Quale bellezza salverà il mondo?


Il bello e il vero nella letteratura e nell’arte


Venerdì 19 febbraio 2010 ore 18:30
Sala Molinari – Chiostro dell’Immacolata – Piazza S. Francesco – Salerno


Prof. Marco Di Matteo

 

L’incontro di questa sera inaugura il nuovo anno sociale dell’associazione. Il tema è: “Quale bellezza salverà il mondo? Il bello e il vero nella letteratura e nell’arte”. Nell’occasione presentiamo un saggio del professor Giovanni Fighera, La Bellezza salverà il mondo. Il libro reca la prefazione di un autorevole docente di estetica, Stefano Zecchi, ed è edito dalla casa editrice Ares di Milano.

Perché affrontare questo tema? Oggi si ha difficoltà a parlare di bellezza così come si ha difficoltà a parlare di verità. Soprattutto il nesso bellezza-verità sembra quasi un ossimoro alla cultura dominante, poiché nei confronti del concetto di verità c’è una diffusa ostilità. La verità assume oggi, agli occhi della cultura dominante, dei tratti il più delle volte antipatici. Il concetto di verità, in un’epoca contrassegnata dal primato della spontaneità e dello spontaneismo, sembra rimandare a qualcosa che si impone con la forza all’uomo, che lo espropria della sua dimensione più profonda, più autentica, e che quindi si muove in direzione opposta all’aspirazione alla felicità propria di ogni essere umano.

 


L’associazione bellezza-verità risulta,quindi, piuttosto fastidiosa, perché la bellezza in genere viene presentata come qualcosa che il soggetto percepisce indipendentemente da qualsiasi contenuto oggettivo, veritativo. Ebbene, la prospettiva che intendiamo proporre questa sera è invece all’insegna del recupero del rapporto bellezza-verità.

Ci sono alcune posizioni che possono essere considerate emblematiche della tendenza della cultura moderna, come quella di Nietzsche, secondo cui l’arte servirebbe per difendersi dalla verità.

In questa prospettiva l’arte appare come una sorta di “altro mondo”, o di “oltremondo”, un mondo alternativo a quello reale, perché privo di quelle note di caducità, di bruttezza, di dolore, di tragicità, che contraddistinguono la realtà quotidiana. L’arte diventa quindi un modo per esorcizzare la realtà nei suoi aspetti negativi.

C’è poi la prospettiva che si richiama direttamente al naturalismo francese e che fa dell’arte, in particolare della letteratura, un semplice strumento di analisi della società: pensiamo a Zola e ai fratelli Goncourt, per i quali lo scopo della letteratura è soltanto quello di illuminare, seguendo un metodo simile a quello delle scienze fisico-matematiche e delle scienze sociali, alcuni aspetti della realtà sociale. In questa prospettiva si parla di verità, ma di una verità che è assimilabile, appunto, a quella delle scienze fisico matematiche o delle scienze sociali.

Possiamo dire che l’estetica moderna oscilla tra queste due tendenze.

A questo punto passo subito la parola al professor Fighera, che ho avuto il piacere di conoscere al Meeting dell’Amicizia tra i Popoli di Rimini, durante la presentazione di questo volume. Il nostro invito è del tutto disinteressato: non nasce neanche da legami di amicizia, è semmai l’inizio di un’amicizia. Io sono rimasto profondamente colpito dal libro e dalla notevole capacità, mostrata dal professore, di tener viva l’attenzione, nonché dalla sua chiarezza espositiva, per cui appena l’ho ascoltato quest’estate a Rimini, subito ho pensato: dobbiamo invitarlo a Salerno. Quindi gli cedo subito la parola, e noi ci disponiamo ad ascoltarlo.

 

Prof. Giovanni Fighera

 

Buongiorno a tutti. Ringrazio Marco per la bella presentazione. Inizierò subito raccontando due fatti che mi hanno colpito molto, riferitimi da un’amica ricercatrice universitaria, che ha condotto uno studio sul Duomo di Milano. Si era convinti fino a poco tempo fa che il Duomo di Milano fosse stato realizzato con i soldi dei ricchi, dei signori, mentre lo studio che lei ha condotto, scartabellando tra i registri, ha portato alla luce il fatto che l’84% dei soldi è stato donato dai poveri; tra gli altri, addirittura dalle prostitute. Questo fatto mi ha molto colpito, perché significa che in una cultura come quella di un tempo, e come quella medievale, in cui il popolo era educato, e per educato non intendo dire che era informato ed erudito, ma che era educato al bello, ad un ideale, si potevano costruire cattedrali, e si potevano mettere da parte i soldi anche quando erano i pochi spiccioli che rimanevano.

