Che cosa pensava Penelope nella lunga attesa del marito Ulisse, impegnato nella guerra di Troia per dieci anni e per altrettanti errante nel Mare Mediterraneo? Che cosa meditava la matrigna Fedra, innamorata del figliastro Ippolito, per indurlo a cedere ad un amore impossibile e incestuoso? Che cosa poteva scrivere Medea all’amato Giasone che l’aveva abbandonata dopo che lei, tradita la patria, il padre e il fratello, lo aveva aiutato a rubare il vello d’oro dalla Colchide?

Ovidio riprende le grandi eroine dell’antichità e le mette in scena, dona loro la parola o, meglio, la penna. S’immagina che loro esprimano le loro ragioni o si discolpino o ancora tentino per un’ultima volta di trattenere gli uomini che amano o di ricondurli a sé. Le grandi eroine del passato scrivono delle lettere agli amati. Nascono così le Heroides, opera elegiaca al femminile, improntata al tema dell’assenza dell’amato, al tono nostalgico per un passato felice. Disdegno, desiderio di vendetta, imprecazioni e maledizioni raramente emergono nelle parole delle eroine.

Quindici lettere di donne dell’antichità aprono la raccolta: Penelope ad Ulisse, Fillide a Demofoonte, Briseide ad Achille, Fedra ad Ippolito, Genone a Paride, Ipsipile a Giasone, Didone a Enea, Ermione a Oreste, Deianira a Ercole, Arianna a Teseo, Canace a Macareo, Medea a Giasone, Laodamia a Protesilao, Ipermestra a Linceo, Saffo a Faone. Seguono altre lettere indirizzate da personaggi famosi mitici alle loro donne (Paride ad Elena, Leandro a Ero, Aconzio a Cidippe), accompagnate in questo caso dalle risposte.

Un esperimento artistico decisamente innovativo nel panorama letterario, sia perché rende protagonista la psicologia femminile sia perché conferisce dignità letteraria alle lettere. Certo esistevano già epistolari famosi, si pensi a quello di Cicerone indirizzato ad Attico, ma la novità risiede qui nella finzione letteraria innestatasi sul mito antico. Ovidio accoglie e rielabora con grande raffinatezza molteplici fonti antiche, anche le più sconosciute, e si avvale degli autori antichi (Omero, Saffo, i tragici greci), di quelli alessandrini (su tutti Callimaco) e dei più moderni (Catullo, Virgilio, Orazio).

Spesso nelle lettere compare un iter che ripercorre le tappe della vicenda sentimentale: l’incontro della donna con l’eroe, l’innamoramento, il distacco, il tentativo disperato della donna di richiamare a sé l’amato, la morte della protagonista e l’epitaffio finale. Ovidio guarda le vicende non più dalla prospettiva dell’eroe, ma della donna abbandonata che diventa l’eroina della vicenda. È un punto di vista totalmente nuovo.

I Greci avevano creato la civiltà degli eroi, formati secondo un ideale educativo ispirato alla Kalokagathia, cioè alla bellezza esteriore e alla nobiltà d’animo, alla formazione della mente combinata con l’esercizio fisico. Nell’eroe, bello nel corpo, formato dagli esercizi e disposto a morire per la polis o per la gloria, si trovava questa mescolanza di bellezza esteriore ed interiore (moralità). I Greci, che credevano in dei non certo buoni o pietosi, avevano creato nella letteratura figure granitiche, coerenti, la cui eroicità era ben più dignitosa della capricciosa immortalità divina. Soggetto alla Moira o destino, l’eroe greco non conosceva quella piena libertà di cui avrebbe dato testimonianza la successiva tradizione cristiana.

Nella tradizione letteraria greca grandi eroi hanno combattuto per la patria con la loro forza erculea, abbinata ad un comportamento irreprensibile. Così nell’Iliade, poema omerico dedicato alla guerra degli Achei contro Troia, ci appare Achille, eroe fortissimo, imbattibile, con la sola debolezza del tallone. Così ci appare Aiace Telamone, il secondo più grande nel campo greco, colui al quale erano destinate le armi di Achille dopo la morte. Le armi gli furono, però, sottratte con l’inganno dall’astuto Ulisse.

Ovidio mette così in luce la debolezza degli eroi, che risiede spesso proprio nel loro mancato esercizio della libertà.  Un esempio bellissimo è la lettera che Didone invia ad Enea prima del suicidio. La regina cartaginese apre il testo con le seguenti parole: «Accogli, discendente di Dardano, il carme di Elissa che sta per morire: quelle che leggi sono le ultime parole che ti vengono da me».

