La vita di Publio Terenzio Afro è avvolta nella leggenda. Di certo di lui sappiamo davvero poco. Svetonio racconta che è nato nel 185 a. C., anche se è più verosimile che la data sia il 190 a. C. Giunto a Roma come schiavo del senatore Terenzio Lucano, ottiene la libertà grazie al suo talento artistico e diventa amico di importanti personaggi dell’epoca come Scipione l’Emiliano (il famoso comandante vincitore di Cartagine nella Terza guerra punica e protagonista del Somnium Scipionis di Cicerone) e di Gaio Lelio (politico e militare). S’introduce così nel cosiddetto Circolo degli Scipioni che promuove lo svecchiamento della cultura tradizionale romana attraverso l’acquisizione del patrimonio intellettuale greco. Sorge addirittura l’accusa che Terenzio sia il prestanome per la produzione drammaturgica dei due influenti amici, accusa infondata che l’autore contrasta, però, in maniera molto blanda. Nel 160 a. C. Terenzio parte per la Grecia probabilmente alla ricerca di commedie di Menandro, autore della commedia nuova a cui s’ispira, ma non fa più ritorno, morendo, sempre a detta del suo biografo Svetonio, nel 159 a. C., forse durante un naufragio sulla via del ritorno o ammalatosi per il dispiacere di  aver perso i bagagli contenenti i preziosi testi di nuove commedie di Menandro.

Tra i contemporanei la commedia di Terenzio non incontra lo stesso favore di quella di Plauto. C’è addirittura chi la osteggia apertamente. Un malivolus poeta di nome Luscio Lanuvino muove al commediografo le accuse di contaminatio (inserzione nella stesso intreccio di scene provenienti da diversi modelli greci), di plagio e di prestanome per importanti personaggi del Circolo degli Scipioni.

Terenzio si difende da queste accuse rispettivamente nei prologhi dell’Andria, Eunuchus e dell’Heautontimorumenos: afferma che la contaminatio è un espediente di cui si sono avvalsi grandi scrittori latini precedenti come Nevio, Plauto, Ennio; che a Roma il plagio consiste nel riprendere opere della tradizione latina, non già greca (e che lui non ha mai ripreso consapevolmente opere latine); infine, che sarà il pubblico a giudicare se Terenzio sia solo un prestanome («quanto al fatto poi che un vecchio poeta invidioso va dicendo che il nostro poeta si sarebbe dedicato alla poesia all’improvviso, confidando nell’ingegno di certi suoi amici e non nelle sue doti, deciderà il vostro convincimento e la vostra opinione»).

La commedia di Terenzio riscuote, invece, un notevole successo nel Medioevo e nel Rinascimento, promossa dalle scuole che la considerano ricca di spunti morali e didattici, ed entra così a far parte del canone degli autori scolastici, insieme a Virgilio e Cicerone. Indirizzata ad un pubblico colto, caratterizzata da temi alti e riflessivi, è stataria (statica), a differenza di quella plautina che è motoria (vivace e dall’intreccio complicato).

Le opere di Terenzio rivestono, poi, un’importanza notevole, perché sono le uniche ad esserci giunte integralmente, insieme a quelle di Plauto. Non compaiono più i cantica (parti cantate), ma solo i deverbia (dialoghi). Gli intrecci sono più semplici di quelli plautini, ma ciò non comporta una diminuzione della suspence. Infatti, il lettore non conosce nulla della trama, perché i prologhi hanno un valore apologetico e non hanno alcuna funzione informativa.

Inoltre le commedie di Terenzio privilegiano i dialoghi ai monologhi favorendo l’impressione mimetica e realistica e introducono una sorta di quarta parete ideale tra il palcoscenico e la zona in cui si trovano gli spettatori. Non compaiono più battute rivolte al pubblico, che non è più chiamato in causa. Sono ridotti i colpi di scena, ad esempio scompare il servus currens che arreca notizie che modificano il corso degli eventi.

In questo modo l’attenzione principale è rivolta ai personaggi, alla loro umanità e psicologia. Non sono più dei tipi fissi, come quelli di Plauto, concepiti per recare il riso nel pubblico (risum movere). Portano, invece, il pubblico a riflettere su temi di natura etica, invitano a cogliere le ragioni dell’altro e a comprenderlo. Il termine humanitas ben descrive, secondo Aulo Gellio, il concetto greco di paidéia, ovvero educazione e cultura: il desiderio di conoscere e di imparare è la caratteristica precipua dell’uomo, che lo distingue completamente dalle bestie. La cultura rende, quindi, l’uomo migliore. L’humanitas comprende, però, anche l’aspetto della mitezza, della generosità e della comprensione. Si tratta di un aspetto del tutto nuovo all’interno della cultura latina.

