San Girolamo, sant’Ambrogio, sant’Agostino e san Tommaso amarono molto il De officiis (Sui doveri) di Cicerone, scritto nel 44 a. C., subito dopo l’assassinio di Giulio Cesare. Nell’opera il retore esorta il figlio Marco a leggere non solo le sue orazioni, ma anche i trattati filosofici. Grande è il desiderio del padre da una parte di contribuire alla formazione e all’educazione del figlio, dall’altra di lasciargli l’eredità che lui ha consegnato anche alla cultura latina.

Cosciente dell’importanza di possedere gli strumenti della lingua latina e greca, Cicerone può vantarsi di aver raggiunto risultati ragguardevoli nei due generi: retorica e trattato filosofico. Nessun greco si cimentò mai in entrambi gli ambiti, sostiene Cicerone. Certamente, se Platone avesse voluto raggiungere risultati ragguardevoli nell’ambito retorico, vi sarebbe riuscito, come Demostene avrebbe potuto conseguire risultati brillanti nella filosofia, se si fosse applicato.

Così, Cicerone si rivolge al figlio nei capitoli iniziali: «Ora, avendo io stabilito di scrivere per te qualche cosa in questo periodo e molte altre in avvenire, ho voluto prendere le mosse proprio da quell’argomento che più si addice e all’età tua e alla mia autorità. Difatti, tra le molte questioni filosofiche, importanti ed utili, trattate con grande attenzione e ampiezza dai filosofi, a parer mio quelli che hanno la più larga e vasta applicazione sono gli insegnamenti e i precetti tramandati da essi intorno ai doveri. In verità, non c’è momento della vita – sia negli affari pubblici che nei privati, sia nei forensi che nei domestici, sia che tu tratti qualcosa per tuo conto sia che tu abbia che fare con altri – non c’è momento che si sottragga al dovere anzi, così come nell’adempimento del dovere consiste tutta l’onestà della vita, nell’inosservanza di esso risiede tutta la disonestà. E questo problema è comune a tutti i filosofi: infatti chi è che potrebbe definirsi filosofo, senza dare alcun precetto d’ordine morale?».

Cicerone vuole affrontare tre questioni: in primis se un’azione sia onesta oppure no (in latino honestum); in secondo luogo, se l’azione che si deve compiere giovi anche alla vita, agli agi, agli averi, in poche parole se sia anche utile (in latino utile); infine, considera se ciò che sia utile sia anche onesto e, viceversa.

Procediamo per ordine. Nel I libro Cicerone si chiede che cosa sia il dovere. Officium è termine latino che traduce il concetto formulato dal filosofo stoico greco Panezio che visse a Roma nell’ambito del Circolo degli Scipioni: designa quei comportamenti adottati dal sapiente non perché servano alla sua felicità, ma perché li ritiene preferibili a quelli contrari dal punto di vista etico.

Cicerone sostiene che l’essenza del dovere risiede nell’honestum, ovvero in ciò che è moralmente giusto e confacente alla natura. L’honestum si basa sulle quattro virtù: la sapienza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. Delineate da Platone, le quattro virtù saranno riprese  alla lettera dall’etica cristiana. Nell’Expositio in Lucam è sant’Ambrogio ad aggiungere per primo l’aggettivo «cardinali» alle quelle quattro virtù di cui più tardi sant’Agostino e san Tommaso tratteranno diffusamente.

«I primi doveri sono verso gli dei immortali, i secondi verso la patria, i terzi verso i genitori, e poi gradatamente verso gli altri». La coscienza dell’uomo non dovrà, però, macchiarsi neppure per amor di patria.

«Bisogna fare in modo che gli istinti obbediscano alla ragione, senza perderla né lasciarla da parte per pigrizia o per viltà […]. Per tal modo risplenderanno in tutta la loro luce la fermezza e la temperanza». La ragione, intesa come capacità di giudizio, di apertura e di comprensione della realtà, non dovrà mai essere sottomessa al talento, per usare la celebre espressione dantesca del canto V dell’Inferno.

Particolarmente interessante è lo spazio dedicato da Cicerone all’amministrazione dello Stato nel I libro. Chi governa deve avere a cuore il bene comune, mettendo da parte gli interessi personali, e deve occuparsi di tutto lo Stato, non privilegiando alcune parti e trascurandone altre. Questa è la via per allontanarsi dai favoritismi, dalle discordie e dalle conseguenti guerre civili. Scrive Cicerone: «Quelli che si prendono a cuore soltanto una parte dei cittadini, trascurandone un’altra, introducono nello Stato un elemento estremamente pericoloso: cioè la sedizione e la discordia; e in seguito a ciò avviene che alcuni parteggino per il popolo, altri per gli ottimati, ben pochi per tutti». Le sue parole sono attuali in ogni epoca e di ammonimento: «Un cittadino che si rispetti, un cittadino di valore e degno di un ruolo dominante nello Stato […] non andrà a caccia di ricchezza e di potere, ma si prenderà cura dello Stato in modo da provvedere a tutti. Non attirerà odio e invidia su qualcuno con accuse false, ma resterà così attaccato al senso della giustizia e dell’onestà che, pur di mantenerle, affronterà gli ostacoli più gravi e la morte, piuttosto che abbandonare i principi di cui ho detto». Davvero apprezzabile è la capacità di «smorzare i toni e di essere inclini alla conciliazione» senza lasciarsi andare all’«ira nei confronti degli avversari».

Nel secondo libro Cicerone si sofferma sull’utile. Passa in rassegna ciò che è importante per l’uomo: essere amati e cooperare, ottenere la gloria e la benevolenza. Il concetto di utilità afferisce ad una dimensione più personale rispetto all’onesto, che riguarda il rapporto del singolo con la comunità.

Nel terzo libro Cicerone dimostra che non vi è alcun contrasto tra honestum ed utile: ciò che è onesto è anche utile e ciò che è davvero utile è anche onesto. Non è un discorso teorico quello condotto da Cicerone, perché concilia la filosofia greca con il pragmatismo romano, corroborando la bontà delle dimostrazioni con un ampio apparato di esemplificazioni che ben si adattano allo spirito romano. Gli esempi e le storie riportate dimostrano che anche nell’ambito politico il fine non giustifica i mezzi, ma la politica deve sempre guardare all’etica: «Sia ben chiaro, dunque, che quanto è immorale non può mai essere utile, neppure quando si consegue ciò che si ritiene utile».

Il saluto finale al figlio Marco è un monito a tutti i lettori della posterità: «Tu ricevi da parte di tuo padre, o figlio Marco, un dono grande, a parer mio, ma il cui valore dipenderà dal modo con cui tu l’accetterai». (La nuova bussola quotidiana del 2-9-2018)

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