Vissuto tra l’87 a. C. e il 58 a. C. o, più probabilmente, tra l’84 a. C. e il 54 a. C., Gaio Valerio Catullo era originario di Verona, proveniente da una famiglia nobile che possedeva una villa sul Lago di Garda a Sirmione. Il giovane Catullo conobbe Clodia, identificata comunemente con la moglie del proconsole Quinto Metello Celere, proprio nella casa in cui abitava a Verona. Da quel giorno s’innamorò di quella donna affascinante, figlia di Appio Claudio Pulcro, sorella del sanguinario Publio Clodio Pulcro, che venne più tardi ucciso da Milone.

Fu per ragioni di studio o, più probabilmente, per ritrovare Clodia che Catullo si trasferì da Verona a Roma, dove poté conoscere importanti esponenti della cultura (in primis Cornelio Nepote e Ortensio Ortalo). Rimasto lontano dalle contese faziose che caratterizzavano la Roma di quegli anni, scevro di ambizioni politiche e del desiderio di intraprendere il cursus honorum, Catullo dedicò tutte le sue energie e la sua mente a Clodia, con cui intraprese un rapporto sentimentale e che cantò in versi col nome poetico di Lesbia, a memoria di Saffo, poetessa greca del VI secolo a. C. nata nell’isola di Lesbo.

Il Liber catulliano è il romanzo dell’amore tra il giovane e la più scaltra donna, un amore caratterizzato da una forte fiamma nei primi tempi, che ben presto lascia il posto alla gelosia e alla delusione di Catullo per le infedeltà di lei. La scoperta rivela al poeta come la stima per lei scemi sempre più (il «bene velle»), ma non per questo diminuiscano la passione e il desiderio che lui prova per lei (l’«amare»).

Finita questa storia, l’amore per Lesbia non scemò né in seguito al ritorno nella casa paterna di Verona né tantomeno per il viaggio in Bitinia al seguito del pretore Gaio Memmio, in cui il poeta ebbe l’occasione di vedere la tomba del fratello morto prematuramente in Asia Minore. Catullo non riuscì, infatti, a liberare la sua mente dal pensiero di Lesbia e morì a Roma giovanissimo a soli trent’anni.

Di questa storia d’amore, animata dall’entusiasmo e dalla speranza, alimentata dalla gelosia e dal rinfocolarsi della passione, sospesa tra l’illusione e la delusione, è rimasto un vivace libro, giovane perché testimonianza di un cuore vivo che desidera amare e credere alla donna amata, giovane ancora perché documenta come l’amore non abbia età, sia fuori dal tempo e renda vicino a noi anche uomini che sono vissuti duemila anni fa.

Centosedici componimenti si succedono nel Liber, disposti senza un ordine cronologico, ma secondo una disposizione, consegnataci dalla tradizione, che segue criteri esclusivamente metrici: le nugae o «bagatelle», «sciocchezzuole» (dal I a LX) improntate a metri vari, i carmina docta (dal LXI al LXVIII) più ampi e composti in esametri dattilici o in distici elegiaci, gli epigrammi (dal LXIX al CLVI) costituiti da distici elegiaci.

La dedica a Cornelio Nepote apre la raccolta:

Dedicarlo a chi questo libretto, moderno passatempo,
che scabra pietra pomice ha terminato or ora di rasare ai bordi?
Ma a te, Cornelio! Proprio tu andavi ripetendo
che le mie poesiole valevano qualcosa,
fin dal giorno in cui arditamente hai affrontato, unico fra gli Itali,
la storia universale in tre volumi,
eruditi – per Giove? –  e travagliati.
Di conseguenza accetta il modesto libretto, anche se vale poco.
Esso possa vivere, o vergine dea che mi proteggi,
di anno in anno, ben oltre la mia generazione
(traduzione di F. Della Corte).

Catullo mostra gratitudine per un uomo che ha saputo apprezzare le sue nugaetu solebas/ meas esse aliquid putare nugas»), pur avendo composto un’opera ben più preziosa (una storia universale in tre libri). La professione di modestia è, indubbiamente, anche un topos letterario. L’invocazione finale alla musa serve da auspicio che l’opera possa durare nel tempo per più di una generazione. L’augurio di Catullo è andato ben oltre l’aspettativa. A distanza di duemila anni i Chronica di Nepote ci sono pervenuti soltanto in pochi frammenti, mentre il Liber catulliano vive di una freschezza che parla ai giovani di ogni generazione.

L’amore che si aspetta Catullo è conforme alle promesse che Lesbia si sente di fare al giovane. Che poi la donna sia in grado di mantenere le promesse è un’altra questione e Catullo lo verificherà in breve tempo. Scrive il poeta nel carme CIX:

Vita mia, mi prometti che questo amore nostro,
tra noi, sarà felice ed eterno.
Déi grandi, fate che possa promettere il vero
e che ciò che dice lo dica schiettamente e di cuore,
che sia permesso a me e a lei di far durare per tutta la vita
reciproco questo patto d’inviolabile amore
(traduzione di G. Pighi).

La proposta che Lesbia fa a Catullo è un legame feliceiucundum») ed eterno («perpetuum»). Quel Catullo che non si è mai sentito in sintonia con il mos maiorum (la tradizione degli antenati) e che non si lega all’interno del rapporto matrimoniale sente di dover chiamare il Cielo a garante delle promesse di amore duraturo di Lesbia, cosicché le parole della donna possano essere pronunciate con verità, sinceramente e dal profondo del cuore («vere», «sincere», «ex animo»): l’efficace climax ascendente mostra tutta la necessità che non ci sia parola improntata a finzione, artefatta e non veritiera.

Sarà la promessa di Lesbia all’altezza del desiderio di eternità che prova l’animo di Catullo? (La nuova bussola quotidiana del 30-9-2018)

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