Nella tradizione giudaico-cristiana Dio ha creato il mondo. Perciò, ogni cosa creata è buona, come recita la Bibbia. Dio stesso ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ciò significa che l’uomo porta impresso in sé il desiderio di Dio, che alberga nel cuore e che si esprime con una brama di felicità, di amore, di bene, di verità infinite. Questo desiderio e questo ardore possono trovare soddisfazione solo nell’incontro con Dio come scrive sant’Agostino nelle Confessioni rivolgendosi al Signore: «Ci hai fatti per te, e senza requie è il cuor nostro, finché non abbia requie in te». Chiaramente la dignità dell’uomo è nobilitata proprio dal fatto che è stato creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Da quando Dio si è fatto carne ed è diventato uomo nel figlio Gesù, non c’è più aspetto della vita, non c’è sofferenza, non c’è «capello del capo» che vadano perduti o che non abbiano senso. Se i Greci arrivarono a credere nell’immortalità dell’anima, non riuscirono a concepire la resurrezione dei corpi. Per il cristianesimo non solo l’anima è immortale, ma si ricongiungerà con il corpo dopo il Giudizio universale. Quest’affermazione sarà scandalosa per la cultura e la filosofia greche che concepivano il corpo in maniera negativa, come carcere dell’anima. Solo il cristianesimo consacra questa valorizzazione dell’uomo come unità di anima e corpo, sia nel tempo qui sulla Terra, sia per l’eternità quando finirà il tempo. È bene ricordare che, se da un lato nella tradizione giudaica e in quella cristiana è ribadita la superiorità dell’uomo sulle altre creature, dall’altro è, però, affermato sempre il rispetto per tutto il creato. La materia e il creato non sono, infatti, trattati come insignificanti, perché portano impresso il sigillo di Dio, che il Creatore vi ha collocato un po’ ovunque e così sono segno di Dio. Nel contempo, la materia, la natura e la realtà sono ben distinti da Dio. Non c’è il rischio di confondere la materia e la natura con la divinità, come avveniva spesso nelle culture e nelle civiltà precristiane e come, del resto, accade oggi spesso nelle culture neopagane contemporanee. Così, l’avvento di Cristo porta ad una valorizzazione del creato e della persona fino a prima sconosciuti senza sconfinare nel rischio dell’idolatria, della divinizzazione della natura o dell’uomo. L’uomo è, nel contempo, percepito come superiore alla natura. Un solo uomo vale più dell’intero universo. Per questo nessun uomo deve essere perduto. Questa consapevolezza del valore della «persona» era sconosciuta alla cultura e alla filosofia greche, che consideravano, invece, il cosmo e gli astri del cielo ben più divini e superiori rispetto all’uomo.

 

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