivare a questo grave pericolo per la Repubblica? In quale momento della storia sono iniziati il degrado e la corruzione dello Stato romano? Sallustio proverà a dettagliarlo in quest’opera storiografica dal carattere spiccatamente moralistico.

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