Il secondo fatto che mi ha colpito è stato quello di una ragazza universitaria che mi ha riferito che il professore di filosofia, durante una lezione, ha detto ai ragazzi: “Ragazzi, se volete essere seri fino in fondo, dovete dubitare di tutto; addirittura dovete dubitare del fatto che in questo momento io stia parlando”. Pensate fin dove arriva il dubbio applicato all’estremo. Allora una ragazza ha alzato la mano e ha detto: “Professore, se è vero quello che dice, allora noi possiamo alzarci e uscire dall’aula e lei non ci deve dire niente”. Questa ragazza ha ragione. Se noi dubitiamo di tutto, nulla serve più a niente, neanche agire.

Ecco, questi due esempi possono essere un po’ emblematici della differenza tra l’uomo antico e l’uomo moderno. Pirandello, che è un grande genio del Novecento, ha utilizzato nel Fu Mattia Pascal due immagini: l’immagine di Oreste e l’immagine di Amleto. Nel capitolo 12 e nel capitolo 13 si presenta la figura del teatro di marionette. Lui raffigura il personaggio di Oreste mentre si sta vendicando dalla morte del padre e a un certo punto nel cielo di carta si produce uno strappo. Allora lo sguardo di Oreste va su quel cielo di carta, resta là e lui non si muove più, non si vendica più: Oreste diventa Amleto. Oreste è un eroe antico che agisce, ma diventa l’eroe moderno che è bloccato dal dubbio e che rimane inerte.

Sempre negli stessi capitoli, Pirandello in maniera profetica descrive dove stava andando la contemporaneità. E’ come se ogni uomo avesse un lanternino: il lanternino è un po’ la nostra visione del mondo e il nostro modo di vedere le cose; però, dice Pirandello, è come se in certe epoche storiche questo lanternino assumesse lo stesso colore per la maggioranza delle persone. C’è stata un’epoca in cui trionfava l’etica pagana, un’epoca in cui trionfava il Cristianesimo, un’epoca in cui trionfava il positivismo. Dice Anselmo Paleari nel romanzo pirandelliano, che è come se nella contemporaneità tutti i lanternini si fossero spenti, è come se non ci fosse più un lanternino unico; è come se tutti fossero tornati a guardare da soli con il proprio lanternino. Non c’è più un’opinione unica, un modo unico di guardare la realtà. Tutti i lanternini sono spenti.

A distanza di un secolo da quanto scriveva Pirandello, papa Benedetto XVI, che allora era ancora il cardinale Ratzinger, nella Messa Pro Eligendo Romano Pontifice, disse che oggi c’è un nuovo lanternone. Il nuovo lanternone della contemporaneità, il nuovo paradigma culturale, possiamo dire che è il  relativismo culturale. Oggi l’idea di fondo che trionfa è che non esistano verità. Se qualcuno osa affermare che esiste una verità, ecco che viene tacciato di fanatismo religioso, viene tacciato di essere uno fuori dal tempo. Questo relativismo culturale ha nel tempo preso anche l’ambito dell’etica, è diventato relativismo etico, perché se è vero che il vero è anche buono ed è anche bello, quando noi mettiamo in discussione la verità, mettiamo in discussione anche il bene ed il male: non esistono più bene e male. Col tempo non esistono più neanche bello e brutto. Nel tempo questo relativismo è diventato anche relativismo estetico; possiamo davvero dire che c’è la tirannia del brutto. Abbiamo avuto un ribaltamento di tutto, e oggi trionfa il brutto, soprattutto in quegli ambiti che sono stati gli ambiti privilegiati della bellezza: le arti. Si pensi che nel 1984 un tale prende due aspirapolvere, li mette in una teca e crea un movimento artistico: prende un oggetto, lo mette in una teca, e diventa oggetto da esporre. Al Museum of art di Filadelfia viene esposto nel 1992 lo Strange Fruit, un’opera composta da bucce di arancia, di pompelmo e di altri frutti cuciti con un filo. Un’altra volta sono stati presi dei frutti e messi su un letto a imitare quasi l’atto sessuale: diventa una opera d’arte.