Poi, la regina ricorda la vergogna e l’infamia che si è procurata per aver ceduto all’amore e al fascino di Enea: «Avendo gettato via con disonore la mia buona reputazione dovuta ai meriti e la purezza del corpo e dell’anima, è cosa da poco sprecare delle parole. Ormai sei deciso, Enea, ad andartene e ad abbandonare l’infelice Didone».

Un’analisi attenta condotta sul testo latino virgiliano mostrerebbe le somiglianze tra i versi ovidiani e quelli dell’Eneide («Non t’interessano né Cartagine fondata di recente, né le mura che stanno crescendo, né il potere supremo affidato al tuo scettro»), nonché le differenze. Se la Didone virgiliana si augura che Enea possa scontare le sue colpe bevendo fino in fondo l’acqua salata, l’eroina di Ovidio teme all’inizio che lo sposo possa morire annegato. Poi, i toni della donna s’inaspriscono con lugubri presagi di morte per un uomo che ha violato ogni genere di giuramento: «Così avventatamente ti affidi alle acque che hai sperimentato tante volte? Anche se tu sciogliessi gli ormeggi con un mare invitante, molte sono le sciagure che riserva la vasta distesa del mare. E certo non giova, a chi si avventura nelle acque, aver violato giuramenti: quel luogo esige che si paghi il fio del tradimento, soprattutto quando si è offeso l’amore, poiché si dice che la madre degli Amori sia nata nuda dalle acque di Citera».

Didone rimprovera Enea rammentandogli il tradimento: «Fuggi ciò che è fatto e desideri ciò che è da farsi. Senti di dover cercare un’altra terra nel mondo, dopo averne già cercata una. Anche se la trovi questa terra, chi te ne darà possesso, chi consegnerà a degli sconosciuti i propri terreni da occupare? Un altro amore, un’altra Didone e altre promesse dovrai fare, per poter tradire di nuovo».

Didone mostra tutta la sua dedizione e il suo amore che non è confrontabile per fedeltà e per intensità a quello di nessun’altra donna: «Quando avverrà che tu fondi una città simile a Cartagine e che tu possa guardare il tuo popolo dall’alto della rocca? Anche se tutto ciò si avverasse e gli dèi non ritardassero il tuo desiderio, dove troverai una moglie che ti ami così? Brucio come le fiaccole di cera impregnate di zolfo, come l’incenso delle devozioni versato sui roghi fumanti».

L’amore per Enea cresce nonostante la sua slealtà e infedeltà («Non odio Enea, benché mediti il mio male, ma lamento la sua slealtà e, pur lamentandomi, lo amo di più»). Enea è duro e insensibile come le belve più feroci, come le alte rupi. Sta fuggendo nonostante le tempeste infurino. Forse odia Didone se fugge rischiando di morire tra le onde agitate? La cartaginese scongiura Enea perché non parta, non vuole che muoia.

Didone accusa Enea di mentire su tutto e non è certamente lei la prima a subire il suo tradimento. Anche la troiana Creusa, madre di Iulo, è stata abbandonata da Enea ed è morta in solitudine. Gli dei puniranno Enea, ne è certa Didone. Didone si pente di non aver rispettato il giuramento pronunciato sulle ceneri del primo marito Sicheo. Ricorda i momenti in cui ha ceduto e si è concessa al troiano («Ha segnato la mia rovina quel giorno in cui un grigio temporale ci spinse, per un acquazzone improvviso, nella cavità di una grotta»).

Ora si prepara alla morte e a ritornare finalmente dal primo marito. Ma la regina cartaginese non si arrende: svela ad Enea che probabilmente attende un figlio da lui, destinato a morire insieme alla madre votata al suicidio. Infine, offre ad Enea di nuovo il regno, le ricchezze e le conquiste dei popoli vicini:

«Lascia il tuo peregrinare e accetta piuttosto in dote, questo popolo e le ricchezze di Pigmalione che ho portato con me. Trasporta più opportunamente Ilio nella città tiria e prendi infine il posto e lo scettro sacro di re! Se il tuo animo è avido di guerra, se Iulo cerca da dove poter trarre trionfi con il suo impeto guerriero, gli procureremo un nemico da battere, perché non gli manchi nulla: questo luogo dà spazio a leggi di pace, ma anche alle armi».

Se Enea non la desidera come sposa, la accetti almeno come ospite. In caso contrario che si scriva questo epitaffio sulla tomba di Didone: «Enea fornì il motivo della morte e la spada; Didone si tolse la vita con la sua stessa mano».

Giovanni Fighera

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