Particolarmente esemplificativo al riguardo è un dialogo della commedia Heautontimorumenos (in italiano Il punitore di se stesso). Un vecchio di nome Menedemo non ha acconsentito al matrimonio del figlio che lo abbandona. Allora il padre si dispera e si punisce lavorando tutto il giorno. Il vicino Cremete cerca di scoprire le ragioni di un simile atteggiamento: «Non esco mai tanto presto al mattino, non torno a casa tanto tardi la sera, che non ti veda nel tuo fondo a scavare, arare, portar pesi. Insomma, non ti dai un momento di sosta e non ti fai nessun riguardo: sono sicuro che questo lavoro non è per te un divertimento”.

Menedemo gli risponde, però, in maniera scortese: «Cremete, hai così poco da pensare alle cose tue, da doverti occupare dei fatti degli altri, e di quello che non ti riguarda». Allora Menedemo mostra tutto il suo interesse alla persona altrui: «Homo sum: humani nil a me alienum puto» ovvero «sono uomo; e di quello che è umano nulla io trovo che non mi riguardi». L’humanitas si traduce qui nell’abbattimento di ogni barriera fra sé e l’altro per comunicare. Etimologicamente «comunicare» significa appunto «mettere in comune”, «compiere il proprio dovere con gli altri» (da cum cioè «insieme» e munus ovvero «ufficio, incarico, dovere»).

Allora Cremete insiste: «Se tu hai qualche pena, me ne dispiace; ma che disgrazia ti è capitata? Scusa, che male hai fatto a te stesso? […] Non piangere, e, qualunque pena tu abbia, confidala a me. Non metterti zitto, non avere timore; abbi confidenza in me, ti dico; ti sarò vicino con il conforto, con i consigli, con il mio aiuto». Allora Menedemo si apre alla confidenza e racconta il suo dolore per la partenza del figlio: «È partito di nascosto a me; sono tre mesi che è lontano». Cremete lo consola: «Il torto è di tutti e due; […] Io direi che la tua natura sia portata alla tenerezza verso i figli, e la sua all’obbedienza, a saperlo prendere con modi ragionevoli, come si deve; ma né tu avevi ben capito lui, né lui te. Queste cose come succedono? Quando non c’è la franchezza; tu non gli hai mai fatto capire in che conto lo tenevi, e lui non ha avuto con te la confidenza che si deve avere con un padre. Se così fosse stato, tu non saresti arrivato a questo punto».

Delle sei commedie palliatae di Terenzio l’ultima scritta è Adelphoe, rappresentata nel 160 a. C. in occasione dei giochi funebri per la morte di Lucio Emilio Paolo, il vincitore della battaglia di Pidna e padre di Scipione l’Emiliano. Compaiono nell’opera due coppie di fratelli: i vecchi Micione e Demea e i giovani Ctesifóne ed Èschino. Demea ha avuto due figli, ma ha educato solo Ctesifóne in maniera estremamente rigida, mentre Micione ha adottato il nipote Èschino e lo ha cresciuto in maniera permissiva e tollerante. Per tutta la commedia si mettono a confronto due modelli di educazione.  Il lettore o lo spettatore ha l’impressione che il favore dell’autore sia tutto rivolto all’ideale educativo di Micione, ma il finale ci consente di comprendere meglio la riflessione di Terenzio. Infatti, dopo aver modificato metodo educativo, a Micione che gli chiede conto di questo cambiamento Demea risponde: «Volevo dimostrare che, se questi ti considerano gentile e amabile, ciò non dipende da una retta concezione della vita, né da un senso di giustizia e di bontà, ma soltanto dall’arrendevolezza, dall’indulgenza e dalla prodigalità». E poi Demea si rivolge ai figli: «Ci sono cose che per la vostra giovinezza voi vedete meno: se volete che io vi ammonisca e vi corregga e ceda solo quando è opportuno, eccomi, sono a vostra disposizione». Èschino conclude: «Padre, ci mettiamo nelle tue mani». Viene allora recuperato in una giusta prospettiva il modello di educazione austera di Demea.

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