Questi eventi sono all’ordine del giorno: ogni giorno nasce una nuova corrente, nasce un nuovo movimento artistico. Questo si è affermato gradualmente, per passaggi. Vuol dire che in maniera subdola noi siamo arrivati alla tirannia del brutto. Il fenomeno è iniziato nell’Ottocento: allora si è formato il concetto di kitsch. C’era il desiderio, da parte di chi disponeva di soldi, di poter avvalersi, di poter usufruire dell’opera d’arte, di farne una copia, di farne una stampa. Così l’ oggetto d’arte diventava massificato, veniva commercializzato. Questa la prima tappa. Nella seconda tappa potremmo considerare all’inizio del Novecento come per alcune avanguardie l’oggetto comune diventa opera d’arte: pensiamo a Duchamp, che prende un orinatoio, lo chiama fontana, lo pone in un museo: diventa opera d’arte. Anche una ruota di bicicletta può diventare un’opera d’arte: ogni oggetto può diventare arte. Bene, negli anni ‘60 il passaggio immediatamente successivo è che, se ogni oggetto può essere opera d’arte, anche ciascuno di noi può essere artista: è stato detto che il mondo contemporaneo è il mondo in cui ciascuno di noi può diventare famoso per almeno un quarto d’ora.

Pensate a quello che accade in televisione, dove chiunque può presentare anche le cose più trash e più scandalose: tanto più sono scandalose, tanto più questa persona può diventare grande, può diventare famosa; ma alla capacità di diventare tutti famosi corrisponde la brevità di questa fama, poiché ciò che non è vero non dura. Il passaggio immediatamente successivo all’affermazione del trash è la spazzatura che diventa oggetto artistico.

Oggigiorno noi vediamo il trash non soltanto nelle pinacoteche (e dalle pinacoteche è facile rimanere lontani); lo vediamo attraverso i canali di comunicazione privilegiati, i più potenti. Allora il problema è: che cosa fare? Il problema è cioè come muoversi di fronte a una realtà come questa. Il problema fondamentale è il problema di una educazione. Quando parlo di educazione non intendo parlare di un discorso, di una predica, di una cosa noiosa. Mi servirò dell’immagine che usa Dante nel canto terzo dell’Inferno. Dante, lo sapete tutti, all’inizio del suo viaggio è preso dalla paura. Il viaggio di Dante è il viaggio della vita: Dante rappresenta tutti noi. Che cosa fa Virgilio? Lo prende per mano e “lo mise dentro le segrete cose”. Perché Dante di fronte alla porta dell’inferno ha paura: allora l’educazione è un prendere per mano qualcuno con letizia, facendogli capire che c’è una positività, una verità, che c’è una bellezza. Come si fa a crescere dei figli facendo intimorire questi figli, facendo pensare che nella vita bisogna avere soltanto paura?

A me piace l’immagine di mia figlia che ha cinque anni: avendo gli amici in casa, magari sono una cinquantina, mia figlia vede il papà e la mamma con uno sguardo sereno e tranquillo, e allora lei sente che può andare ovunque. Cioè, l’educazione è un “accompagnare”. C’è anche un’educare noi stessi; ma a che cosa ci si può educare? A che cosa ci si può educare, se non al bello e al vero? Che cosa possiamo dare a noi stessi e che cosa ai nostri figli, alle persone cui vogliamo bene, se non il bello e il vero che abbiamo incontrato? Allora sorge il problema di che cosa sia la bellezza.

Spesso si sente chiedere che si definisca la bellezza: che cos’è la bellezza? Io penso che il problema non sia quello di definire la bellezza; cioè, il problema non è quello di chiudere la bellezza all’interno di confini; perché il problema fondamentale è quello di vedere che cosa la bellezza suscita in noi. Quando noi troviamo, vediamo qualcosa che è davvero bello, la prima reazione è quella di uno stupore, è quella di una meraviglia, è quella di rimanere estasiati in contemplazione. Pensiamo a una musica bella. Pensiamo alla sinfonia 40, o alla Cappella Sistina di Michelangelo, o a dei testi belli. Nel momento in cui noi cerchiamo di definire la bellezza accade già che noi stiamo deturpando la bellezza, la stiamo in un certo senso corrompendo, perché siamo presi come da un desiderio di possesso della bellezza stessa. Invece la bellezza va ammirata: bisogna vedere dove ci porta la bellezza. Che fa sempre nascere una domanda, fa sempre nascere uno stupore.

