L’episodio centrale del Satyricon, quello che è rimasto nella sua forma integrale e che occupa gran parte del romanzo che ci è pervenuto, è la cena di Trimalchione, schiavo asiatico che fu tesoriere del suo padrone e fu liberato alla morte di questi divenendo anche erede di buona parte delle sue sostanze.

L’arricchimento non permette, però, a Trimalchione di ereditare anche raffinatezza, buon gusto e cultura.

Trimalchione rimane comunque un parvenu, un arricchito che rivela il suo aspetto ignorante e rozzo fin da quando entra in scena e ogniqualvolta parli. Encolpio e Ascilto sono stati invitati al banchetto di Trimalchione grazie all’intercessione del retore Agamennone.

Petronio riserva alla narrazione e alla descrizione della cena il registro comico. È noto che il comico presenta diverse manifestazioni e gradazioni, una vasta varietà di forme, come il comico puro, l’umorismo, il grottesco, il caricaturale, l’ironia, il parossismo, il sarcasmo, la satira, la parodia.

La gradazione prevalente nella cena è quella grottesca che consiste nell’esagerazione di una caratteristica del personaggio tanto che la complessità della persona è ridotta ad un solo aspetto che viene presentato come la cifra che contraddistingue e definisce il personaggio stesso.

Il grottesco svilisce e degrada la complessità dell’umano. Una particolare forma di grottesco è quello caricaturale, tipico della descrizione letteraria come pure della pittura.

Agli stipiti del triclinio sono affissi fasci con scuri. Ben visibile è un rostro navale in bronzo con l’iscrizione: “A C. Pompeo Trimalchione, seviro augustale, Cinnamo tesoriere” (capitolo 30).

Gli oggetti e le iscrizioni hanno la finalità di esaltare la figura del padrone di casa additato come una persona predisposta al culto personale dell’imperatore (seviro augustale). A tavola gli invitati sono serviti da valletti di Alessandria dalla voce stridula, che sottopongono i banchettanti alla pedicure proprio al momento della cena.

Si tratta di comicità pura, che consiste nell’«avvertimento del contrario» (l’espressione è di Pirandello), cioè nella constatazione che una situazione è opposta a quanto noi ci aspetteremmo, constatazione che desta in noi una risata a crepapelle, irrefrenabile e indubbiamente irrispettosa. La scena appare comica e teatrale, più simile a “un coro di pantomima”, piuttosto che a un “triclinio di un padre di famiglia” (capitolo 31).

Vengono serviti finalmente gli antipasti con grande classe. Sono tutti in tavola, tranne il padrone di casa. Sul vassoio campeggia un “asinello in corinzio con bisaccia” con “olive bianche in una tasca, nere nell’altra”.

L’asinello è ricoperto da due piatti con l’incisione del nome di Trimalchione e del peso dell’argento. Il padrone di casa vuole ostentare la ricchezza in tutti i modi. Vengono servite prelibatezze, come ghiri cosparsi di miele e papavero, susine di Siria con chicci di melagrana.

A questo punto in modo grottesco e comico entra in scena Trimalchione:
Si era alle prese con tali delizie, quando lui, Trimalchione, giunse lì trasportato a suon di musica, e come lo ebbero deposto tra guanciali minuscoli, chi fu colto alla sprovvista non si tenne dal ridere.

Da un mantello scarlatto lasciava infatti sbucare la testa rapata e, intorno al collo, rinfagottato dall’abito, si era messo un tovagliolo con liste di porpora e frange spenzolanti qua e là. Aveva poi nel dito mignolo della mano sinistra un grosso anello placcato d’oro e nell’ultima falange del dito seguente un anello più piccolo, d’oro massiccio […]. E per non far mostra di quei preziosi soltanto mise a nudo il braccio destro, che era adorno di un’armilla d’oro e di un cerchio d’avorio con una lamina luccicante all’intorno (capitolo 32).

