Se Catilina è l’assoluto protagonista della monografia sallustiana De Catilinae coniuratione, non è certo l’unico personaggio che si staglia come un grande di quegli anni che videro il tentativo di sradicare la libertà repubblicana. Catone è senz’altro uno degli attori più significativi ed indiscussi della monografia sallustiana, insieme a Cesare.

Nato a Roma nel 95 a.C., discendente di Catone il Censore, ebbe importanti incarichi militari e politici (questura e tribunato della plebe). Durante la guerra civile scoppiata tra Cesare e Pompeo nel 49 a.C. Catone militò nell’esercito di quest’ultimo, ritenendolo un miglior garante della res publica e del senato.  Amante della libertà, esempio di virtù stoica, Catone si suicidò ad Utica, dopo che l’esercito di Pompeo venne sconfitto a Tapso nel 46 a.C.

Catone aderiva alla filosofia stoica, secondo la quale il saggio doveva in qualsiasi modo procurare il bene per la collettività. Soltanto nel momento in cui non gli fosse più consentito favorire l’affermazione del Logos nel mondo, a causa della situazione politica e della mancanza di libertà, al saggio era consentito il suicidio. In chiave storica il suo gesto può essere compreso in questa prospettiva.

Il 5 dicembre del 63 a. C. Cicerone convocò il Senato per deliberare sulla pena da infliggere ai congiurati. Giunio Seiano, console designato, sostenne dapprima la condanna a morte per poi propendere per una posizione più attendista (cap. 50 del De Catilinae coniuratione).

Prese poi la parola Cesare (cap. 51). Il suo discorso, ampio e articolato, proponeva l’incarcerazione e la custodia dei colpevoli in municipi attrezzati al caso, la confisca dei loro beni. Cesare si mostrava consapevole dell’estrema pericolosità dell’attentato, ma si rendeva interprete di una posizione moderata. Lo Stato non poteva prendere decisioni che contraddicessero la legge. Per questo da retore esperto Cesare adduce esempi storici tratti dalla storia romana e da quella greca, dall’antichità come dall’epoca più recente. Il tono del discorso, pacato, trasmette la sicurezza del retore nell’asseverare le sue convinzioni.

Per ultimo prese la parola Catone contrapponendosi nettamente a Cesare: 
“Radicalmente diverso è il mio orientamento, Padri Coscritti, quando considero i rischi che presenta la nostra situazione e quando esamino fra me e me i pareri espressi da alcuni”. 

Le sue parole si avvalgono di toni rigorosamente moraleggianti e sentenziosi:
Spesso ho deplorato il lusso e l’avidità dei nostri concittadini e per questa ragione mi sono inimicato molte persone. […] Ma adesso non stiamo discutendo se viviamo con buoni o con cattivi costumi, e neppure quanto sia grande e splendido l’impero del popolo romano, ma se tutto questo, comunque lo si giudichi, continuerà ad essere nostro o se invece, assieme con noi stessi, diventerà patrimonio dei nostri nemici.

Dopo trentasei paragrafi (a confronto con i quarantatré di Cesare) Catone propose la condanna a morte dei congiurati, basandosi sul mos maiorum, unica garanzia della salvezza dello Stato e del mantenimento della Res publica:
Visto che in seguito a un empio complotto di cittadini scellerati lo Stato è venuto a trovarsi in una situazione di pericolo gravissimo […], i rei confessi siano messi a morte secondo il costume degli antenati, come se fossero stati colti in flagrante a commettere un delitto capitale.

Sallustio esalta sia Cesare che Catone, interpreti di due posizioni differenti: uomo d’azione, abile condottiero e filodemocratico il primo, coscienza morale del suo tempo e rigido difensore del mos maiorum il secondo.

Senz’altro Sallustio, riconoscente e grato a quel Cesare nel cui esercito militò e che lo fece reintegrare in Senato dopo l’espulsione del 50 a. C., tentò di scagionarlo dall’accusa di aver partecipato alla congiura.

D’altra parte, lo storico mostra anche grande sintonia con il taglio morale di Catone, con il suo desiderio di ritorno ai valori dell’antichità. I discorsi in Senato di Cesare e di Catone mostrano la forza della persuasione dei grandi retori. Sono pochi coloro che possono condizionare la storia e influenzare le opinioni altrui.

Dante non mutuerà la figura di Catone dal De Catilinae coniuratione, bensì dalla Pharsalia di quel poeta Lucano che tanto apprezza e che ritiene tra i massimi. Ecco il ritratto tratteggiato nel secondo libro della Pharsalia (vv. 380-391):
Questo il carattere, questi i principi immutabili del duro Catone: conservare la misura, non uscire dai limiti, seguire la natura, dedicare la vita alla patria, credere di essere nato non per se stesso, ma per tutta l’umanità. Il banchetto era per lui far cessare la fame; uno splendido palazzo il tetto che lo proteggesse dall’inverno; una preziosa veste la toga ispida che gli coprisse il corpo al modo del quirite; il supremo bene dell’amore la prole; per Roma era un padre, per Roma era un marito, cultore della giustizia, custode dell’inflessibile onestà, valente nell’interesse comune; mai l’egoismo si insinuò ed ebbe parte nella condotta di Catone.

Rigoroso, sobrio, essenziale, altruista e sempre rivolto all’interesse della collettività, Catone rappresenta al contempo la fedeltà all’antico mos maiorum romano che la migliore manifestazione della virtus stoica greca.

Sulla scorta del personaggio lucaneo, modello di rigore e di spirito di abnegazione impareggiabile, Dante crea il guardiano del Purgatorio, un vegliardo solo, degno di riverenza e di ossequio, autorevole nello sguardo e nell’atteggiamento. Una persona che ha raggiunto il vertice dell’umano prima dell’incarnazione di Cristo, l’uomo in cui si sono concretate tutte le massime virtù umane. Per questo Catone è illuminato dalle quattro stelle che rappresentano le quattro virtù cardinali. Per questa ragione Dante applica una clamorosa deroga a Catone, unico tra i suicidi a non essere collocato all’Inferno nel canto XIII, nella selva ove si trova anche Pier della Vigna. (La nuova bussola quotidiana del 4-11-2018)

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