E’ anche vero che quando io m’interrogo sulla bellezza di certe opere, mi rendo conto che c’è sempre un legame molto profondo tra l’arte e la realtà. Con questo non intendo dire che l’arte deve essere per forza realistica, ma intendo dire quello che uno spirito dice magistralmente nell’Amleto. Sapete che nell’atto primo della tragedia c’è Amleto che parla con il fantasma del padre. E il fantasma del padre dice ad Amleto: “Non rivelare niente a nessuno di quello che hai visto”. Allora Amleto, quando parla con l’amico Orazio, gli dice: “Ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia, Orazio”. Cioè, la realtà è sempre più ricca di ogni immaginazione, e quindi l’arte potrà, dovrà sempre prendere spunto dallo stupore per la realtà, un po’ come la filosofia, un po’ com’è nata la filosofia, ma anche un po’ come è nata la stessa scienza. Lo stesso Antonino Zichichi, quando parla di Galileo, dice che la scienza è nata dal credito che gli scienziati hanno dato alla stupefacente bellezza del creato: si è creduto al fatto che nella realtà ci fossero delle leggi e delle regole, un ordine. Lo stesso Manzoni nel Dialogo Dell’invenzione dice che l’artista illetterato non inventa mai nulla. Lavora sull’etimo del termine: dice che “inventare” deriva da “invenire” che vuol dire “trovare”, “scoprire”. Quindi l’artista, il letterato, è come se trovasse nel creato le norme e le impronte del creatore. Dante è dello stesso avviso. Dante apre il paradiso dicendo:

 

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;

 

Che significa? La bellezza che c’è nel creato è la sorgente dell’opera d’arte, è la sorgente di ogni atto, di ogni iniziativa artistica. Parte sempre dal fatto che accada qualcosa, inizia sempre un accadimento, così come pensavano Eliot e Montale: arrivavano a dire che l’arte e la letteratura dovevano raccontare l’oggetto, la persona, l’incontro, quello che era accaduto nella realtà. C’è ora un legame molto profondo anche con la bontà: la bellezza non può essere slegata dalla bontà. Io penso a mia figlia: quando la mamma dice qualcosa di brutto, di cattivo, mia figlia dice: “Mamma sei brutta!”, e quando un bambino dice “mamma sei brutta” o “papà sei brutto” intende dire che ci si è comportati male. Cioè nel bambino questa coincidenza tra bellezza e bontà è chiarissima. Non siamo noi ad avere insinuato in loro la nozione di una identità tra bontà e bellezza. Per un bambino la mamma è bella sempre. Perché la mamma è buona, la mamma è il suo punto di riferimento. Quindi la mamma è bella, la mamma è buona.

Ma nell’epoca contemporanea, in maniera drammatica, è avvenuta una separazione tra bellezza e bontà. È quello che Shakespeare, sempre nell’atto terzo dell’ “Amleto”, descrive nel dialogo tra Amleto e Ofelia. Quando Amleto decide di lasciare Ofelia, si finge pazzo, allora la convoca dopo il famoso monologo (“Essere o non essere”), e le dice: “Siete bella? Siete onesta?”. Ofelia non capisce. E allora Amleto insiste: “se siete bella e se siete onesta, non lasciate la vostra onestà a discorrere colla vostra bellezza, perché oggigiorno è più facile che la bellezza corrompa la bontà, di quanto la bontà possa migliorare la bellezza”.

Ecco, qui è chiarissimo che tra bellezza e bontà è avvenuta una separazione netta. Come siamo distanti dall’immagine che aveva Dante di Beatrice, ora! Quando Dante nella “Vita nuova” la chiama “tanto gentile, tanto onesta”. La bellezza di Beatrice proviene dal fatto che Beatrice è bella e anche buona. Anzi è la bontà straripante che c’è nel suo animo che la rende bella.

