Nel terzo libro del De rerum natura Lucrezio rappresenta la condizione esistenziale dell’uomo che avverte nel fondo dell’animo un fastidio che lo tormenta, definito taedium vitae, un pungolo, un peso, un’insoddisfazione che lo porta a spostarsi di luogo in luogo, alla ricerca della serenità o, meglio, della felicità:

Se gli uomini, come si vede che sentono di avere
in fondo all’animo un peso che con la sua gravezza li affatica,
potessero anche conoscere da che cause ciò provenga e perché
una sì grande mole, per così dire, di male nel petto persista,
non così passerebbero la vita, come ora per lo più li vediamo:
ognuno non sa quel che si voglia e cerca sempre
di mutar luogo, quasi potesse deporre il suo peso.
Esce spesso fuori del grande palazzo colui
che lo stare in casa ha tediato, e sùbito ritorna,
giacché sente che fuori non si sta per niente meglio.
Corre alla villa, sferzando i puledri, precipitosamente,
come se si affrettasse a recar soccorso alla casa in fiamme;
sbadiglia immediatamente, appena ha toccato la soglia
della villa, o greve si sprofonda nel sonno e cerca l’oblio,
o anche parte in fretta e furia per la città e torna a vederla.
Così ciascuno fugge sé stesso, ma, a quel suo ‘io’, naturalmente,
come accade, non potendo sfuggire, malvolentieri gli resta attaccato,
e lo odia, perché è malato e non comprende la causa del male;
se la scorgesse bene, ciascuno, lasciata ormai ogni altra cosa,
mirerebbe prima di tutto a conoscere la natura delle cose,
giacché è in questione non la condizione di un’ora sola,
ma quella del tempo senza fine, in cui i mortali devono aspettarsi
che si trovi tutta l’età, qualunque essa sia, che resta dopo la morte.
Infine, a trepidare tanto nei dubbiosi cimenti
quale trista brama di vita con tanta forza ci costringe?

Lucrezio ci rappresenta un uomo che fugge da se stesso, da quel silenzio che lo porterebbe a prendere coscienza di sé, delle sue domande e del vuoto che prova in fondo al proprio animo.

Leopardi, che ben conosce Lucrezio, mostra grande sintonia con questa visione dell’essere umano: «La vita continuamente occupata è la più felice, quando anche non sieno occupazioni e sensazioni vive, e varie. L’animo occupato è distratto da quel desiderio innato che non lo lascerebbe in pace, o lo rivolge a quei piccoli fini della giornata (il terminare un lavoro, il provvedere ai suoi bisogni ordinari, ec. ec. ec.) giacché li considera allora come piaceri (essendo piacere tutto quello che l’anima desidera), e conseguitone uno, passa a un altro, così che è distratto da desideri maggiori, e non ha campo di affliggersi della vanità e del vuoto delle cose e la speranza di quei piccoli fini […] bastano a riempirlo, e a trattenerlo nel tempo del suo riposo».

Leopardi è, però, ben cosciente dell’inganno del divertimento e dell’occupazione continua della propria giornata con mille attività. Scrive, infatti, nello Zibaldone: «Né la occupazione né il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno. Nondimeno è certo che l’uomo occupato o divertito comunque, è manco (meno) infelice del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna […]. Occupata o divertita (sottointeso la vita), ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene né piacere più degli altri, sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non perché abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita».

La frenetica vita di oggi sembra la paradigmatica rappresentazione di una risposta che la società contemporanea ha dato alla questione della felicità, risposta pilotata dal potere che induce falsi bisogni e li pone come esigenze fondamentali dell’io. Riempire il vuoto, mettere a tacere l’horror vacui, che provoca un senso di vertigine, è la parola d’ordine attuale. I più, nella propria dimenticanza, non si avvedono neppure di non essere liberi in questo modo di agire, presuppongono di stare bene, semplicemente perché non sentono più la domanda. Paradossalmente una montagna di piaceri sommerge il vero desiderio.

Nei Pensieri Pascal definisce questo atteggiamento umano di distrazione con il termine divertissement. L’espressione nel suo significato etimologico (dal latino divertere cioè «volgere qua e là, lontano dalla strada principale, dal solco tracciato») ben designa il tentativo, coscientemente o incoscientemente perpetrato, di strapparci dal nostro cuore originario, sede delle domande più autentiche sul significato e sul senso delle cose, attraverso distrazioni, palliativi, piaceri surrogati della felicità che hanno come conseguenza quella di alienarci, di allontanarci da noi stessi, di renderci estranei a noi stessi, di essere sempre fuori da noi così che «la nostra casa risulta disabitata».

