Le parole di Seneca nel De brevitate vitae suonano di grande attualità, sembrano scritte per l’uomo contemporaneo sempre preso dalle incombenze, dagli impegni, sempre proteso in una dimensione in cui la vita, quella che si dovrebbe vivere e assaporare, è rinviata a un futuro che si crede di avere sempre a disposizione, mentre l’oggi è sempre occupato da mille impegni e lavori.

Scritto probabilmente dopo il ritorno dall’esilio (49 d. C.) e dedicato a un certo Paolino (forse Pompeo Paolino, prefetto dell’annona dal 48 al 55), il trattato approfondisce così un tema che è, in un certo senso, leit motiv di quasi tutta la produzione filosofica di Seneca.

Nel terzo capitolo Seneca scrive:

Sentirai i più dire: «Dai cinquant’anni mi ritirerò a vita tranquilla, il sessantesimo anno mi lascerà libero dagli impegni». E infine chi ricevi come garante di una vita più lunga? Chi permetterà che queste cose vadano come progetti? Non ti vergogni di riservarti i rimasugli della vita e di destinare ad un buon atteggiamento quel solo tempo che non potrebbe essere impiegato per nessuna cosa? Quanto è tardivo incominciare a vivere allora quando bisogna finire! Quale così stolta dimenticanza della mortalità rinviare ai cinquanta e sessant’anni le sagge decisioni e voler iniziare la vita dal punto al quale pochi l’hanno condotta».


Avrebbe notato Leopardi 18 secoli più tardi «che la tendenza a procrastinare la felicità al futuro sino a giungere al desiderio di conseguire la felicità dai posteri si accentua sempre più man mano che l’uomo cresce e si fa adulto ed è pressoché assente nel bambino. Questi non pensa che al presente e riesce a concepire il futuro solo come l’attimo immediatamente successivo al presente».

L’adulto, spesso, accantona il desiderio di essere felice, di vivere pienamente, si dimentica che l’unico tempo verbale davvero esistente è il presente, perché, come annota sant’Agostino nelle Confessioni, la memoria non è se non il presente del passato e la speranza è il presente del futuro.

La convinzione di Seneca è chiara. La vita non è breve, anche se uno dei maggiori filosofi dell’antichità, Aristotele (384 a. C. – 322 a. C.), sosteneva il contrario («La natura agli animali ha concesso tanto tempo che essi allevano cinque o dieci generazioni, mentre per l’uomo, generato per fini così numerosi e importanti, sussiste un limite tanto più ridotto»). Seneca polemizza anche con il più grande dei medici, ovvero Ippocrate (460 a. C. circa – 377 a. C.), secondo il quale «la vita è breve, lunga l’arte». Quindi, non soltanto il volgo, afferma Seneca, ma anche grandi menti sono cadute nell’equivoco che la vita sia breve. Eppure, ci è stata donata «una vita abbastanza lunga per «la realizzazione di grandissimi risultati» se soltanto la vita fosse spesa bene. Spendere bene la vita è il desiderio che dovrebbe animare ogni uomo. Ci ricordiamo di quanto desiderava Albert Schweitzer: «Una vita va spesa, vorrei che la mia fosse spesa e poi spesa bene».

Come l’uomo spreca la vita? Leggiamo ancora Seneca:

«Uno lo domina un’insaziabile avidità, un altro un’operosa attività tra inutili fatiche; un altro è madido di vino, un altro vive nel torpore per l’inerzia; un altro lo affatica l’ambizione sempre dipendente da giudizi altrui, un altro la precipitosa bramosia del mercanteggiare lo conduce con la speranza del lucro attorno a tutte le terre, a tutti i mari; alcuni li tormenta la passione della vita militare, sempre o impegnati nei pericoli per gli altri o ansiosi per i propri; ci sono alcuni che l’ingrato rispetto per i superiori logora in una volontaria schiavitù; molti li ha trattenuti o la ricerca della fortuna altrui o la lamentela della propria; i più, che non seguivano nulla di certo, una superficialità vagabonda e incostante e scontenta di sé ha sballottato attraverso nuove decisioni; ad alcuni non piace nulla verso cui dirigere la rotta, ma il destino li sorprende mentre marciscono e sbadigliano».


L’uomo spreca il proprio tempo, lo dilapida e arriva alla fine senza essersi accorto che la vita se n’è andata. Non è la vita a essere breve, ma siamo noi che la rendiamo tale cosicché alla fine «esigua è la parte di vita in cui viviamo». L’uomo è spesso lontano da se stesso, schiacciato dai vizi e dai beni, non riesce a guardare al fondo di sé alla ricerca del tesoro più prezioso. «Per quanti le ricchezze sono pesanti» oppure quante persone sono sempre impegnate a ostentare il proprio ingegno o impallidiscono per i piaceri in cui consumano il tempo. Preso com’è dalla cupidigia, di rado l’uomo riesce a «ritornare a se stesso», non si degna mai di guardarsi dentro, di ascoltarsi, di stare con se stesso. Ecco il paradosso dell’agire umano:

«Le persone non permettono che i propri poderi siano occupati da nessuno e se c’è una piccola contesa sulla misura dei confini, ricorrono ai sassi e alle armi: nella propria vita permettono che gli altri entrino, anzi in verità loro stessi fanno entrare addirittura i futuri possessori di essa. Non si trova nessuno che sia disposto a spartire il proprio denaro: la vita ciascuno a quanti la distribuisce! Sono impegnati nel conservare il patrimonio, non appena si è giunti alla perdita di tempo, sono molto prodighi in ciò di cui solo l’avarizia è onorata».

Sperperiamo il nostro tempo. Quante volte siamo stati coerenti con noi stessi, abbiamo davvero seguito un sogno, un desiderio, un progetto che avevamo nel cuore? Quanti giorni sono davvero trascorsi come avevamo pensato? Ciascuno di noi ha «meno anni di quanti ne conti». Quando abbiamo avuto davvero disponibilità di noi stessi? Presi da vani dolori, da sciocche letizie, da avide cupidigie, da oziose frequentazioni, dissipiamo il nostro tempo e moriamo prematuramente.

Quanta vita ha davvero vissuto anche quell’uomo che è arrivato fino ai cent’anni? Quanto tempo gli è stato portato via dal creditore, dall’amante, dalle liti con la moglie, dalle «punizioni degli schiavi», dal «correre in giro per la città per motivi di cortesia» e da un’infinità di altre ragioni! Siamo affaccendati in mille occupazioni, pubbliche e private, non ci preoccupiamo di noi stessi e di conoscerci. Così, anche quando fruiamo del tempo libero, finiamo per essere occupati da esso.

Seneca presenta una galleria di affaccendati illustri che consideravano il tempo libero, di cui non potevano usufruire, come il bene più prezioso: l’imperatore Augusto che desiderava l’esonero dalla vita politica nella speranza di poter godere il tempo per sé; Cicerone che malediceva il proprio consolato, si lamentava del presente e non aveva speranza per il futuro; Livio Druso, che rimpiangeva il fatto di non aver avuto vacanze neanche da piccolo.

Il monito di Seneca è sempre attuale:

«Vivete come destinati a vivere sempre, non vi viene mai in mente la vostra fragilità, non considerate quanto tempo è già passato; sprecate come da (un deposito) pieno e abbondante, quando nel frattempo forse proprio quel giorno che viene dato a qualche o persona o faccenda potrebbe essere l’ultimo. Come mortali temete tutto, come immortali desiderate tutto».

Un uomo grande («saggio» secondo il vocabolario di Seneca) non è estraneo alla vita e a se stesso, ma mette a frutto il proprio tempo.

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