Profonda è la somiglianza tra la condizione di Psiche che, allontanata dalla precedente felicità, sottoposta a una serie di vicissitudini, alla fine ritorna allo status primigenio, e la situazione di Lucio che, mosso dalla curiosità di superare i limiti del lecito fino a sperimentare la nefasta magia, dopo mille disavventure approda di nuovo ad avere sembianze umane.

In entrambe le vicende del Metamorphoseon libri XI (“Le Metamorfosi”) di Apuleio, come vedremo, è la divinità che offre la possibilità della redenzione e della salvezza, Amore nel caso di Psiche e Iside per quanto riguarda Lucio.

Scappato insieme a Carite, il protagonista viene di nuovo imprigionato dai briganti finché il fidanzato della ragazza fa ubriacare i manigoldi e fugge con l’asino e la fidanzata. La bestia continua, però, a subire sopraffazioni e violenze fino a che non muoiono i due proprietari.

Le peripezie non terminano qui: l’asino finisce in mano ai servi che lo vendono a sacerdoti dediti al culto della dea Siria; una volta che questi sono arrestati, Lucio diventa proprietà dapprima di un mugnaio, poi, in ordine, di un ortolano, di un soldato, di due fratelli (un cuoco e un pasticciere).

Alla fine del decimo libro il padrone della casa ove lavorano i due fratelli decide di far esibire l’asino dalla sensibilità umana in uno spettacolo circense. La prova che Lucio si accinge ad affrontare sarà di natura erotica, perché l’asino si dovrà unire carnalmente con una condannata a morte.

Siamo giunti, però, al termine delle disavventure dell’incauto asino, che, riuscito a sfuggire, giunto su di una spiaggia, si addormenta sfinito. Svegliatosi nel sonno, scorge la Luna e la invoca pregandola di potersi liberare dalle fattezze animalesche:

“O regina del cielo, o sia pure tu l’alma Cerere, l’antichissima madre delle messi […]; o anche la celeste Venere che all’inizio del mondo desti la vita ad Amore e accoppiasti sessi diversi propagando la specie umana con una discendenza ininterrotta[…]; o che tu sia Proserpina, la dea che atterrisce con i suoi ululati notturni, che nel tuo triplice aspetto plachi le inquiete ombre dei morti e chiudi le porte dell’oltretomba e vaghi per i boschi sacri, venerata con riti diversi, […] sotto qualsiasi nome, con qualsiasi rito, sotto qualsiasi aspetto sia lecito invocarti, soccorrimi in queste mie terribili sventure, sostienimi nella mia sorte infelice, concedimi un po’ di pace, una tregua dopo tanti terribili eventi, che cessino gli affanni, che cessino i pericoli. Liberami da quest’orrendo aspetto di quadrupede, rendimi agli occhi dei miei cari, fammi tornare il Lucio che ero.

E se poi qualche divinità che ho offesa mi perseguita con una crudeltà così accanita, mi sia almeno concesso di morire se non mi è lecito vivere” (Metamorphoseon libri XI).

Caduto di nuovo in un sonno profondo, l’asino sogna Iside, descritta dalle sembianze così belle che meritano di essere venerate dagli stessi dei. La lingua umana è povera e inadeguata a descriverne la bellezza. Tuttavia, Lucio si cimenta a declamarne il fascino:

“Anzitutto i capelli, folti e lunghi, appena ondulati, che mollemente le cascavano sul collo divino. Una corona di fiori variopinti le cingeva in alto la testa e proprio in mezzo alla fronte un disco piatto, a guisa di specchio ma che rappresentava la luna, mandava candidi barbagli di luce. Ai lati, a destra e a sinistra, lo stringevano le spire irte e guizzanti di serpenti e, in alto, era sormontato da spighe di grano.

Indossava una tunica di bisso leggero, dal colore cangiante, che andava dal bianco splendente al giallo del fiore di croco, al rosso acceso delle rose, ma quello che soprattutto confondeva il mio sguardo era la sopravveste, nerissima, dai cupi riflessi, che girandole intorno alla vita le risaliva su per il fianco destro fino alla spalla sinistra e, di qui, stretta da un nodo, le ricadeva sul davanti in un ampio drappeggio ondeggiante, agli orli graziosamente guarnito di frange”. (Metamorphoseon libri XI).

