Nel 66 d. C. esplose la rivolta giudaica in seguito al prelievo forzoso dal tesoro del Tempio ad opera del procuratore romano Gessio Floro. I Giudei soppressero i sacrifici quotidiani offerti nel Tempio in onore dell’imperatore e misero in atto sommosse a seguito delle quali il procuratore romano si trasferì a Cesarea.

Il legato di Siria, Cestio Gallo, sollecitato a intervenire, pur se al comando di una legione, venne respinto. Si preparava la guerra per scacciare il dominio romano. Per sedare la rivolta intervenne il comandante Vespasiano (che sarebbe divenuto imperatore nel 69) con due legioni e suo figlio Tito a capo di una terza legione. L’esercito romano poteva contare anche su cospicue truppe ausiliarie.

Importanti testimonianze dell’assedio sono quelle fornite da Tacito nelle Historiae (V libro, capitoli 11-13) e dallo storico romano di origine ebraica Flavio Giuseppe (37 d. C. – 100 d. C.) nella Guerra giudaica (opera scritta in greco).

Tacito ci descrive i primi scontri tra i Giudei e i Romani davanti alle mura di Gerusalemme. L’accampamento venne disposto dinanzi ai bastioni della città. Le legioni furono schierate a battaglia.

Anche i Giudei si disposero sotto le mura in una posizione strategica, pronti a inseguire il nemico nel caso in cui l’esito fosse stato positivo e a rifugiarsi entro le mura se la sorte fosse stata infausta. Dopo i primi scontri le truppe dei Giudei si ritirarono dentro le mura.

I Romani si accinsero allora a conquistare Gerusalemme con l’assedio. L’impresa non si presentava, però, facilmente attuabile a causa delle difese naturali e delle fortificazioni artificiali realizzate in quegli anni per proteggere la città:

Ma grandi opere in muratura, tali da fortificare a sufficienza anche una città di pianura, avevano reso ancor più forte quella città, già difficile da espugnare per la sua posizione naturale. Infatti, le mura, oblique ad arte e con gli angoli rivolti verso l’interno, in modo da lasciare esposti ai colpi i fianchi degli assalitori, chiudevano due colli altissimi. In cima alla roccia scoscesa, dove la montagna costituiva già un appoggio, le torri si innalzavano già per settanta piedi,

e fino a centoventi negli avvallamenti, molto spettacolari, dando, a chi le guardava da lontano, la sensazione che fossero tutte uguali.

Nell’interno, un’altra cerchia di mura attorniava la reggia e la torre Antonia, così chiamata da Erode in onore di Marco Antonio, spiccava per la sua altezza.

Anche il Tempio era divenuto una fortezza a seguito delle opere fatte realizzare dal re Erode. Oggi rimane di quest’immane lavoro solo il Muro del Pianto. All’interno del Tempio c’era la sorgente di Gihon.

Gerusalemme sembrava predisposta per un assedio lungo, perché gli abitanti avevano scavato piscine per raccogliere l’acqua piovana. «Il timore e l’esperienza avevano insegnato parecchi accorgimenti, dopo che Pompeo li aveva presi d’assalto».

Sotto l’impero di Claudio (41 d. C. – 54 d. C.) la città era stata ulteriormente fortificata, mentre la popolazione cresceva sempre più per il gran numero di persone che vi si trasferiva dalle altre città, tra cui fanatici e turbolenti, che, animati da uno spirito nazionalistico antiromano, provocavano scontri intestini.

Tre erano i comandanti ed altrettanti gli eserciti: Simone presidiava la cerchia più ampia delle mura esterne, Giovanni il centro cittadino, Eleazaro il Tempio. Giovanni e Simone erano forti per numero di seguaci e per armi, Eleazaro per la posizione: ma, tra di loro, scontri, tradimenti e incendi erano continui, e una grande quantità di frumento era stata data alle fiamme.

Giovanni ben presto si impadronì del Tempio, avendo mandato degli uomini a scannare Eleazaro e la sua squadra, con la scusa di offrire un sacrificio.

La città si divise così in due fazioni, fino a quando, con l’avvicinarsi dei Romani, la guerra esterna generò la concordia.

Dalla Guerra giudaica di Giuseppe Flavio scopriamo che a Gerusalemme avvenivano scontri cruenti quotidiani. Le fazioni intestine si danneggiavano incendiando addirittura le riserve di cibo. Quando Giovanni di Giscala s’impadronì del Tempio durante le festività della Pasqua provocando migliaia di morti («I cortili del Tempio erano tutti allagati di sangue e vi giacevano circa 8.500 morti», Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, IV, 5, 1), si giunse a un’alleanza tra Giovanni e Simone per contrastare i Romani.

Erano avvenuti dei prodigi che quella razza, incallita nella superstizione e avversa alla religione, non credeva lecito espiare, né con voti né con sacrifici.

