Seneca mostra nelle tragedie che «il Male può funzionare alla perfezione e tenere sotto scacco il mondo intero anche quando il Bene è conosciuto e praticato» (Rosa Rita Marchese). Senza dubbio il contesto dell’età neroniana esercita su di lui un forte influsso: anni dalle tinte fosche, connotati dalla mancanza di libertà, da efferati delitti che non risparmiano neppure i parenti più stretti dell’imperatore o gli intellettuali più noti o brillanti. Come è noto, lo stesso Seneca sarà costretto al suicidio, coinvolto nella congiura antineroniana di Gaio Calpurnio Pisone. La corrente filosofica dello stoicismo serve come punto di riferimento per gli oppositori al regime di Nerone, forma le coscienze ed educa alla libertà dell’animo intellettuali e giovani di quei decenni. Non può, però, ostacolare e fermare l’esplosione del male di quegli anni.

Poco conosciuta nel Medioevo, la tragedia senecana, tradotta, imitata e messa in scena, si diffonde nel Quattrocento e nel Cinquecento funge da fonte fondamentale di ispirazione per tutto il tragico europeo. Quale influsso hanno le opere di Seneca sulla drammaturgia di Shakespeare tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII in Inghilterra! La componente macabra, truculenta e cupa di alcune tragedie di Shakespeare senz’altro derivano da Seneca. Si pensi al Tito Andronico, forse la prima tragedia shakespeariana. Che ruolo esercitano ancora le tragedie di Seneca sul teatro di Racine e Corneille in Francia nel Seicento o sulle opere di Alfieri in Italia nel Settecento! Lo stesso D’Annunzio scriverà la sua Fedra memore della Phaedra senecana.

Ma gli influssi della tragedia senecana non si limitano al fatto che essa fungerà da base per lo sviluppo del genere in tutta Europa nei secoli successivi. Seneca è un maestro nello scandaglio dell’animo umano, degli abissi di male cui l’uomo può giungere quando si lascia andare agli eccessi della passione, quando la ragione non guida più le azioni.

La tragedia senecana ha un carattere ostensivo, perché intende mostrare allo spettatore e all’imperatore gli eccessi delle persone colpite dal furor. Vuole insegnare l’atteggiamento migliore perché l’uomo non si faccia dominare dalla passione esagerata e incontrollabile. Nella lotta tra furor e ratio, tra odium e amor, tra mala mens e bona mens è sempre il primo aspetto a trionfare nei protagonisti delle tragedie di Seneca. Il personaggio non combatte contro il fato. La sua lotta è tutta interiore, si gioca tra una componente buona e una malata. Spesso il personaggio è richiamato alla ragione da una figura vicina come la nutrix ovvero la nutrice, che incarna la voce della coscienza. É il caso sia della Medea che della Phaedra, tragedie di parole, dall’intreccio scarno ed esile, incentrate non tanto sui fatti, ma sulla psicologia della protagonista.

La Phaedra di Seneca si basa sull’Ippolito di Euripide, anche se già fin dal titolo si comprende che l’attenzione è spostata dal giovane alla matrigna. Il cuore della tragedia greca è un giovane puro, fisicamente e moralmente bello; il testo senecano si focalizza sul dramma psicologico di una donna che è lacerata da un incontrollabile dissidio interiore.   

La Phaedra presuppone che lo spettatore o il lettore conosca gli antefatti. A Creta il sovrano Minosse ha avuto due figlie dal matrimonio con Pasifae: Arianna e Fedra. Dal rapporto tra Pasifae e un toro è, invece, nato il minotauro, nascosto nel labirinto. Ogni anno sette ragazzi e sette ragazze vengono inviati da Atene a Creta come pasto per il mostro finché Teseo non riesce ad entrare nel labirinto con l’aiuto di Arianna ed uccide il minotauro liberando così Atene dalla sudditanza rispetto a Creta. Teseo abbandonerà più tardi la donna sull’isola di Naxos (da questo fatto deriva l’espressione «piantare in asso») e incontrerà un’amazzone dal cui amore nascerà Ippolito. Poi, diventerà il compagno di Fedra. Ippolito crescendo acquisterà sempre più la bellezza di Teseo e la forza della madre. Allora la matrigna Fedra si innamorerà di lui.

