Lungi dall’essere soltanto un racconto immaginario, la Commedia di Dante riserva tante sorprese inaspettate: non offre solo l’opportunità di un viaggio esistenziale, religioso, catechetico, ma suggerisce richiami interessantissimi provenienti dai grandi auctores latini, costanti riferimenti delle tre cantiche.

Virgilio è senz’altro il maestro principale di Dante, entrato in scena nell’Inferno con una spettacolare agnizione sciorinando particolari della sua vita gradualmente: «Non omo, omo già fui,/ e li parenti miei furon lombardi,/mantoani per patrïa ambedui./ Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,/e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto/ nel tempo de li dèi falsi e bugiardi./ Poeta fui, e cantai di quel giusto/figliuol d’Anchise che venne di Troia,/poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto». All’inizio del I canto dell’Inferno Virgilio invita Dante a riconoscere in maniera consapevole di avere bisogno di aiuto: «Ma tu perché ritorni a tanta noia?/ perché non sali il dilettoso monte/ ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

L’Eneide offre notevoli spunti all’Inferno dantesco. Pensiamo ai mostri infernali (come Caronte, Minosse, Cerbero) o alle acque presenti nell’aldilà (l’Acheronte, il Flegetonte, la palude Stigia, il lago Cocito), tutti già incontrati nel poema latino.

Vediamo pochi esempi. Nell’ultima parte del canto III assistiamo alla scena dell’incontro con Caronte. Presso la riva dell’Acheronte sono assiepate tantissime anime che aspettano di salire sulla barca del traghettatore Caronte, «bianco per antico pelo», dalle «lanose gote», che intorno agli occhi ha «di fiamme rote». Quando vede Dante, Caronte lo rimprovera e gli profetizza che non finirà all’Inferno: «E tu che se’ costì, anima viva,/ pàrtiti da cotesti che son morti./ […] Per altra via, per altri porti/ verrai a piaggia, non qui, per passare:/ più lieve legno convien che ti porti». Virgilio allora rabbonisce il nocchiero dagli occhi infuocati e iniettati di sangue: «Caron, non ti crucciare:/ vuolsi così colà dove si puote/  ciò che si vuole, e più non dimandare». La descrizione dantesca risente senz’altro dei versi virgiliani: «Caronte, traghettatore orrendo, di orribile squallore controlla/ il corso delle acque: una prolissa canizie/ gli penzola inconta dal mento; sgrana la fiamma degli occhi;/ dalle spalle gli penzola annodato un lercio mantello./ È lui che con una pertica spinge la barca e governa/ le vele, e dentro lo scafo nerastro traghetta i morti,/ vecchissimo, ma della cruda e verde vecchiaia d’un dio».

Un lavoro attento sul testo latino, che non può certo essere condotto qui in un articolo, porta da un lato a cogliere tutta la concretezza, la plasticità, la forza espressiva delle immagini virgiliane e dall’altro ad evidenziare le dovute differenze apportate da Dante. Il Caronte dantesco colpisce le anime assiepate sulla riviera dell’Acheronte in modo tale che non indugino a salire sulla barca: «Caron dimonio, con occhi di bragia/ loro accennando, tutte le raccoglie;/ batte col remo qualunque s’adagia./ Come d’autunno si levan le foglie/ l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo/ vede a la terra tutte le sue spoglie,/ similemente il mal seme d’Adamo/ gittansi di quel lito ad una ad una,/ per cenni come augel per suo richiamo». La similitudine è ripresa ancora una volta dai versi virgiliani dedicati alle anime radunate presso l’Acheronte, che «si versano verso la riva […]/tante quante cadono scosse nei boschi ai primi freddi d’autunno le foglie, o quanti uccelli affluiscono su terraferma/ dal mare aperto, se il rigore della stagione li caccia/ d’oltremare e li spimge verso i paesi del sole».

