Nella sua Pharsalia, Lucano canta la guerra fratricida che contrappose Cesare e Pompeo dopo l’uccisione di Crasso per mano dei Parti. Il poeta latino non ci dice se fu un bellum iustum ma spiega che fu una guerra impari, perché si fronteggiarono un capo (Pompeo) che ha ormai disimparato «l’arte del condottiero» e un uomo (Cesare) «incapace di riposo», «aspro e indomabile».

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo il proemio dedicato a Nerone, Lucano ricerca le ragioni di una guerra tanto nefasta. Le cause sono chiare:

tu, o Roma, sei la causa dei tuoi mali, tu,

resa possesso comune di tre padroni, e i patti funesti di un dominio mai

prima affidato a tante persone. O malamente concordi e resi ciechi

da una eccessiva ingordigia, che giova mescolare le forze e tenere il mondo sotto

il vostro dominio? Finché la terra sosterrà il mare e l’aria la terra

e il sole continuerà a svolgere la sua lunga fatica e la notte terrà dietro al giorno

sempre con le medesime costellazioni, quelli che hanno in comune

un dominio non saranno mai leali fra loro e chi detiene il potere

non sopporterà di dividerlo con un altro.

Nessun altro popolo, a detta di Lucano, è mai arrivato a combattersi all’interno, nessun’altra gente ha combattuto una guerra fratricida. Cesare, Pompeo e Crasso, i tre padroni di Roma, hanno stipulato un accordo segreto per la spartizione del potere a Roma nel 60 a. C. con il primo triumvirato. In base a questa alleanza segreta Pompeo e Crasso avrebbero appoggiato Cesare nelle elezioni per il consolato del 59 a. C., il primo sostenendolo con la sua notorietà, il secondo finanziandolo grazie alle sue immense ricchezze. In cambio, se eletto, Cesare avrebbe riconosciuto la ricompensa delle terre ai soldati che per tanti anni erano stati fedeli a Pompeo nelle guerre e avrebbe ridotto di un terzo il canone d’appalto delle imposte della provincia d’Asia. Così Cesare venne eletto console. L’alleanza era, però, solo temporanea.

Non appena Crasso – che teneva

separate le crudeli armi dei capi – con la sua miseranda morte macchiò

di sangue latino l’assiria Carre, il disastro partico scatenò il furore

romano. O Arsàcidi, con quella battaglia avete ottenuto più di quanto

crediate: avete dato ai vinti la guerra civile.

Purtroppo, Giulia, giovane sposa di Pompeo e figlia di Cesare, scomparve prematuramente. Il precario equilibrio si ruppe e iniziò la lotta per il potere.

Infatti Giulia, rapita anzi tempo dalla crudele mano delle Parche, recò nel regno

dei morti il pegno dell’unione del sangue e le torce nuziali divenute

funeste con un sinistro presagio che se il destino ti avesse concesso un

più lungo periodo di vita, soltanto tu avresti potuto trattenere

da un lato il marito, dall’altro il padre, entrambi impazziti, ed unire

le loro mani armate, dopo aver strappato ad essi il ferro, come le Sabine,

gettatesi nel mezzo della mischia, unirono i generi ai suoceri.

Con la tua morte invece la lealtà venne spazzata via e fu consentito

ai capi di muover guerra.

Lucano sostiene che i Parti uccidendo Crasso hanno ottenuto più di quanto sperassero, perché hanno posto i due rivali l’uno di fronte all’altro, i due eroi negativi della Pharsalia.

Pompeo aveva ricevuto l’epiteto «Magno» per le vittorie contro Mitridate, re del Ponto, contro i pirati, contro i gladiatori di Spartaco, contro il rivoltoso Sertorio. Aveva, quindi, contribuito in maniera considerevole alla salvezza della patria. Nel 52 a. C. era stato designato consul sine collega, unico console in un momento particolarmente drammatico per la storia romana. In tre versi Lucano lo presenta ora come una persona che non vuole perdere il prestigio ed essere oscurato dal nuovo astro nascente della politica romana:
tu, o Grande, temi che le nuove imprese dell’avversario oscurino i tuoi

antichi trionfi e che la gloria conseguita nella guerra contro i pirati

sia superata da quella derivante dalla conquista delle Gallie.