La dea Iside ha gli attributi della divinità: nella mano destra porta un sistro di bronzo e dalla mano sinistra, invece, pende «un vasello d’oro a forma di barca dal manico ornato da un aspide con la testa ritta e il collo rigonfio». È lei stessa a definirsi

“la madre della natura, la signora di tutti gli elementi, l’origine e il principio di tutte le età, la più grande di tutte le divinità, la regina dei morti, la prima dei celesti, colei che in sé riassume l’immagine di tutti gli dei e di tutte le dee” (Metamorphoseon libri XI).

Si tratta ancora di una religiosità politeistica: nel pantheon degli dei Iside ricopre, però, il posto principale. Mostratasi a Lucio, pietosa delle sue sventure, soccorrevole e benigna, Iside lo invita a smettere di piangere e di lamentarsi, a cacciare lontano il dolore, perché il momento della salvezza è vicino.

Il giorno seguente (il 5 marzo) è, infatti, consacrato a lei, da antica tradizione: è il giorno in cui «cessano le tempeste dell’universo, si placano i procellosi flutti del mare». La dea avvisa che, il giorno seguente, un sacerdote, in testa a una processione, intreccerà una corona di rose a un sistro.

Sarà quello il momento in cui Lucio potrà farsi largo tra la folla, cibarsi delle rose e riacquistare di nuovo le fattezze umane. Iside avverte in sogno anche il sacerdote, perché sappia come agire durante il rito.

Così il 5 marzo, durante la processione, dando credito al sogno, stupefatto per la realizzazione degli «avvertimenti divini», il sacerdote porge la corona alla bocca di Lucio, che se ne ciba. Si compie allora la metamorfosi da bestia a uomo:

“Là per là persi il mio brutto e animalesco aspetto, dapprima cadde l’ispido pelo, poi la grossa pelle si assottigliò, il largo ventre si restrinse, dalle piante dei piedi, attraverso lo zoccolo, spuntarono nuovamente le dita, le braccia non furono più zampe ma, rialzatesi, ripresero le loro funzioni, la testa ritornò eretta, il viso e il capo si arrotondarono, le orecchie da enormi che erano tornarono piccole come prima, i denti, grossi come ciottoli, ripresero dimensioni umane, infine la coda, quella coda che più d’ogni altra cosa era stata la mia ossessione, scomparve” (Metamorphoseon libri XI).

Ogni componente comica, presente nella prima metamorfosi, qui non solo è attenuata, ma  è anche del tutto eliminata. L’autore intende solo mostrare la grandezza della divinità di Iside, di fronte al cui miracolo la folla si prostra in adorazione.

Il sacerdote si rende allora interprete del significato della storia di Lucio, ormai giunto al porto della Quiete e all’altare della Misericordia, dopo varie traversie. Qual è il «sugo della storia» (per usare la celebre espressione manzoniana) della vicenda di Lucio? Lo comunica il sacerdote al protagonista:

“La nobiltà dei natali, i tuoi meriti personali, la cultura che hai non ti hanno giovato a nulla; ma giovane com’eri e intemperante, ti sei lasciato andare su una strada sdrucciolevole dietro passioni non degne e con la tua maledetta curiosità hai ottenuto proprio un bel risultato.

Comunque la Fortuna che è cieca, mentre ti tormentava con i mali peggiori, non si accorgeva, nella sua malignità, che ti stava conducendo alla beatitudine di questa religione. Se ne vada ora a infuriare altrove, cerchi altrove qualcuno su cui sfogare la sua crudeltà, dal momento che nulla di male può più accadere a coloro che hanno consacrato la vita al servizio della maestà della nostra dea. […]

Sia lieto, dunque, il tuo volto, come si conviene, ora che indossi questa candida veste e con passo trionfante accompagna la processione della dea salvatrice. Che gli increduli vedano, vedano e riconoscano il loro errore: eccolo, libero da tutti gli antichi affanni, felice della protezione della grande Iside, Lucio trionfa sul suo destino” (Metamorphoseon libri XI).

Nei giorni successivi il sacerdote richiama alla tranquillità Lucio spronandolo ad attendere il momento stabilito dalla dea per la prima iniziazione.

Finalmente giunge il giorno della celebrazione tanto attesa, in cui Lucio viene iniziato ai sacri misteri. Alla prima iniziazione seguono la seconda e la terza in modo tale che Lucio «possa essere felice e avere prosperità e bene» (Metamorphoseon libri XI).

Più tardi al protagonista appare in sogno anche Osiride che lo esorta «a continuare risolutamente la gloriosa professione di avvocato» senza lasciarsi intimorir «dalle calunnie malevoli nate soltanto dall’invidia» per la sua cultura e per i suoi studi. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 16 giugno 2019)

Commenta questo Articolo