Lucrezio non riesce a spiegare perché l’uomo sia animato da questa noia esistenziale, dal taedium vitae. Non riesce neppure ad offrire una risposta soddisfacente alla ricerca di felicità che anima l’animo umano.

Coerentemente alla sua filosofia, inserendo gli uomini (i mortales) in una visione del mondo materialistica, Lucrezio cerca di allontanarli dalle paure che più li assillano, in particolare dalla paura della morte e dell’oltretomba. Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto ritorna a far parte dell’universo. La persona dopo la morte non esiste più. L’uomo è, infatti, costituito da anima e corpo, entrambi mortali. Lucrezio segue qui quanto Epicuro ha scritto nell’Epistola a Meneceo: «Il più orribile dei mail, la morte, non è dunque nulla per noi, poiché, quando noi siamo, la morte non c’è e, quando la morte c’è, noi non siamo più».

Per questo, secondo Lucrezio, l’uomo non ha motivo di temere la morte né l’aldilà, perché gli dei non si preoccupano dei castighi o dei premi degli uomini, che scompaiono con la morte stessa. Vane sono tutte le credenze che popolano l’oltremondo: Sisifo, Cerbero, le Furie e le altre creature frutto della fantasia umana e della stolta superstizione.

Evidentemente, l’argomentazione, mutuata dal filosofo Epicuro, non riesce certo ad allontanare dalla mente e dal cuore dell’uomo la paura della morte. Un ragionamento, ancor di più se privo di qualsiasi statuto scientifico, ma semplicemente coerente alla logica del sistema filosofico costruito, non può certo scacciare l’ancestrale paura dell’uomo di lasciare per sempre questo mondo e quanto ha di più caro. L’uomo non sente in sé la paura dei castighi comminati nei «templi acherontei», ma anela all’eternità, ha nel cuore un desiderio di assoluto e di totalità, che Lucrezio sembra scordare. L’uomo è da sempre religiosus.

Così, nella conclusione del De rerum natura Lucrezio spiega le cause della devastante epidemia che ha coinvolto la città di Atene nel 430 a. C. attribuendola a cause fisiche ben precise. Con immagini spaventose e raccapriccianti il poeta descrive la tragica sofferenza umana:

E allora cadevano a mucchi in preda al contagio e alla morte.
Dapprima avevano il capo bruciante di un arrdore infocato,
gli occhi iniettati di sangue per un bagliore diffuso.
E dentro le livide fauci sudavano sangue,
si serrava cosparsa di ulcere la via della voce,
e la lingua, interprete dell’animo, stillava di umore sanguigno,
fiaccata dal male, ruvida al tatto e inerte.

Lungi dall’allontanare la paura della morte, la conclusione del poema senz’altro l’accentua.

Perché allora un’opera che ha come fine quello di allontanare le false paure dei mortali (tra cui quelle della morte e degli dei) termina con immagini di disperazione?  Forse Lucrezio vuole accreditare ancor di più la tesi del VI e ultimo libro del poema secondo la quale tutto ha luogo per cause naturali, non per castighi e interventi divini. Ma ancor più probabile è l’ipotesi che il De rerum natura non fosse del tutto completato.

A distanza di duemila anni ci fa sorridere la sicurezza con cui Epicuro rintraccia le cause certe dell’epidemia (in realtà erronee). Sorprende anche la tracotanza con cui Lucrezio afferma che, dopo la vittoria di Epicuro contro la religio, l’uomo è reso pari agli dei. Sul piedistallo, al posto degli dei, sta ora l’uomo con le sue certezze e le sue verità raggiunte.

In questo caso Epicuro e Lucrezio hanno anticipato l’atteggiamento prometeico di un certo Illuminismo francese, del Positivismo, del Neopositivismo e di tutte quelle correnti che si fanno portavoci di una vita migliore possibili grazie agli sforzi dell’umana ragione di affrancarsi dal Mistero. L’impressione che desta la lettura dell’opera è che l’obiettivo non sia stato raggiunto. Non dominano la serenità e la letizia nel poema. Il senso dell’assurdo e dell’irrazionale sembra alla fine trionfare nelle scene tragiche finali. (La nuova bussola quotidiana del 23-9-2018)

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