Anche Cesare è mosso dal potere e dal desiderio di occupare finalmente il primo posto:

tu, invece, sei sollecitato dalla lunga consuetudine con le fatiche della guerra

e dalla Fortuna che non tollera di occupare il secondo posto: né Cesare può

sopportare che qualcuno venga prima di sé né Pompeo che qualcuno gli stia accanto.

È un bellum iustum quello combattuto tra i due potenti? Chi dei due ha ragioni più giuste? Non è lecito saperlo, secondo Lucano. Di certo, è stata una guerra impari, perché si sono fronteggiati un capo (Pompeo) che ha ormai disimparato «l’arte del condottiero» e che «faceva affidamento sulla fortuna di un tempo» «senza allestire nuove forze» e dall’altra parte un uomo (Cesare) «incapace di riposo», «aspro e indomabile»,  che «scatenava la sua violenza dovunque lo chiamasse la speranza o l’ira». Quest’ultimo sarà il vincitore, lo anticipa da subito Lucano, il primo sarà il vinto. «La causa del vincitore piacque agli dèi, quella del vinto a Catone».

Pompeo verrà rappresentato nel suo splendore di un tempo, di quando era stato salvatore della patria e definito Magno, solo in punto di morte, quando si comporta in modo nobile e coraggioso, sostiene il dolore pensando alla fama futura, all’ultima moglie (Cornelia Metella) e ai figli:

I secoli, che parleranno sempre dei travagli di Roma, mi stanno osservando

ed il futuro sta guardando da ogni parte del mondo

la nave e la fedeltà faria: la gloria deve essere, in questo momento,

il tuo unico pensiero. Un fortunato destino ha caratterizzato la tua lunga vita:

le genti ignorano se tu sei in grado di sopportare le avversità, se,

sul punto di morire, non ne dai prova. Non piegarti alla vergogna e non

addolorarti per chi adempie il volere del fato: da qualunque

mano tu venga colpito, pensa che è quella del suocero. Facciano pure a pezzi il mio

corpo e ne disperdano le membra: purtuttavia, o numi, sono felice

e nessuna divinità ha il potere di strapparmi questo bene. La sorte propizia

può cambiare nel corso della vita: ma non si diviene infelici quando si muore.

Cornelia e il mio Pompeo stanno guardando la mia uccisione:

con una capacità di sopportazione tanto più grande, ti prego, o dolore, soffoca

i gemiti: se il figlio e la sposa mi ammirano nel momento in cui vengo

assassinato, essi mi amano.

La bellezza e la fierezza del suo volto brilleranno ancor di più nei versi in cui Lucano descrive con toni macabri obbrobriosi il capo reciso dal corpo. Nonostante questi versi, il giudizio di Lucano sul Pompeo che ha intrapreso la guerra civile contro Cesare è categorico e negativo, perché il condottiero non combatte più per la collettività e per la difesa della patria, ma per il potere personale.

Vi è un solo personaggio eroico nella Pharsalia, quel Catone l’Uticense che ha aderito alla causa del perdente. La sua eroicità consiste nel rigore, nella sobrietà, nell’essenzialità, nell’altruismo, sempre rivolto all’interesse della collettività.

Catone rappresenta, al contempo, sia la fedeltà all’antico mos maiorum romano che la migliore manifestazione della virtus stoica greca. Così lo tratteggia Lucano nel secondo libro della Pharsalia (vv. 380-391):

Questo il carattere, questi i principi immutabili del duro Catone:

conservare la misura, non uscire dai limiti, seguire la natura,

dedicare la vita alla patria, credere di essere nato non per se stesso,

ma per tutta l’umanità. Il banchetto era per lui far cessare la fame;

uno splendido palazzo il tetto che lo proteggesse dall’inverno;

una preziosa veste la toga ispida che gli coprisse il corpo al modo del quirite;

il supremo bene dell’amore la prole; per Roma era un padre,

per Roma era un marito, cultore della giustizia,

custode dell’inflessibile onestà, valente nell’interesse comune;

mai l’egoismo si insinuò ed ebbe parte nella condotta di Catone.

(La nuova bussola quotidiana del 17-2-2019)

Commenta questo Articolo