La prima biblioteca pubblica romana viene realizzata dallo statista e poeta Asinio Pollione nel I secolo a. C., anche se il primo progetto di una biblioteca che comprenda sia volumi greci che latini risale a Giulio Cesare che non può iniziare i lavori perché viene assassinato alle idi di marzo nel 44 a. C. É probabilmente sempre Cesare l’antesignano del libro moderno, perché inizia a piegare i fogli in due, li ammucchia e li ferma con delle fettucce. Più tardi nasce la figura del glutinator ovvero del rilegatore del libro.

Le prime biblioteche giungono a Roma nel secolo precedente come bottino di guerra. Intorno a quella che viene trasferita a Roma in seguito alla battaglia di Pella in Macedonia nel 167 a. C. si forma il Circolo degli Scipioni, un gruppo di intellettuali che ebbe una funzione importantissima per il passaggio della cultura greca  a Roma.

Probabilmente le prime librerie dell’antica Roma risalgono al I secolo d. C. quando si costituiscono centri in cui si vendono ad alti prezzi libri copiati da schiavi specializzati. Nessun guadagno perviene all’autore, il ricavato è tutto del commerciante che ha fatto copiare i testi, perché è lui il proprietario delle pergamene. Sono le letture pubbliche il modo migliore per diffondere un testo in maniera più diffusa.

Il primo genere letterario a svilupparsi a Roma è quello epico (dalla parola greca «épos» che significa «parola», «poesia»), un genere che conserverà sempre tra i latini un ruolo fondamentale, proprio perché narra le gesta di un eroe che rappresenta spirito e valori di un popolo. Il genere trova particolare diffusione ed espressione in quei momenti della storia romana in cui è più forte e consolidato lo spirito nazionale.

Anche in Grecia il genere epico è stato il primo a diffondersi con i poemi dell’Iliade e dell’Odissea attribuiti dalla tradizione ad Omero (IX-VIII secolo a. C.). In maniera significativa la letteratura greca si conclude proprio con un altro poema epico del V secolo d. C., le Dionisiache di Nonno di Panopoli.

Gneo Nevio è il primo letterato latino di origini non greche e di condizione libera, pur se privo del diritto di voto. Nato in Campania tra il 275 e il 270 a. C., Nevio si vanterà sempre del suo spirito libertario e della sua facoltà di parlare e scrivere: «libera lingua loquemur ludis Liberalibus» ovvero «con lingua libera ci esprimeremo durante i ludi in onore di Libero».

Due sono gli esempi che comprovano questo senso di libertà e di indipendenza dal potere. Il primo è l’atteggiamento spigoloso spesso assunto nei confronti delle classi aristocratiche. Celebre è lo scontro con la famiglia dei Metelli apostrofati con versi accesi e ironici: «fato Metelli Romae fiunt consules». Duplice la possibile interpretazione: «I Metelli diventano consoli a Roma per volere del destino» oppure, in forma malevola, «i Metelli diventano consoli a Roma per disgrazia a Roma». I Metelli si vendicheranno con il poeta facendolo arrestare per calunnia concretizzando così le minacce espresse nel verso: «Dabunt malum Metelli Nevio poetae» ovvero «i Metelli procureranno guai al poeta Nevio». Il secondo è il consenso al culto dionisiaco (che si sta diffondendo a Roma in quegli anni) come si può vedere dalla tragedia Lucurgus: il re della Tracia viene punito dal dio Dioniso perché si è opposto al culto orgiastico del dio. Con lui nasce la tragedia di argomento romano (denominata fabula praetexta): Romulus e Clastidium sono le prime opere a noi conosciute che indagano rispettivamente il mito della nascita di Roma e la vittoria dei Romani contro i Galli insubri.

Con Nevio nasce l’epica nazionale romana composta in versi saturni come l’Odusia di Livio Andronico. Due scelte, però, contraddistinguono l’opera di Nevio dal primo poema epico in latino. Se Livio Andronico ha cantato il mito ancorato alla materia greca e omerica, Nevio si fa promotore dell’epos nazionale radicandolo non più solo al mito, ma anche alla storia. Se Livio Andronico ha scelto la traduzione dell’Odissea, Nevio si richiama all’Iliade per la scelta dell’argomento militare e per la figura di Enea e all’Odissea per il viaggio dell’eroe troiano. La vicenda storica è la prima guerra punica, lo scontro epocale che sancisce il passaggio del dominio sui mari dai Cartaginesi ai Romani.

Il poema di Nevio affonda le sue radici nella laudatio funebris (orazione funebre pronunciata presso i Romani in ricordo di un defunto) e nei carmina convivalia. Probabilmente si ispira alla brevitas tipica dell’età ellenistica. Composto negli anni della seconda guerra punica, proprio quando i Romani stanno incontrando grandi difficoltà negli scontri contro Annibale, il poema assume un forte valore propagandistico.

Nasce così il Bellum poenicum, un carmen continuum che racconta sia la vicenda leggendaria della fuga di Enea dalla città di Troia sia la storia reale della prima guerra punica. Non è certo se la storia sia presentata da Nevio secondo una sequenza cronologica oppure se le vicende di Enea e compagni siano state inserite come antefatti attraverso una digressione. La tecnica ellenistica dell’ekphrasis molto in voga in quegli anni consiste nell’inserzione di una divagazione colta. Probabilmente durante la vicenda della guerra, dinanzi al tempio di Zeus Olimpio di Agrigento, il cui frontone rappresenta la fuga di Enea dall’incendio della patria, si inserisce il racconto degli antenati degli antichi Romani.

Troppo pochi sono i versi rimasti sul pio Enea per poterne ricostruire con fedeltà le vicende di un personaggio devoto alla famiglia, alla patria, alla civitas.  , quella di ricostruire la patria distrutta dai Greci e che, come in una nemesi storica, conquisterà quella terra, la Grecia, che aveva distrutto la vecchia patria. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana dell’8-7-2018)

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