Furono visti eserciti combattersi in cielo, armi scintillare e il Tempio fu illuminato da lampi improvvisi. Le porte del santuario si spalancarono, a un tratto, e si udì una voce sovrumana esclamare: “Gli dei se ne vanno!” e allo stesso tempo il movimento degli dei che si allontanavano. Pochi davano a questi prodigi un significato sinistro.

La religione degli Ebrei impediva riti di scongiuro in caso di calamità, mentre i Romani ricorrevano spesso a sacrifici pubblici in caso di necessità. Per questa ragione Tacito definisce gli Ebrei «razza incallita nella superstizione e avversa alla religione». Anche Giuseppe Flavio nella Guerra Giudaica (VI 5,3) testimonia l’eccezionalità dei prodigi accaduti:

La porta orientale del tempio, quella che era di bronzo e assai massiccia, sì che la sera a fatica venti uomini riuscivano a chiuderla, e veniva sprangata con sbarre legate in ferro e aveva dei paletti che si conficcavano assai profondamente nella soglia costituita da un blocco tutto d’un pezzo, all’ora sesta della notte fu vista aprirsi da sola.

E ancora nel Libro VI (cap. 5, 296-299) Flavio Giuseppe scrive:

Non molti giorni dopo la festa, il ventuno del mese di Artemisio, apparve una visione miracolosa cui si stenterebbe a prestar fede; e in realtà, io credo che ciò che sto per raccontare potrebbe apparire una favola, se non avesse da una parte il sostegno dei testimoni oculari, dall’altra la conferma delle sventure che seguirono.

Prima che il sole tramontasse, si videro in cielo su tutta la regione carri da guerra e schiere di armati che sbucavano dalle nuvole e circondavano le città. Inoltre, alla festa che si chiama la Pentecoste, i sacerdoti che erano entrati di notte nel tempio interno per celebrarvi i soliti riti riferirono di aver prima sentito una scossa e un colpo, e poi un insieme di voci che dicevano: «Da questo luogo noi ce ne andiamo».

Tacito riporta anche le interpretazioni di questi eventi:

I più erano convinti che fosse scritto, negli antichi testi dei sacerdoti, che, in quell’epoca, l’Oriente avrebbe dimostrato la propria forza e che degli uomini partiti dalla Giudea sarebbero diventati i padroni del mondo (Historiae V, 13).

Nel capitolo 7 (vv. 13-14) del Libro di Daniele si legge:

Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Tacito scrive che quella profezia «aveva predetto Vespasiano e Tito». Anche Flavio Giuseppe (Guerra Giudaica VI, 5,4) e Svetonio (Vita di Vespasiano) interpretano in questo modo la profezia.

Tacito racconta che si rifugiarono nella città più di 600.000 persone, cui vennero date armi per combattere. Quando venne nominato imperatore Vespasiano, fu Tito a prendere il comando dell’operazione facendo realizzare «trincee e camminamenti, quando fu costretto dalla natura del terreno a rinunciare alla sorpresa e all’attacco improvviso».

Alla fine Gerusalemme venne espugnata con un assedio per fame. Non c’è rimasto il racconto delle vicende dall’opera di Tacito perché lo storico ritorna a raccontare la campagna militare contro i Batavi e, purtroppo, dopo il capitolo XXVI del V libro le Historiae sono andate perdute. Troviamo la spaventosa fine della città nel VI libro della Guerra giudaica di Flavio Giuseppe:

Tito, entrato nella città, ne ammirò le fortificazioni e soprattutto le torri, che i capi dei ribelli nella loro stoltezza avevano evacuato. Osservando l’altezza della base massiccia, le dimensioni di ogni blocco di pietra e la precisione delle commessure e il loro sviluppo totale in ampiezza e in altezza disse:

“Veramente abbiamo combattuto con l’aiuto di Dio” e “fu Dio che fece uscire i Giudei da queste fortezze; infatti contro queste torri che cosa possono mani di uomo o macchine?”.

Simili considerazioni più volte egli le fece con gli amici mentre rimetteva in libertà i prigionieri dei capi ribelli trovati nelle torri. Più tardi, quando distrusse il resto della città e abbatté le mura, risparmiò queste torri a ricordo della sua fortuna, che l’aveva aiutato a impadronirsi di fortezze imprendibili.

Poi lo storico ci testimonia la fine della città nel VII libro:

Cesare diede l’ordine di radere al suolo l’intera città e il tempio lasciando solo le torri che superavano le altre in altezza, Fasael, Ippico e Mariamme, e il settore delle mura che cingeva la città ad occidente:

questo per proteggere l’accampamento dei soldati che vi sarebbero rimasti di guarnigione, le torri per far comprendere ai posteri com’era grande e fortificata la città che non aveva potuto resistere al valore dei romani.

Tutto il resto della cinta muraria fu abbattuto e distrutto in maniera così radicale che chiunque fosse arrivato in quel luogo non avrebbe mai creduto che vi sorgeva una città.

Tale dunque, per colpa dei pazzi rivoluzionari, fu la fine di Gerusalemme, una città ammirata e famosa in tutto il mondo (Guerra Giudaica, VII, 1, 1-4).

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