Il vocabolario della lingua italiana è costituito per la maggior parte da parole che derivano dal latino e, in secondo luogo, da termini che sono entrati nell’uso della nostra lingua attraverso la dominazione o l’influsso di altri popoli.

Dalla nascita di Roma (753 a. C.) fino alla fine dell’Impero romano d’Occidente (476 d. C.), attraverso diverse forme di Stato (dalla monarchia alla repubblica, dalla repubblica all’impero) la cultura e la lingua latine si sono diffuse gradualmente dapprima nel territorio attorno a Roma, poi nell’Italia e, infine, anche in tante terre d’Europa, d’Africa e d’Asia. La massima estensione del dominio romano è avvenuta sotto Traiano raggiungendo quasi sei milioni di kilometri quadrati di superficie. Un’estensione non certo paragonabile a quella dei maggiori imperi della storia (pensiamo a quello britannico, a quello mongolo o a quello russo). Eppure la durata e la persistenza di quel dominio sono tali da aver influito in maniera indelebile sulla cultura e sulla lingua di tanti popoli.

Dal latino deriva non solo l’italiano. Si sono formati anche la lingua d’oc (il provenzale), d’oil (da cui nascerà il francese), il catalano, il castigliano, il portoghese, il rumeno, il ladino, il dalmata.

Senza dubbio anche altre lingue hanno apportato il loro contributo al vocabolario della lingua italiana. Il Grande dizionario dell’uso di Tullio De Mauro censisce circa 8000 grecismi dei 250.000 lemmi complessivi: molti sono di ambito filosofico o scientifico o appartengono al contesto del cristianesimo o degli oggetti di uso quotidiano.

Dalle dominazioni barbariche sono entrate in uso nell’italiano parole legate alla quotidianità (come «guardare», «scherzare», «albergo», «bosco») o al combattimento («guerra», «guardia»).

La dominazione araba in Sicilia e il contatto con quel popolo hanno contribuito all’ingresso nel nostro vocabolario di parole nuove di ambito commerciale («dogana», «magazzino», «tariffa», «tara», «facchino», «sensale», «fardello», «darsena», «bizzeffe») o scientifico («zero», «algebra», «zènit», «nadir») o culinario («zucchero», «caffè», «albicocche», «zafferano», «arance»)

Tra il Cinquecento e il Seicento il peso politico, economico e culturale della Spagna influisce non poco in Europa. In Italia entrano termini legati all’ambito sociale, alla moda e all’abbigliamento, al linguaggio marinaresco e militare, al settore geografico o climatologico. Così pure grazie alla Spagna entrano in Italia vocaboli che descrivono le novità provenienti dall’America: il cacao, il mais, la patata.

Dalla metà del Seicento fino all’inizio del Novecento è la lingua francese a influire sensibilmente in ogni ambito della vita (da quello quotidiano a quello culturale, da quello militare a quello dell’amministrazione). Il francese è la lingua straniera da cui proviene il maggior numero di termini italiani. Sarà la lingua internazionale per eccellenza fino a quando l’inglese non la soppianterà nella seconda metà del Novecento.

Negli ultimi decenni tutti sentiamo l’invasione di termini inglesi nei settori lavorativi, scientifici, informatici. Le parole inglesi sono spesso entrate nel vocabolario della lingua italiana nella forma originaria.

Nonostante tutti questi influssi, «la componente latina, comunque, costituisce il 52% circa del vocabolario di base dell’italiano e rappresenta il suo nucleo originario più conservativo e antico. Delle circa 35.000 parole di etimo latino, quelle ereditarie sono appena 4574 (pari al 14%), quelle attinte dal latino in epoche diverse oltre 30.000 (pari all’86%)» (Enciclopedia Treccani). L’italiano è, in effetti, la lingua neolatina più vicina al latino.

L’etimologia è un’affascinante disciplina che studia l’origine e l’evoluzione delle parole. Non di tutte le parole conosciamo l’etimo certo. Alcune volte può essere utile ricercare noi stessi un’etimologia diversa da quella che è sempre stata offerta. Propongo l’esempio di due termini: «persona» ed «individuo». I dizionari chiariscono che «persona» deriva dal latino persona che a sua volta dall’etrusco indica «la maschera teatrale». «Individuo», invece, dal latino individuus, ovvero non divisibile. Se, però, tralasciamo per un istante il tradizionale etimo dei due termini e proviamo noi a offrire una possibile radice, potremmo pensare a persona come colui che risuona nel rapporto con l’altro (da «per» e «sono») e all’individuo come a colui che si concepisce viduus ovvero vedovo, orfano, privo di legami e relazioni. La persona vive in una trama di rapporti, mentre l’individuo si concepisce autonomo e solitario.

L’etimologia permette di comprendere meglio non solo il vocabolario, ma anche l’esperienza che viviamo. Che cosa comprendiamo sulla vigilia di Natale avvalendoci dell’etimologia? La vigilia era in latino il turno di guardia e al contempo la sentinella che faceva il turno di guardia la notte: vi erano diversi turni di guardia per permettere anche alle sentinelle di riposare. Allora la vigilia di Natale non indica solo il giorno prima del Natale, ma sottolinea anche l’attesa vigile del compimento di un evento. A Natale si porgono gli auguri. «Augurio» è la cerimonia con cui gli àuguri ricavavano presagi dall’osservazione. Il termine ha la stessa radice del verbo latino «augere» che significa «aumentare, accrescere, sviluppare». Quando facciamo gli auguri a qualcuno, auspichiamo che la sua vita possa essere più ricca di vitalità, di fecondità, di felicità.

L’etimologia permette di utilizzare in maniera corretta i sinonimi in relazione ai registri linguistici e ai livelli più o meno alti del discorso. Ad esempio, è possibile introdurre durante le lezioni di italiano la rubrica «una parola a settimana». Studiamo il vocabolo «rinviare», che deriva dal prefisso «re» che indica «di nuovo» e «inviare» che vuol dire «mettere in via» (dal latino tardo). «Rinviare» significa, quindi, «rimandare» o «spostare ad altra data». Possibili sinonimi di etimo latino sono «dilazionare» (da «dis» e «latus» participio passato di «fero» che significa «portare» ovvero l’azione di portare più in là) e «differire» (sempre da «dis» e «fero», cioè portare). Verbo ancora più elevato per registro è «procrastinare» (da «pro» ovvero «avanti», «crastinus» cioè «relativo a domani») ovvero in forma letterale «l’azione di rinviare al giorno dopo». Sempre provenienti dal latino abbiamo «prorogare» che significa «differire nel tempo la scadenza di qualcosa» e «ritardare», cioè «rimandare a più tardi». Si comprende, allora, che l’attività che si può svolgere a livello lessicale a partire dalla conoscenza del latino non concerne solo la possibilità di comprendere meglio il significato autentico di un vocabolo, ma riguarda anche l’opportunità di utilizzare in maniera corretta sinonimi.  (La nuova bussola quotidiana del 6-5-2018)

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