Il cattivo gusto di Trimalchione emerge non solo dagli atteggiamenti (si pulisce i denti con “uno stecchino d’argento”), ma anche dalle parole:
Amici […] ancora non mi era a grado venire nel triclinio, ma, per non farvi in mia assenza aspettare troppo, sacrificai tutto quanto mi piace. Permettete comunque che si finisca la partita.

La scacchiera è di terebinto con dadi di cristallo. Al posto delle pedine si utilizzano monete d’oro e d’argento. Tra una mossa e l’altra Trimalchione dà fondo “al vocabolario dei carrettieri” (capitolo 33). Il padrone di casa scherza con gli invitati fingendo di aver servito loro uova di pavone con il pulcino all’interno, mentre, invece, è un piatto prelibato.

La confusione cresce. Un valletto che ha il torto di aver fatto cadere un piatto viene frustrato. Trimalchione apostrofa gli schiavi con l’aggettivo “puzzoni”. Poi fa servire un vino “Falerno Opimiano di cent’anni”.

Di prassi sul vino non è mai riportata l’età, ma l’annata. Una volta ancora dalla bocca del padrone di casa fuoriescono parole di cattivo gusto:
Ahi […] dunque il vino vive più a lungo dell’ometto! Ma allora facciamo le spugna. È vita il vino. E questo è Opimiano garantito. Ieri non ne ho servito di così buono, e sì che le persone a cena erano di molto più riguardo.

Trimalchione mostra uno scheletro e lo getta sulla tavola commentando:
Ahi, che miseri siamo, che nulla a pesarlo è l’ometto! Così saremo tutti quel giorno che l’Orco ci involi. Perciò viva la vita, finché si può star bene.

La scena è una parodia del memento mori e degli epicedi, ma anche di quei componimenti in versi che invitano ad amare e a godere la vita. Pensiamo al carme V del Liber catulliano.

I dialoghi che s’intrecciano alla mensa, le scene e i personaggi che appaiono descrivono il mondo volgare dei liberti arricchiti, infarcito di parole volgari e triviali, di discorsi che denotano il vero volto di quel mondo. Petronio non giudica quei personaggi, ma li ritrae. Sono i personaggi stessi che si fanno giudicare con i loro discorsi e i loro atteggiamenti.

Si può parlare anche di tono satirico, perché l’autore presenta un aspetto del mondo romano, quello dei liberti arricchiti e che ricoprono talvolta posti di potere, tipico dell’età dell’impero di Claudio, spesso vilipeso per il peso che aveva concesso a questa classe sociale. La satira nasce dallo sdegno per la realtà, per un particolare aspetto della vita, della società, per vizi diffusi in un ambiente o in un personaggio.

La cena si conclude con un baccano assordante che richiama l’attenzione di pompieri in servizio presso il quartiere. Questi, pensando che fosse scoppiato un incendio, “sfondano subito la porta e si mettono a fare il loro solito caos a base di colpi di accetta e secchiate d’acqua”.

Nella cena di Trimalchione manca l’umorismo ovvero il «sentimento del contrario». Quando si vede una situazione che è l’antitesi di quanto ci aspetteremmo e subentra la riflessione che ci porta a capire le ragioni della stranezza di quanto vediamo, allora il nostro riso si tramuta in un sorriso che abbraccia e comprende le ragioni profonde dell’altro.

L’umorismo ha il dono di liberare dalla forma o meglio di abbracciarla mostrando come essa non sia cifra definitiva dell’io, non lo imprigioni in maniera irreparabile.

Non sempre, però, l’uomo è capace di guardare gli altri con il rispetto tipico dell’umorismo. Ben più spesso l’io è definito e incastonato da chi osserva in una forma e in un modo di essere come accade, ad esempio, nella cena di Trimalchione con la descrizione caricaturale grottesca.

(La nuova bussola quotidiana del 10-3-2019)

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