Nel canto VI dell’Inferno viene descritto il III cerchio dei golosi, «de la piova/ etterna, maladetta, fredda e greve». A custodia delle anime si trova Cerbero, che nel Medioevo rappresenta sia l’ingordigia che le discordie civili, descritto in maniera caricaturale-grottesca: «Cerbero, fiera crudele e diversa,/ con tre gole caninamente latra/ sovra la gente che quivi è sommersa./ Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,/ e ’l ventre largo, e unghiate le mani;/ graffia li spirti ed iscoia ed isquatra./ Urlar li fa la pioggia come cani;/ de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;/ volgonsi spesso i miseri profani./ Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,/ le bocche aperse e mostrocci le sanne;/ non avea membro che tenesse fermo». Il maestro di Dante lo rabbonisce gettandogli del fango nelle tre fauci, parodia del gesto della sibilla, guida di Enea, che addormenta Cerbero con una focaccia soporifera nel sesto libro dell’Eneide. Nel Cerbero virgiliano non compare nulla di comico, tutto nella sua descrizione è immane, gigantesco, smisurato, «dalla fame rabbiosa» e dalla vista terrificante (i suoi tre colli si rabbuffano di serpi).

Potremmo proseguire nel comparare i mostri virgiliani trasformati in demoni nell’Inferno dantesco, nell’assaporare le sottili analogie tra gli episodi, i cambiamenti di tono e di situazione dei due capolavori. Nel canto di Pier della Vigna Dante riprende il celebre episodio di Polidoro, tratto dal III libro dell’Eneide. L’allusione di Dante («Perché mi schiante?» Inf. XIII, v. 33, «Perché mi scerpi?» v. 35) al testo virgiliano («Quid miserum, Aenea, laceras?», Eneide III, v. 41 ovvero «Perché, Enea, laceri me infelice?») non è un semplice sfoggio di cultura o solo un omaggio al maestro, ma ci vuole introdurre in un’atmosfera di misfatto, di oltraggio nei confronti dell’ordine naturale e divino. Il lettore del canto dantesco richiama alla memoria l’azione scellerata compiuta dallo zio Polimestore nei confronti di Polidoro, delitto che viola la pietas e i naturali rapporti di parentela e si introduce così in un’aura surreale, abitata in apparenza da fantasmi. Il bosco è, in realtà, la metamorfosi di chi ha compiuto un gesto altrettanto contro natura di quello di Polimestore, di chi, cioè, ha scisso quell’unità inscindibile tra anima e corpo attraverso il suicidio. Le stesse Arpie che abitano la selva dei suicidi sono prelevate dalle isole Strofadi su cui giungono Enea e i suoi compagni sempre nel libro III dell’Eneide.

La presenza dell’Eneide virgiliana persiste nel Purgatorio. Stazio incontrando Dante confessa: «Al mio ardor fuor seme le faville,/ che mi scaldar, de la divina fiamma/ onde sono allumati più di mille;/ de l’Eneïda dico, la qual mamma/ fummi, e fummi nutrice, poetando:/sanz’essa non fermai peso di dramma».

Il magistero virgiliano rimane molto influente fino al canto XXX del Purgatorio quando Dante incontra Beatrice e si volge verso il maestro per constatare, però, che Virgilio lo ha ormai abbandonato.

Come ha dimostrato l’autorevole studioso americano Robert Hollander in Le opere di Virgilio nella Commedia di Dante vi sono trecentodieci riferimenti sicuri o probabili al poema virgiliano nell’opera dantesca.

La loro presenza diminuisce nel passaggio dalla prima alla terza cantica, come verifica David Scott Wilson-Okamura: centoottanta riferimenti nell’Inferno, ottanta nel Purgatorio e cinquanta nel Paradiso.

Ricorderemo tutti che nel Limbo Dante ha incontrato i più importanti poeti dell’antichità. Il poeta greco Omero è il più autorevole di tutti, ma Dante lo conosce solo attraverso le traduzioni o i riferimenti presenti in altre opere latine o volgari. Anche il richiamo alle altre opere della letteratura greca non avviene mai direttamente, ma solo con la mediazione di quelle opere latine che raccontano miti e storie di quella civiltà. Nel Limbo dantesco dopo Omero si trovavano Ovidio, Orazio e Lucano, insieme naturalmente a Virgilio che sta accompagnando Dante nel viaggio.

La presenza di questi autori latini deve, quindi, essere notevole nella Commedia. Ne parleremo la prossima puntata.

(La nuova bussola quotidiana del 20-5-2018)

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