Le lettere indirizzate a Marta Abba sono, come al solito, una preziosa fonte per scoprire i sentimenti, gli umori, i giudizi che prova lo scrittore.

Due giorni dopo le celebrazioni Pirandello avrebbe scritto all’attrice:

“Sono addirittura stroncato da tutte queste feste. Ma ormai, se Dio vuole, il grosso è passato. Ho ricevuto il premio dalle mani del Re nella seduta solenne, che ha davvero una grandiosità impressionante, con tutta la Corte e la folla degli invitati in tutto lo splendore delle decorazioni. Accademici, Ministri, Generali e, sul palco, i candidati coi loro padrini.

Te ne parlerò meglio a voce, e Ti mostrerò lo splendido diploma e la grande medaglia d’oro. Dopo questa cerimonia si va al banchetto del magnifico Palazzo di Città: banchetto di almeno 500 persone, presieduto dai principi Reali. Qui ho dovuto fare il discorso e m’è toccato farlo in francese per suggerimento del nostro Ministro, non essendo ammissibile che un interprete traducesse il mio italiano. Me la son cavata bene”.

Quali parole lesse Pirandello alla premiazione del Nobel? In un francese italianizzato, preciso e affascinante (come lo definisce un letterato italiano presente alla cerimonia) lo scrittore mostrò profonda e sincera gratitudine:

“È con immensa soddisfazione che esprimo la mia rispettosa gratitudine alle Vostre Maestà per avere graziosamente onorato questo banchetto con la Loro presenza.

Mi sia concesso di aggiungere l’espressione della mia più viva gratitudine per il caloroso benvenuto che mi è stato riservato, e per il ricevimento di questa sera, degno epilogo della solenne cerimonia di oggi, durante la quale ho avuto l’onore incomparabile di ricevere il premio Nobel per la letteratura del 1934 dalle auguste mani di Sua Maestà il Re.

Vorrei anche esprimere il mio profondo rispetto e la mia sincera gratitudine all’Illustre Accademia Reale di Svezia per il suo illuminato giudizio, che corona la mia lunga carriera letteraria”.

Con grande modestia e con uno spirito per gran parte ancora fanciullesco Pirandello rivelava il suo maestro (la vita) e la sua grande fiducia nelle lezioni che aveva appreso:

“per riuscire nelle mie fatiche letterarie ho dovuto frequentare la scuola della vita. Questa scuola, inutile per certe menti brillanti, è l’unica cosa che può aiutare una mente come la mia: attenta, concentrata, paziente, inizialmente del tutto simile a quella di un bambino.

Uno scolaro docile, se non con gli insegnanti, di sicuro con la vita, uno scolaro che non verrebbe mai meno alla sua totale fede e fiducia in ciò che ha imparato. Questa fede nasce dalla semplicità di fondo della mia natura. Sentivo il bisogno di credere all’apparenza della vita senza alcuna riserva o dubbio”.

Con una sincerità commovente il premiato non si dimenticava delle dure prove a cui la vita lo aveva sottoposto:

“l’attenzione costante e la sincerità assoluta con cui ho imparato e meditato questa lezione hanno palesato un’umiltà, un amore e un rispetto della vita indispensabili per assorbire delusioni amare, esperienze dolorose, ferite terribili, e tutti gli errori dell’innocenza che donano profondità e valore alle nostre esistenze”.

Il riferimento di Pirandello era generico nelle sue parole. L’allusione era probabilmente a quel matrimonio con una donna che in quindici anni aveva visto poche volte, perché internata in una casa di cura, al fallito tentativo di suicidio della figlia, a quell’amore impossibile con la giovane attrice Marta Abba, a quel senso di solitudine che l’aveva portato a recarsi a Stoccolma da solo per la premiazione.

Il drammaturgo confessava, poi, di essere diventato sempre più inadatto a vivere, mentre il suo talento veniva educato e cresceva:

“Tale educazione della mente, conquistata a caro prezzo, mi ha permesso di crescere e, nel contempo, di rimanere me stesso. Evolvendosi, il mio talento più vero mi ha reso del tutto incapace di vivere, come si conviene a un vero artista, capace soltanto di pensieri e di sentimenti: pensieri perché sentivo, e sentimenti perché pensavo.

Di fatto, nell’illusione di creare me stesso, ho creato solo quello che sentivo e che riuscivo a credere. Provo gratitudine infinita, gioia, orgoglio al pensiero che questa creazione sia stata ritenuta degna del premio prestigioso con il quale mi onorate”.

Già un anno prima, scrivendo a Benjamin Crémieux, traduttore delle sue opere in Francia, confessava:

“Voi desiderate qualche mia nota biografica e io mi trovo assai imbarazzato a fornirvela e questo, mio caro amico, per la semplice ragione che ho dimenticato di vivere, l’ho dimenticato al punto da non saper dir niente, proprio niente, della mia vita.

Potrei forse dirvi che non la vivo, ma che la scrivo. Di modo che se voi vorrete sapere qualche cosa di me, potrei rispondervi: aspettate un po’, mio caro Cremieux, che mi rivolga ai miei personaggi. Forse saranno in grado di fornirmi qualche informazione su me stesso”.

Queste parole ricordano quanto scriveva un secolo prima il grande genio dell’Ottocento letterario italiano, Giacomo Leopardi rivolgendosi all’amico belga Jacopssen con tono affettuoso il 23 giugno 1823:

“È vero che l’abitudine di riflettere, che è sempre propria degli spiriti sensibili, li priva spesso della facoltà d’agire e persino di gioire. La sovrabbondanza della vita interiore spinge sempre l’individuo verso l’esterno, ma al tempo stesso essa fa in modo che egli non sappia come condursi.

Egli abbraccia tutto, egli vorrebbe sempre essere pervaso; viceversa tutti gli oggetti gli sfuggono, proprio perché essi sono più piccoli della sua capacità. Egli esige anche dalle sue azioni più insignificanti, dalle sue parole, dai suoi gesti, dai suoi movimenti, più grazia e più perfezione di quanto non sia possibile all’uomo raggiungere”.

Nel suo discorso per il Nobel Pirandello si congedava, infine, sottolineando che la scrittura era uno sforzo, una ricerca da perfezionare nel modo più sincero e vero possibile:

“mi piacerebbe credere che questo premio sia stato conferito non tanto alla perizia dello scrittore, che è sempre irrilevante, quanto alla sincerità umana del mio lavoro”.

Celebrato a Stoccolma con grande sfarzo e fervido entusiasmo, il famoso scrittore ritornò poi a Roma, accolto solo da pochi conoscenti alla stazione di Termini. Che delusione fu!

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