Enea è il personaggio che più di ogni altro incarna la tradizione romana, il mos maiorum, la pietas, ovvero la riverenza nei confronti di quanti ci sono superiori (gli dei, i genitori, il comandante, il maestro), la religio, ovvero la ritualità, e la fides, cioè la lealtà e la fedeltà. Nel contempo, si differenzia dagli altri eroi romani perché cerca la risoluzione non con la guerra, ma dapprima attraverso vie alternative, più diplomatiche e ragionevoli.

Nell’Eneide Virgilio lo rende interprete del tentativo di Augusto di far scordare il tragico periodo delle guerre civili. L’Imperatore promosse quella pax che da lui avrebbe preso il nome. Per questo Virgilio non scelse come suo eroe Romolo, colpevole di essersi macchiato di un atroce fratricidio che avrebbe potuto rammemorare nei lettori i recenti scontri tra Ottaviano e Marco Antonio.

Virgilio non scelse, però, neanche Augusto come forse aveva meditato inizialmente. Scelse il pio Enea, devoto alla famiglia, alla patria, alla civitas. Per un progetto comune, a lui ancora ignoto, su comando degli dei, Enea abbandona i propri interessi, sacrifica il proprio amore (la cara Didone da lui sposata segretamente a Cartagine) e parte.

Il viaggio accompagna il lettore nei primi sei libri (i cosiddetti libri odissiaci). Approdato a Cartagine, terra della regina Didone, Enea racconta in un lungo flashback la distruzione della città di Troia, la peregrinazione attraverso terre lontane e a lui sconosciute, dalla Tracia fino a giungere alle coste africane.

Affascinata dall’eroe troiano e presa dal racconto, Didone si innamora di lui e lo sposa. In sogno, però, Mercurio invita Enea ad abbandonare quella terra per lidi lontani. La sua partenza provocherà il suicidio della regina, che prima di morire lancerà una maledizione sulla discendenza di Enea e profetizzerà l’inimicizia tra il proprio popolo e quello dell’eroe troiano. Celebrati i funerali del padre Anchise in Sicilia, Enea approderà sulle coste laziali e dopo innumerevoli scontri con le popolazioni autoctone fonderà i primi nuclei abitati, preludio alla nascita della futura Roma.

Sarà nel sesto libro che Enea apprenderà nei Campi Elisi dal padre Anchise il futuro della sua dinastia e la gloria che spetterà a Roma e a tutti quanti hanno bene meritato nei confronti della patria.

Il pio Enea, che ha salvato il padre Anchise, che ha lasciato la moglie Didone per seguire il messaggio del dio Mercurio, che ha combattuto perdendo fidi compagni rappresenta l’ideale di uomo romano, dedito allo Stato e alla patria, non proteso su se stesso, ma disposto ad abbandonare tutto per la realizzazione di Roma, di un grande Impero, così come voleva il programma augusteo di richiamo al mos maiorum.

In lui si compenetrano il senso dell’appartenenza ad una collettività e la responsabilità per la missione affidatagli dagli dei, quella di ricostruire la patria distrutta dai Greci e che, come in una nemesi storica, conquisterà quella terra, la Grecia, che aveva distrutto la vecchia patria.

Nel contempo, la rappresentazione dell’Ade virgiliano (VI libro dell’Eneide) con la descrizione del Tartaro per chi ha agito male e dei Campi Elisi per quanti hanno operato per il bene dello Stato ben si presta a corroborare la visione del mondo romana.

Con l’Eneide che Virgilio non sottopose al labor limae, perché morì prima (19 a. C.), siamo giunti ormai alla pienezza dei tempi, prossimi all’avvento del Messia. (La nuova bussola quotidiana)

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