Lucrezio volle trasmettere i fondamenti della filosofia di Epicuro (341 a. C. – 269 a. C.) nel De rerum natura in forma poetica, in modo da rendere più interessante la lettura del testo anche per coloro che non fossero esperti di filosofia, magari refrattari a leggere un trattato specialistico. Il poema che ne uscì è un capolavoro, in alcuni punti davvero pregevole per i risultati raggiunti.

Abbastanza oscura è la vita di Lucrezio, di cui non si conosce con esattezza né la data di nascita, né tantomeno quella di morte. Sulle orme di Svetonio san Girolamo scrive che il poeta nacque nel 94 a. C. e morì nel quarantaquattresimo anno di età (verso il 50 a. C.). Nell’opera intitolata Cronaca, san Girolamo afferma anche che Lucrezio impazzì per un filtro d’amore, scrisse dei libri (quelli che costituiscono il De rerum natura) negli intervalli scevri di follia e si suicidò. Fu Cicerone a far pubblicare il libro. Probabilmente il riferimento al filtro d’amore non corrisponde a realtà, mentre la notizia della pubblicazione del poema ad opera di Cicerone trova conferma in una lettera dello stesso Arpinate inviata al fratello Quinto. Poco accreditata è anche la notizia secondo la quale avrebbe scritto nei momenti di lucidità ancora rimasti per la follia. È, invece, probabile che Lucrezio fosse incline ad instabilità psicologica e a depressione e che morì suicida.

Il De rerum natura è strutturato in sei libri, divisibili in tre diadi, incentrate rispettivamente sulla fisica, sulla psicologia e sulla cosmologia epicuree.

Scritta in esametro dattilico, l’opera può a buon diritto essere ascritta al genere del poema epico, perché presenta un eroe, Epicuro, che da solo ha combattuto contro tutti gli dei, contro il Cielo minaccioso per sradicare l’orribile «religio» a causa della quale sono state immolate tante vittime umane. Il termine «religio» ha un’accezione negativa e indica per Lucrezio la falsa credenza dell’uomo di creare dei legami (in latino «religare») con le divinità, che si trovano, infatti, negli «intermundia», lontani dalla Terra. La morte dissolve il corpo negli atomi che lo costituiscono che, poi, ritornano a far parte del sistema natura.

Il libro I si apre con il proemio di tutto il De rerum natura: «Madre degli Eneadi, gioia degli uomini e degli dei, alma Venere, che sotto gli astri in tacita corsa per il cielo desti la vita nel mare sparso di navi, nelle terre fertili di grano, poiché per opera tua ogni specie di esseri animati è concepita e vede, nascendo, la luce del sole: te, dea, te fuggono i venti, te e il tuo giungere le nubi del cielo». Qui la tradizionale invocazione alle Muse è sostituita da quella a Venere, intesa non come la divinità tradizionale del Pantheon dei Romani, ma la sorgente e la fonte originatrice di tutta la vita, elargitrice di gioia e piacere amoroso a uomini e dei.

All’inno a Venere segue poi l’elogio di Epicuro che ha avuto il merito di aver mostrato falsa l’orribile superstizione antica e di aver ricondotto alla libertà la vita dell’uomo che «vergognosamente stava abbattuta in terra, schiacciata sotto Religione opprimente, che il capo delle regioni del cielo mostrava». Epicuro, da solo, ha vinto contro gli dei e i fulmini del Cielo, perché ha percorso tutta la distesa dell’universo per svellere, per primo, «le sbarre chiuse delle porte di Natura».

Che cosa ha scoperto Epicuro in questo viaggio titanico? Quale verità ha riportato agli uomini dopo la sua anabasi? La verità che sta oltre l’apparenza è che esiste una legge fisica che giustifica l’esistenza e il movimento di ogni essere vivente o di ogni oggetto inanimato. Non esiste alcuna relazione tra quanto accade in Terra e il mondo soprannaturale. Per ogni fatto esiste una ragione e l’uomo può arrivare a conoscere le cause di tutto.

Lucrezio denuncia la religione antica riportando l’esempio famoso di Ifigenia, figlia del re Agamennone, che venne sacrificata in Aulide, perché gli dei rendessero propizia la partenza degli Achei per la guerra di Troia: «In questo modo in Aulide i capi scelti dei Danai, fior fiore degli eroi, macchiarono orribilmente l’altare della vergine Trivia con il sangue di Ifigenia. E non appena a costei la benda posta intorno alle chiome verginali scese da una parte e dall’altra delle guance allo stesso modo e non appena si accorse che il padre triste stava davanti agli altari e che presso costui i sacerdoti nascondevano la spada e che i cittadini alla sua vista piangevano, muta per la paura caduta sulle ginocchia cercava la terra».

Pur essendo la primogenita di Agamennone, giovane in età da marito, Ifigenia venne condotta agli altari e sacrificata per permettere «una partenza fortunata e favorevole alla flotta. A così grandi mali la superstizione poté indurre». Gli Achei possono così partire per la guerra di Troia nella convinzione di essersi propiziati il favore di quegli dei antichi, che non conoscono la misericordia e il perdono e che, anzi, sono assetati di sangue, capricciosi e vanitosi, desiderosi di essere comprati dall’uomo a prezzi inenarrabili.

La bellezza di questi tre lacerti (l’inno a Venere, l’inno a Epicuro, il sacrificio di Ifigenia) non è certo comprensibile da queste poche parole. Solo la lettura attenta del testo in latino permetterebbe di illuminare da un lato l’abilità e il virtuosismo plastico con cui Lucrezio costruisce immagini icastiche e dall’altro le incredibili potenzialità della lingua latina. Sottolineiamo l’importanza di leggere un’opera letteraria (se possibile) nella sua lingua originaria che salvaguardia la bellezza dall’atto poetico e creativo. Per questo la prossima volta ci soffermeremo sulla qualità artistica di alcuni versi latini a cui si è accennato nell’articolo. (La nuova bussola quotidiana del 9/9/2018)

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