Un profondo cambiamento nella concezione del realismo nell’antichità avviene con il cristianesimo. L’evento cristiano non rivoluziona soltanto l’arte figurativa, bensì introduce profondi elementi di novità anche nell’ambito della concezione della letteratura.

Nel Satyricon Petronio accompagna il lettore in luoghi differenti, dalle case di malaffare al triclinio del liberto Trimalchione, dalla pinacoteca alla nave di Lica e di Trifena. Sono contesti quotidiani raramente presenti nella letteratura latina.

Per questo il romanzo antico petroniano è, da sempre, apparso al pubblico dei lettori e degli studiosi più realistico rispetto agli altri generi letterari e alle altre opere pervenuteci. Anche il linguaggio indulge, spesso, ad espressioni colloquiali e orali, il cosiddetto sermo plebeius, che si alterna ad una lingua più elevata o formale, in relazione a quanto i contesti richiedono.  Si può, perciò, giustamente affermare che l’opera apre una finestra insolita e sorprendente sulla società e sulla vita nella Roma dell’età neroniana.

Non bisogna, però, cadere nell’errore di confondere il realismo antico con quello cristiano o ancora con quello moderno e contemporaneo. Nella letteratura odierna qualsiasi personaggio, a qualsiasi classe sociale appartenga, può essere trattato seriamente e con dignità.

Ma questa è cosa del tutto impossibile nell’antichità […] (ove) vige la legge della tripartizione degli stili; tutta la bassa realtà, tutto quello che è quotidiano deve essere rappresentato solo comicamente, senza approfondimento problematico. In tal modo si pongono al realismo dei limiti molto ristretti (Erich Auerbach, Mimesis).

Per questo non possono essere trattati seriamente né le professioni ordinarie (dall’artigianato al mercante) né tantomeno le scene d’ogni giorno, come la bottega, campo, officina. Il popolo e la sua vita sono esclusi dal racconto drammatico e serio della vita. Il liberto Trimalchione, protagonista dell’unica parte del romanzo pervenutaci integralmente (la cosiddetta Cena Trimalchionis), non può che essere descritto secondo il registro comico.

Nell’antichità esiste la rigida tripartizione degli stili: alto, medio e umile. I tre stili vengono utilizzati per affrontare rispettivamente argomenti, contesti e personaggi altolocati, medi o bassi. I commentatori virgiliani della bassa latinità (Servio e Donato), associando i tre stili all’altezza degli argomenti affrontati, hanno designato questo rapporto tra opere e livelli di scrittura con l’espressione rota Virgili. Eneide, Georgiche, Bucoliche rappresentano, così, rispettivamente i modelli dello stile sublime, medio e umile.

Un profondo cambiamento nella concezione del realismo nell’antichità avviene con il cristianesimo. L’evento cristiano non rivoluziona soltanto l’arte figurativa, bensì introduce profondi elementi di novità anche nell’ambito della concezione della letteratura.

Nel Medioevo la tripartizione è, così, messa in discussione, non più rispettata dagli scrittori cristiani che sentono l’esigenza di affrontare una materia che è sempre sublime, la più alta che si possa immaginare per i valori che trasmette (l’incarnazione, la morte, la resurrezione del Cristo, etc.) e di trasmettere il concreto realismo, l’umiltà della storia sacra e della vicenda di Cristo (dalla nascita in una stalla alla crocifissione) in un linguaggio che sia comprensibile a tutti, non solo ai dotti.

I Vangeli raccontano il fatto più grande che si possa narrare (l’esperienza dell’incontro con un Dio che si è fatto uomo) attraverso uno stile umile e semplice. La novità dei Vangeli è radicale, non solo dal punto di vista del messaggio annunciato, ma anche per l’introduzione di un nuovo stile, che il filologo tedesco Erich Auerbach (1892–1957) definisce per l’appunto sermo humilis, immediato, comunicativo, come si addice ad una verità che deve essere accessibile a tutti e, nel contempo, ad un re che, nato in una stalla, è, poi, morto in croce. Lo stesso concetto di sermo humilis muta significato nel Medioevo, perché l’humilitas non è ora più solo indice di bassezza sociale o materiale, ma anche rappresenta la virtù suprema cui deve tendere il fedele.

Sulla scia del Nuovo Testamento molti letterati cristiani si sentono autorizzati sia nell’alto che nel basso Medioevo a violare la dottrina classica della convenienza tra contenuto e stile. Scrivono opere dai temi alti e sublimi in uno stile semplice e sobrio o, altre volte, derivato da una commistione di registri e di stili differenti.

Capolavori come la Divina commedia e il Decameron sono, in un certo senso, scaturiti da questa nuova consapevolezza letteraria e dalla mescolanza di stili. Certo, nel basso Medioevo, con la nascita della tradizione cortese di argomento amoroso e profano (letteratura provenzale, siciliana, toscana e stilnovista), rinasce lo stile elevato e viene recuperata la tradizionale dottrina degli stili.

Il concetto di realismo cristiano risente fortemente della visione della realtà come segno.

L’interpretazione figurale stabilisce fra due fatti o persone un nesso in cui uno di essi non significa soltanto se stesso, ma significa anche altro, mentre l’altro comprende o adempie il primo. I due poli della figura sono separati nel tempo, ma si trovano entrambi nel tempo, come fatti o figure reali; essi sono contenuti entrambi […] nella corrente che è la vita storica.

Con queste parole Auerbach descrive il concetto d’interpretazione figurale. Gli eventi dell’Antico Testamento sono, così, anticipazione, profezia, prefigurazione del Nuovo Testamento: l’antica Pasqua ebraica, che ricorda la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù di Egitto, prefigura la Pasqua cristiana che celebra la Resurrezione di Gesù Cristo e la conseguente liberazione dell’uomo dalla schiavitù della morte e del peccato.

Questo tipo di lettura si applica non solo al rapporto tra l’Antico e il Nuovo Testamento, ma si estende anche a personaggi vissuti nell’età cristiana.  La letteratura latina antica, anche quella più realistica, non conosce questo tipo di prospettiva figurale, né tantomeno la capacità di guardare tutta la realtà in maniera seria.

Il realismo antico presenta, poi, un altro limite: non mette mai in luce i problemi sociali e storici. Anche la critica della società, attuata in modo talvolta feroce, ha un fine moralistico. Petronio non sottopone all’attenzione dei lettori, né tantomeno corregge vizi e comportamenti umani. Petronio non riesce mai a mostrare al lettore le cause economiche e i cambiamenti economici-sociali che portano al mutamento della società.

Scrive Auerbach:
Per la letteratura realistica antica, la società non esiste come problema storico, ma tutt’al più come problema moralistico, e inoltre il moralismo si rivolge più all’individuo che alla società. La critica dei vizi e delle aberrazioni, anche mostrando abiette e ridicole un gran numero di persone, pone sempre il problema come problema d’individui, cosicché la critica della società non porta mai alla scoperta delle forze che la muovono. Perciò, anche dietro tutto il trambusto presentatoci da Petronio, non si rintraccia nulla di tutto quello che ci fa capire le cose nella loro interdipendenza politico-economica, e il movimento storico […] è un movimento della superficie. Naturalmente noi non pensiamo che Petronio dovesse inserire nella sua Cena uno studio d’economia politica. E nemmeno avrebbe dovuto fare come Balzac che descrive l’origine del patrimonio di Grandet in maniera che rispecchia tutta la storia francese dalla Rivoluzione alla Restaurazione. Sarebbe bastato un collegamento degli avvenimenti e delle relazioni di tempo, ma continuo e consapevole.

Commenta questo Articolo