Se vogliamo davvero motivare un giovane allo studio del Latino, dobbiamo destare in lui una passione, dobbiamo motivarlo ad un «interesse» presente. Il ragazzo potrà, così, verificare che quanto sta affrontando c’entra con la sua persona. Altrimenti lo sforzo che compiamo per indurlo ad applicarsi sarà, probabilmente, poco proficuo. Leopardi osservava nello Zibaldone che «proporre al fanciullo (per esempio negli studi) uno scopo lontano (come la gloria e i vantaggi ch’egli acquisterà nella maturità della vita o nella vecchiezza, o anche pur nella giovinezza), è assolutamente inutile per muoverlo (onde è sommamente giusto ed utile l’adescare il fanciullo allo studio col proporgli onori e vantaggi ch’egli possa e debba conseguire  ben tosto, e quasi di giorno in giorno, ch’è come ravvicinare a’ suoi occhi lo scopo della gloria e dell’utilità degli studi…)».

La tendenza a procrastinare la felicità al futuro sino a giungere al desiderio di conseguire la felicità dai posteri si accentua sempre più man mano che l’uomo cresce e si fa adulto ed è pressoché assente nel bambino che pensa sempre al presente e riesce a concepire il futuro solo come l’attimo immediatamente su0ccessivo.

E allora, chiediamoci, come è possibile spronare lo studente con una ricompensa, con un premio vicino, immediato, non proiettato nel futuro lontano? Davvero la ricompensa al presente per lo studente non può essere altro che il voto, buono o scarso che sia? Non c’è altro che possa spronarlo e stimolarlo?

Proviamo a rispondere a questa domanda proprio con l’ausilio del latino. Partiamo dal significato di queste due parole, «studio»  e «interesse». Ogni parola nasconde sempre una storia, racconta delle ragioni, spiega la vita. «Studio» (dal termine latino studium) indica la passione, lo zelo, l’applicazione. Il termine «interesse» (dal verbo latino intersum, ovvero «sono in mezzo», «partecipo» che nella forma impersonale interest significa «interessa») indica che la mia persona partecipa, interviene, c’entra con l’attività che sta svolgendo. L’etimo della parola «interesse» sfata uno dei luoghi comuni della scuola e dello studio, cioè il fatto che l’interesse nasca prima dello studio (fatto talvolta vero): nella maggior parte dei casi la passione o l’interesse scaturisce da una partecipazione, da un coinvolgimento, dal fatto che io mi metto in mezzo.

Allora, proviamo a rispondere alla domanda «perché studiare?» o, meglio, «quando accade che uno studente studia?» (cioè, nel senso profondo dell’espressione, affronta l’avventura affascinante della conoscenza).

In primo luogo, se lo studente coglie amore e passione nell’insegnante, potrà non capire all’inizio, ma è preso dal fascino della bellezza che l’insegnante ha incontrato e che cerca di comunicare anche agli studenti. Questo fascino e questa bellezza sono il metodo, la giusta strada, perché il ragazzo studi, consegua buoni risultati. Ho sentito genitori stupiti del fatto che a cena i loro ragazzi parlassero della Commedia, la utilizzassero per discutere e per spiegare la vita. Come della Commedia, potremmo dire anche di film, di autori, di filosofi e quant’altro. La bellezza colpisce. Ogni materia ha in sé già tutto quanto è necessario perché possa conquistare il ragazzo. Il docente che è innamorato della sua materia lo sa, non deve inventarsi strategie particolari, ma solo raccontare e spiegare con l’amore che lui ha nel cuore. Come quando uno è innamorato di una donna, non deve inventarsi nulla. Se la presenta ad altri, la presenterà con tutto l’entusiasmo e l’amore che prova per lei. Dall’avventura dell’incontro con un aspetto della realtà nasce l’interesse nel ragazzo.

In secondo luogo, nell’avventura della conoscenza è fondamentale che si crei un rapporto affettivo tra l’insegnante e lo studente. La scuola è spesso sentita dai ragazzi come una prigione, perché è percepita come asettica, anonima. L’insegnante appare così solo come un mediatore di conoscenze.

In una lettera al fratello Theo, dopo aver descritto la propria condizione esistenziale paragonandola a quella di un uccellino in gabbia, Van Gogh afferma: «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita».  Ne Il piccolo principe Antoine de Saint Exupery (1900-1944)  presenta una volpe che, una volta addomesticata dal ragazzo, inizierà ad apprezzare i campi di grano dorati, perché gli ricordano il colore dei capelli del principe. Quando sei colpito da qualcuno e inizi a volergli bene, allora scopri una parte di realtà fino ad allora sconosciuta. Il rapporto diventa metodo, strada, chiave di accesso, finestra sulla realtà. In un certo senso, per l’uomo tutto ciò che non è amico e non è conosciuto è come se fosse nemico, non valorizzato, non utile per la vita e per la crescita. «Non si conoscono che le cose che si addomesticano», ma per addomesticare occorre tempo. Purtroppo, «gli uomini non hanno più il tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici».

L’affettività può sanare la frattura tra una volontà fragile e malata e una ragione che, se utilizzata senza incrostazioni, sa discernere il bene dal male. La responsabilità del ragazzo si configura così come una risposta ad una realtà incontrata, come un movimento del proprio «io» che si mette in azione, esce da sé e va verso l’altro. In questo movimento di uscita da sé l’io scopre la dinamica fondamentale della persona come rapporto strutturale con un altro. Che cosa guadagno dallo studio? Il colore dei campi di grano. Come nell’amicizia, guadagno e scopro un pezzo di realtà, guadagno e scopro un pezzo di me.

In terzo luogo, per quest’avventura della conoscenza occorre qualcuno che ti accompagni, un maestro, che ti prenda per mano, che ti introduca nel percorso dell’incontro con la disciplina. Nel canto III dell’Inferno Dante è di nuovo spaventato di fronte all’epigrafe sopra la porta d’accesso. Allora Virgilio lo prende per mano e lo immette dentro le «secrete cose» (la realtà da scoprire) «con lieto volto» (con speranza e letizia).

La stessa cosa accade quando ci rechiamo a teatro per assistere per la prima volta alla visione di un’opera lirica. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci introduca a quest’arte, che ci avvicini allo spettacolo. Così accade anche per la musica, per la letteratura, per la filosofia, etc. Occorre la presenza di una persona che ci faccia capire che valga la pena aprire una finestra su quella parte di realtà ancora sconosciuta.

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