L’archetipo di tutto il teatro comico italiano e non solo si trova nella fabula palliata di Plauto. Da più di duemila anni situazioni comiche generate dagli scambi di persona, dai simillimi (due personaggi che si assomigliano come due gocce d’acqua), dagli equivoci che ne scaturiscono, dalle beffe, dai colpi di scena hanno influenzato i testi teatrali producendo risate ed effetti comici. Fine della commedia plautina è, infatti, risum movere, scatenare il riso e per questo l’autore latino si avvale non solo della comicità in rebus (di situazione), ma anche in verbis (di parola): doppi sensi, parole macedonia, etc.

La lezione di Plauto attraversa le novelle del Trecento (basti l’esempio del Decameron di Boccaccio), le commedie del Cinquecento (di Ariosto e di Machiavelli), The comedy of errors (la commedia degli equivoci di Shakespeare), la commedia dell’arte o all’italiana (che si diffonde per più di due secoli dalla metà del Cinquecento al Settecento inoltrato).

La mescidanza tra deverbia (parti recitate) e cantica (parti cantate) si ritroverà, più tardi, in generi teatrali nati nell’Ottocento come l’operetta (che, a differenza della lirica, alterna sempre parti cantate e dialogate), la commedia musicale (ove si mescolano canto e prosa in un genere dall’impianto più semplice rispetto all’operetta), il musical (che è il corrispettivo della commedia musicale negli USA).
Inutile sottolineare come l’influsso plautino segni in maniera marcata anche il mondo cinematografico, dai musical alle commedie sullo scambio di identità (Matrimonio a quattro mani, etc.).

Superfluo è anche ricordare come il repertorio delle commedie plautine compaia nel cartellone degli spettacoli teatrali contemporanei: segno inconfutabile che la sua produzione giganteggia nel panorama internazionale di tutti i tempi.

Se forti sono gli influssi plautini sul teatro comico successivo, indubitabili sono anche le divergenze che potremmo verificare con il teatro contemporaneo se dovessimo assistere ad una rappresentazione di una commedia plautina realizzata in modo filologico. Lo spettatore di oggi è abituato alla mimica facciale. Il teatro plautino si avvale, invece, della maschera che rende fisso e statico il personaggio. Del resto, il personaggio plautino rappresenta un tipo: il giovane innamorato, il vecchio avaro, il servo astuto, etc.

Se il personaggio presenta più aspetti, può utilizzare una maschera che sottolinei entrambe le caratteristiche: il padre di famiglia è descritto sia in preda all’ira che incline all’arrendevolezza; la sua maschera ha un sopracciglio alzato e uno abbassato e l’attore mostra al pubblico la parte della maschera che è più corrispondente all’atteggiamento del personaggio in quella scena.

La commedia dell’arte o mercenaria o all’italiana si approprierà proprio dell’uso della maschera per creare dei tipi umani immutabili: il Capitano, soldato spaccone che richiama il miles gloriosus di Plauto (ricordiamo, ad esempio, Capitan Spaventa, Capitano Cardone), Zanni (che è la più antica maschera del servo), Arlecchino (servo imbroglione), Pantalone (anziano in competizione con un giovane per la conquista di una donna), Pulcinella (servo sciocco, altre volte saggio e malinconico), etc.

Quante commedie di Plauto sono giunte fino a noi? In totale centotrenta commedie furono all’inizio ascritte al commediografo di Sarsina (251 a. C. circa – 184 a. C.). Marco Terenzio Varrone (116 a. C.- 27 a. C.), che le lesse e studiò tutte, distinse ventun commedie certamente sue, diciannove di attribuzione incerta e le altre spurie (non sue).

Non siamo certi della cronologia delle commedie. Il filologo Francesco Della Corte le ha divise in base alla tipologia in: commedie dei simillimi (Menaechmi, Bacchides, Amphitruo), dell’agnizione o riconoscimento (Cistellaria, Poenulus, Curculio), della caricatura (Pseudolus, Truculentus, Miles gloriosus), della beffa (Asinaria, Persa, Casina), del romanzesco (Mercator, Stochus, Mostellaria, Trimummus), commedia composita (Aulularia, Captivi, Rudens).

La struttura della commedia plautina prevede un prologo, un’azione e uno svolgimento. Nella tradizione manoscritta troviamo anche un argumentum che sintetizza le vicende, a volte accompagnato da un secondo argumentum  in forma di acrostico (che indica il titolo della commedia con le lettere iniziali di ciascun verso) da attribuirsi alcune volte al grammatico del I sec. a. C. Aurelio Opilio e altre volte al grammatico Sulpicio Apollinare del II sec.d. C.
In apertura un personaggio chiamato Prologo annuncia i personaggi e descrive la scenografia spiegando eventuali antefatti indispensabili per la comprensione dell’intreccio.

Lo sviluppo della commedia avviene nell’azione che approda ad un epilogo (parte finale) con lo scioglimento di tutti i casi intricati. L’imprevedibilità connota la conclusione. Spesso Plauto ricorre al riconoscimento finale (o agnizione) o al procedimento del Deus ex machina. Con un’apparecchiatura teatrale viene fatto discendere un dio dall’alto. Già Euripide si avvale di questo escamotage in alcune tragedie (Ifigenia in Tauride, Medea).
Nell’Amphitruo Giove appare in scena nella conclusione scendendo dal cielo e raccontando quanto è accaduto: «Calmati, Anfitrione! Eccomi! Sono venuto per aiutare te e i tuoi./ [….] Quello che è accaduto penso io a dirtelo,/ meglio di loro. Non per nulla sono Giove./ Anzitutto è bene che sappia che ho avuto un contatto fisico con Alcmena/ e l’ho resa incinta d’un bambino./ Anche tu l’avevi resa madre, quando partisti per la guerra./ Ora essa in un sol parto ha dato alla luce i due bambini./ Di essi, quello che è stato generato da me,/ con le sue grandi imprese ti darà una gloria perenne./ Ora tu devi tornare in pace con Alcmena, come prima./ essa non merita le infamanti accuse che le hai mosse:/ ha dovuto arrendersi alla mia potenza».

Perché Giove in persona deve sciogliere la situazione intricata che si è creata? Nella rappresentazione, definita dal prologo una tragicommedia a sfondo mitologico, assunte le sembianze di Anfitrione, Giove possiede sua moglie Alcmena, aiutato da Mercurio, che prende le fattezze di Sosia, servo fedele di Anfitrione. Immaginiamoci la marea di equivoci che sorgono quando il vero Anfitrione e il vero Sosia ritornano a casa, terminata la guerra contro i Teleboi. Il marito inizia a sospettare dell’infedeltà della moglie Alcmena.

Il tema del doppio o sosia, tanto presente nel teatro plautino, avrà tanta fortuna nella modernità, dai romanzi di Dostoevskij (Il sosia) a quelli di Pirandello (Il fu Mattia Pascal), da Stevenson (Il misterioso caso del dottor Jekylll e di Mr. Hyde) a Wilde (Il ritratto di Dorian Gray). Anche il cinema si interesserà al doppio: si vedano al riguardo Kagemusha. L’ombra del guerriero diretto da Akira Kurosawa nel 1980 e The island di Michael Bay (2005) che si apre ad un futuro (2019) in cui la clonazione umana sarà ormai possibile. Un futuro che è ormai così vicino come quel passato di Plauto ancora tanto presente nella cultura e nella comicità contemporanee.

Commenta questo Articolo