Del più importante scrittore del secondo secolo d. C. non possediamo molte notizie certe. Molte sono dedotte dalle sue stesse opere.

Nacque intorno al 125 d. C. in Africa a Madaura (nell’attuale Algeria). Studiò a Cartagine e si trasferì ancor giovane a Roma, dove poté apprendere la retorica dal grande Frontone, come Apuleio stesso attesta nei Florida. Poi, ad Atene si formò dal punto di vista filosofico, interessandosi soprattutto al pensiero platonico. In Grecia Apuleio ebbe l’opportunità di conoscere l’arte magica e di iniziarsi ai Misteri Eleusini (Mitra, Demetra, Persefone).

Ritornato in Africa, ritrovò un suo ex compagno di studi di nome Ponziano e poco più tardi ne sposò la madre Pudentilla. Alla morte improvvisa di Ponziano i parenti di Pudentilla, in primis Sicinio Emilano, fratello del primo marito, ed Erennio Rufino, suocero di Ponziano, accusarono Apuleio di essersi avvalso delle arti magiche per plagiare la donna, indurla a sposarlo e, poi, impossessarsi della sua ricca dote.

Sottoposto a processo nel 158 a Sabrata, l’abile scrittore nonché avvocato riuscì a scagionarsi da ogni accusa con un’autodifesa poi trascritta nei codices col nome De magia e conosciuta come Apologia.

È molto probabile che l’orazione che oggi possediamo sia l’esito di un ampliamento e di un perfezionamento formale del discorso pronunciato in tribunale di fronte al proconsole romano Claudio Massimo. L’autodifesa doveva essere ben diversa, più ridotta, se pensiamo che il retore ebbe solo tre giorni per confutare i tre capi di accusa: la pratica della magia, atteggiamenti dissoluti e cupidigia di soldi.

Scrive Apuleio:
Siccome io leggo in numerosi autori, mago è nella lingua dei Persiani quello che è da noi il sacerdote; e allora qual delitto è dopo tutto essere sacerdote, avere la conoscenza, la scienza, la pratica delle ordinanze rituali, dei precetti della religione, delle regole del culto?

Questa è almeno la definizione che Platone dà della magia quando ricorda con quali discipline i Persiani educhino al regno il giovane principe.

Sfoggiando cultura, citando grandi autori e filosofi del passato, Apuleio sbeffeggia l’ignoranza degli accusatori, mostrando come quella che è additata come magia non sia altro che curiosità, cultura, passione per la conoscenza.

Ad un certo punto, però, per dimostrare in maniera inconfutabile la propria innocenza e smascherare l’ipocrisia altrui Apuleio propone l’apertura del testamento di Pudentilla cosicché sia evidente che lui non guadagnerebbe pressoché nulla dalla morte della moglie e dalla conseguente eredità:

“Dammi il testamento fatto dalla madre in favore del figlio […]. Massimo, fa’ rompere i sigilli, troverai che il figlio è istituito erede; a me è lasciata non so che piccola cosa, per semplice convenienza, acciocché, se le fosse toccato qualche male, non mi mancasse il titolo di marito nel testamento della moglie”. (Apologia 100).

Assolto dal processo, Apuleio godette di grande fama presso i contemporanei. Morì probabilmente verso il 170 d. C., anno nel quale si persero sue notizie.

Tuttavia, la sua notorietà non si spense. Grande avvocato, conferenziere di successo, filosofo neoplatonico (autore del De Platone et eius dogmate e del De deo Socratis), conservò attorno a sé il fascino del mago.

Quasi certamente il capolavoro di Apuleio, il Metamorphoseon libri XI, venne scritto dopo il processo, perché altrimenti lo scrittore avrebbe potuto discolparsi dalle accuse: l’opera è, infatti, incentrata sulle disavventure che capitano al protagonista per l’eccessivo interesse mostrato nei confronti della magia nera.

