La parola possiede una capacità incredibile di rievocare immagini, fatti, emozioni. Pensiamo che il termine «parola» deriva da «parabola», che a sua volta proviene da un verbo greco che significa «mettere a confronto, paragonare». La parabola è, infatti, un genere letterario che consiste nel racconto di un fatto o di una storia per comunicare un concetto più complesso. La parola è, quindi, in sé e per sé già un racconto, una storia, la rievocazione di un’avventura, di una vicenda umana, che nasconde in sé l’affermazione di un significato e di un senso.

I Latini pensavano che il termine «nomen» derivasse etimologicamente da «omen», cioè che la parola indicasse in sé il destino dell’oggetto o della persona, le sue caratteristiche specifiche. «Nomina sunt consequentia rerum», ovvero «i nomi sono conseguenza della realtà delle cose». Per questa ragione è fondamentale comprendere l’etimo primo di un termine, proprio per cogliere il fine, il destino, la prospettiva di compimento.

Ma come è possibile capire il senso di una parola, appropriarsi del significato profondo di un termine o magari comprendere che il senso vero di un’espressione è radicalmente diverso da quello che fino a quel momento si era pensato?

La conoscenza del Latino illumina il linguaggio e le parole. La lingua e la parola raccontano la storia di una civiltà, dell’evoluzione umana, della cultura di un popolo.

Pensiamo al vocabolo «cultura». Il fascino di una parola risiede nel fatto che essa racconta una parte dell’avventura umana. Il verbo latino «colo», che è alla base della parola «cultura», sottolinea e descrive il passaggio dell’uomo dalla condizione nomade a quella sedentaria. Il verbo significa «coltivare», «abitare», «venerare». Un popolo che diventa sedentario ha imparato a coltivare la terra, la abita e venera le divinità del luogo. Nel termine «cultura» risiede questo radicamento nelle proprie origini e nella propria terra, senza il quale non è possibile crescere. Da questo radicamento scaturisce la possibilità di trarre linfa vitale, di germogliare, di crescere nel fusto e di dare frutti buoni. Capiamo allora che la cultura non ha a che fare con la conoscenza di tante componenti della realtà, ma deriva da un passato (il terreno in cui siamo cresciuti, la tradizione) e si apre ad una domanda sul presente e sul futuro. La parola «cultura» coinvolge non solo la sfera della materialità (l’aspetto fisico, concreto, pragmatico dell’uomo), ma anche la componente religiosa, include la questione dell’uomo e del suo rapporto con il destino, ovvero le grandi domande dell’uomo.

Potremmo anche affermare che il fenomeno culturale si traduce in una capacità di giudizio sul presente e sulla realtà e approda ad una speranza sul futuro radicata nel presente. Un’incursione nella cultura e nell’arte mondiali farebbe emergere fin da subito il loro carattere religioso e metafisico.

Senza il latino è impossibile arrivare a comprendere pienamente che una cultura relativistica non è davvero cultura, perché manca di un radicamento in un terreno e non permette, quindi, alla pianta di crescere.

Ecco altri esempi che ci permettono di capire come il latino illumini il linguaggio e, nel contempo, illumini anche la vita.

Rimaniamo ancora nell’ambito dello studio, della cultura e della scuola. In uno dei primi articoli ragionavamo sul fatto che la parola «studio» (dal termine latino studium) documenta la passione, lo zelo, l’applicazione, mentre il termine «interesse» (dal verbo latino intersum, ovvero «sono in mezzo», «partecipo» che nella forma impersonale interest significa «interessa») indica che la mia persona partecipa, c’entra con l’attività che sta svolgendo. L’etimo della parola «interesse» sfata allora uno dei luoghi comuni della scuola e dello studio, cioè il fatto che l’interesse nasca prima dello studio (fatto talvolta vero).

E ora vediamo due termini come «vacanza» e «scuola» che sono da sempre sentiti come contrapposti non solo dai giovani, ma anche dagli adulti. «Vacanza» deriva da un verbo latino (vaco) che significa «sono libero da qualcosa per dedicarmi a qualcosa d’altro». «Scuola» deriva dal latino «schola» che, a sua volta, deriva da un termine greco che in antichità voleva dire «tempo libero» e, che, poi, ha indicato «il luogo in cui si trascorre il tempo libero». Solo più tardi è diventato il luogo in cui si dibattevano questioni filosofiche e culturali o si leggevano testi. Il tempo della vacanza è allora per eccellenza il momento in cui l’adulto e il giovane sono liberi dalle solite occupazioni per dedicarsi ad altro, magari a quelle passioni e a quegli interessi a cui non ci si può dedicare con troppa cura durante l’anno. Le vacanze sono l’occasione per affermare e seguire quanto di bello uno ha incontrato o viceversa per essere provocati dal fatto che non si è ancora incontrato o riconosciuto qualcosa di grande nella vita e allora questa constatazione può diventare provocazione del fatto che vada cercato. In pratica, da come si utilizza il proprio tempo libero spesso si comprende che cosa ci interessa e ci sta davvero a cuore. La vacanza implica, quindi, una scelta.

Anche il verbo «leggere» comporta una scelta. Il verbo latino «legere» significa raccogliere, scegliere, eleggere. Il verbo ha in sé il valore di selezionare, amare, prendere qualcosa in mezzo ad altro. La lettura inizia, quindi, nella scelta che avviene tra i banchi di scuola o nelle librerie. Non tutto ciò che leggiamo forma ed educa, cioè non tutti i libri aiutano a crescere. Alcuni romanzi o saggi possono essere profondamente diseducativi. (La nuova bussola quotidiana del 28-4-2018)

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