Le dramatis personae sono Ippolito, Fedra, Teseo, la nutrice, il coro, il messaggero. Mentre Teseo è lontano da casa, Fedra sempre più si innamora del ventenne Ippolito. Non vuole, però, raccontare del suo amore incestuoso al figliastro, trattenuta dalla ritrosia e, nel contempo, dalla nutrice che cerca di dissuaderla. Ad un certo punto, non riuscendo più a nascondere il proprio amore, Fedra cede alla passione irrefrenabile e confessa a Ippolito di dovergli rivelare un gran segreto. Mirabile per cura psicologica è il dialogo tra Ippolito e Fedra. In un climax discendente la matrigna chiede al figliastro di non chiamarla «madre» (mater), ma «sorella» (soror) e, infine, «ancella» (famula): «Madre? È troppo superbo, questo nome, troppo solenne. Chiede un nome più umile il mio sentimento. Chiamami sorella, Ippolito, oppure schiava. Schiava è meglio. Sì, ti servirò in tutto, dappertutto. Se tu mi ordinassi di andare in mezzo alle nevi, non esiterei, io, a scalare i gioghi nevosi del Pindo. Le fiamme, le schiere nemiche, se tu me lo chiedessi, io le sfiderei, offrendo il mio petto senza esitare alle spade sguainate. Tienlo tu, lo scettro che mi fu affidato, e prendimi come schiava. È giusto che tu comandi, che io obbedisca. Non è compito per una donna difendere il regno di un uomo. Sta a te, che sei nel fiore della giovinezza, reggere da forte lo scettro di tuo padre. Accoglila tra le tue braccia, stringila, proteggila, questa schiava che ti supplica. Abbi pietà di una vedova».

Infine, la donna gli rivela il suo amore: «Nel tuo viso di greco appare la rudezza dello scita. Se tu fossi sbarcato a Creta con tuo padre, l’avrebbe filato per te, Arianna, il suo filo. O sorella, sorella mia, ovunque tu brilli nel cielo stellato, io ti invoco per una causa che fu la tua. Ci ha sedotto una famiglia sola, noi due: te il padre, me il figlio. Vedi, qui in ginocchio, a supplicarti, c’è l’erede di una stirpe regale. Ero pura, innocente, io, senza macchia; per te, per te solo, sono diventata diversa… Mi abbasso a supplicarti, io, ma con una certezza: questo giorno metterà fine al mio dolore, o alla mia vita. Abbi pietà di una donna che ama».

Inorridito da questa rivelazione, Ippolito fugge. Al ritorno di Teseo, Fedra accusa Ippolito di aver tentato di violarla: «T’invoco come testimone, padre degli dèi, e te, astro ardente dall’eterea luce, da cui la mia famiglia ha avuto origine: ho resistito a tutte le preghiere, io non mi sono piegata a minaccia, ma il mio corpo ha subito violenza. C’è una macchia sul mio onore e il mio sangue la laverà».

Allora Teseo maledice il figlio: «Esiti, padre? Perché continuano a tacere, le tue onde? Ora devi avvolgere la notte di nuvole nere addensate dai venti. Cielo e stelle, portali via, fa che straripi il mare, chiama a raccolta i mostri delle acque. Scatenali dal fondo dell’Oceano, i flutti impetuosi».

Ippolito morirà aggredito da un mostro marino. Solo quando riceverà la notizia della morte di Ippolito, Fedra confesserà la propria colpa: «O morte, unico conforto di un amore maledetto, o morte, rifugio del pudore offeso, io corro tra le tue braccia. Ascoltatemi, Ateniesi. Ascoltami anche tu, padre peggiore d’una funesta matrigna. Ho detto il falso, io. Sì, ho mentito, ho inventato un delitto che io, io sola, la pazza, avevo concepito nel mio cuore delirante. Tu, padre, hai punito un delitto inesistente. Incolpevole, casto, questo giovane puro è morto d’un impuro delitto. E tu, petto malvagio, offriti alla giustizia della spada. Il mio sangue si versa in sacrificio per un santo».

Alla fine Fedra si suicida. Si è resa colpevole di un’accusa ingiusta ed infamante nei confronti di un giovane innocente, ne ha involontariamente provocato la morte, infine si è tolta la vita. Messa da parte la ragione, abbandonatasi ad una passione ormai incontrollabile, Fedra diventa vittima di un furore che non coincide con lei, ma che eppure si sprigiona tutto dal suo animo.

In maniera analoga nell’omonima tragedia senecana Otello trascinato dalla gelosia arriverà ad uccidere l’innocente moglie Desdemona. Nella tragedia di Shakespeare, però, la debolezza del protagonista sarà la porta di accesso del lucido e spietato male di Iago: un male, per così dire, assoluto, senza ragioni, disinteressato. Iago rafforza e moltiplica la debolezza di Otello, mentre la Fedra di Seneca non trova alleati nel male, bensì oppositori: la nutrice e quell’Ippolito che nulla possono contro la sua mala mens.

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