Apuleio era davvero un mago? Nell’Apologia lo scrittore depreca la magia nera, quella che, del resto, nel Metamorhoseon libri XI porterà il protagonista a trasformarsi in asino e a subire mille vicissitudini.

Invece, apprezza quella bianca, finalizzata al bene, «arte accetta agli dèi immortali», «pia e consapevole delle cose sacre» («pia et divini sciens»), intesa quasi come una possibilità di mettersi in comunicazione con le divinità, anche con quelle intermedie (i demoni di cui Apuleio scrive nel De deo Socratis):

“per un pregiudizio degli ignoranti […] quelli che indagano attentamente la provvidenza dell’universo e onorano grandemente gli déi sono volgarmente chiamati maghi, quasi sappiano fare accadere le cose che invece sanno che accadono, come furono una volta Epimenide, Orfeo e  Pitagora.

In seguito furono sospettati di magia le «Purificazioni» di Empedocle, il «demone» di Socrate e il «Bene» di Platone”.

Insomma, nel De apologia Apuleio confuta l’accusa di essere un praticante della magia nera e, nel contempo, esalta l’antico concetto di mago come cultore della scienza teologica. Probabilmente, nei suoi viaggi in Grecia Apuleio fu incuriosito e affascinato dalla magia, ma venne salvato dai culti misterici di Iside.

Nei secoli successivi si diffuse, però, la fama di Apuleio mago piuttosto che quella di convertito ai Misteri di Iside. Sant’Agostino, che conferì il titolo di Asinus aureus al Metamorphoseon libri XI, scrive nel 411 (o 412) nell’epistola 138 rispondendo all’epistola 136 di Marcellino:

“Chi non stimerebbe ridicolo il fatto che si cerca di paragonare o anche di preferire a Cristo un Apollonio e un Apuleio e altri versatissimi nelle arti magiche, per quanto sia più tollerabile quando lo mettono a confronto con questi personaggi che non con i loro dèi? Apollonio valeva molto di più, bisogna confessarlo, del protettore ed autore di tanti stupri che si chiama Giove”.

Sant’Agostino attacca le frodi dei maghi, esaltate dai pagani come superiori ai miracoli di Gesù, e difende il cristianesimo che ha demistificato l’inganno di certe dottrine e arti:

“La dottrina cristiana è chiamata nemica dello Stato perché ha smascherato e svelato a tutto il mondo la perversità e la falsità di questi demoni, per mezzo dei quali anche le arti magiche ingannano le menti degli uomini, perché ha distinto gli angeli santi dalla malignità dei demoni, perché ha ammonito di guardarsene e insegnato il modo come farlo?”.

Sant’Agostino affronta poi la figura di Apuleio dando per assodato che fosse un mago (fama che era ormai nel tempo divenuta acclarata per quello scrittore):
“Quanto poi ad Apuleio, per parlare soprattutto di lui, che essendo africano è più noto a noi Africani, con tutte le sue arti magiche non poté pervenire non dico ad essere imperatore, ma neppure un alto funzionario nei tribunali dello Stato, benché nato da nobile famiglia della sua patria, educato in modo liberale e dotato di grande eloquenza. Si dirà forse che in qualità di filosofo disprezzò di sua volontà questi onori?

Oh, no! […] Quel mago dunque fu ciò che poté essere per ottenere la felicità terrena; risulta chiaro quindi che egli non fu più grande, non perché non lo volle, ma perché non poté esserlo. Del resto si difese con somma eloquenza anche contro alcuni che gli avevano mosso l’accusa di praticare le arti magiche. Mi meraviglio quindi che i suoi elogiatori, che lo esaltano per aver operato con quelle arti non so quali miracoli, tentino poi di essere testimoni contro la sua difesa”. 

Sant’Agostino termina la lettera sostenendo che i maghi non sono in alcun modo paragonabili ai profeti, uomini di Dio («di gran lunga superiori per la celebrità dei grandi miracoli»), e ancor più a «Cristo del quale i Profeti […] preannunziarono la venuta».

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