Ma pensiamo a come si comporta Beatrice nei confronti di Dante: Beatrice si mette a guardare verso l’alto. L’atteggiamento di Beatrice non è quindi quello di far fissare Dante su di lei. Dante per osmosi si mette a guardare in alto. Beatrice qui è come se fosse educatrice e maestra. Un maestro non indica se stesso, un maestro indica sempre qualcosa d’altro; e che cosa indica se non il bello e il vero? Quello che prova Dante in quel momento è qualcosa di sconvolgente. È qualcosa di indescrivibile. Non si può raccontare l’esperienza di andare oltre la natura umana: è un’esperienza non raccontabile, come tutte le grandi esperienze della vita che noi proviamo. Ce ne rendiamo conto quando proviamo a raccontarle, a descrivere queste esperienze: sembrano già decadere, sembrano essere sminuite.

Dante però ha anche da dire che in realtà tutte le cose sono belle nella loro misura. Dante dice che “Le cose tutte quante/ hanno ordine tra loro, e questo è forma/ che l’universo a Dio fa somigliante”. Ciò vuol dire che c’è qualcosa che è eminentemente bello, ma in realtà tutta la realtà è bella perché in tutta la realtà c’è l’impronta di Dio. E infatti San Tommaso dice che siamo noi che spesso non siamo in rapporto giusto con la realtà, perché se fossimo in questo rapporto giusto noi coglieremmo la bellezza di tutta la realtà. È un po’ quello che coglie un genitore quando guarda il figlio. Il figlio può commettere qualsiasi azione anche negativa, ma la mamma nei confronti del figlio prova sempre un sentimento di amore? È un po’ quel che racconta Antoine De Saint-Exupery quando parla della rosa e del principe. Il principe, quando vede che ci sono altre rose, si sente un po’ tradito perché era convinto che la sua fosse la sola rosa e che quella rosa fosse bellissima perché era l’unica. Ma in realtà si rende conto che ci sono tantissime cose. A quel punto è chiamato a riconoscere che la rosa è bella perché lui ha dedicato del tempo a quella rosa: è il tempo che lui dedicato a quella rosa che la fa diventare unica per lui, che la fa diventare importante.

Ecco, l’identità tra buono, vero e bello, che è sempre esistita nell’arte. Questa identità esisteva nell’arte classica, così come esisteva nell’estetica cristiana. E’ la modernità che ha portato in primo luogo alla perdita del simbolico. Quando parlo di perdita del simbolico intendo dire che nell’epoca contemporanea è come se l’uomo avesse sempre più pezzi di un puzzle. Pensate le conoscenze come sono aumentate. Nel Medioevo i pezzi del puzzle erano ben pochi. Ma si sapeva che l’immagine finale del puzzle era un’immagine positiva, era un’immagine bella. L’uomo contemporaneo ha aumentato le conoscenze, ha aumentato i pezzi del puzzle. Ma non sa più che cosa farsene di quei pezzi. Non sa più qual è l’immagine da ricostruire. È come se si fosse persa l’unità tra il particolare e il senso o tra il particolare e l’universale. Ma nell’arte contemporanea è accaduto anche altro. E’ accaduto uno strappo ancora più forte. Lo strappo tra il contenuto e la forma. Lo strappo tra l’idea e la forma. Direi che l’epoca contemporanea è l’epoca dell’ideologia. È l’epoca in cui l’idea stessa può diventare opera d’arte.

Un artista di nome Anselmo compone un’opera d’arte di nome Torsioni, prendendo un pezzo di spago e legandolo a un muro: di fronte a quest’opera noi non capiamo, noi profani. Lui spiega che la tensione a cui sottopone questo spago gli viene restituita, e quindi quell’opera d’arte rappresenta in un certo senso la forza, la reazione e la controreazione. Ecco, di fronte a queste spiegazioni siamo ormai abituati a dire: noi siamo profani, noi siamo ignoranti, non capiamo, dobbiamo essere sudditi dell’artista, ma soprattutto sudditi del potere del critico d’arte. Oggigiorno vi è il trionfo del critico d’arte.

Ma non è mai stato così. Noi dobbiamo davvero fare lo sforzo, la fatica di compiere un passo indietro per capire che l’opera d’arte si è sempre affermata di suo. E si è sempre affermata di suo con il potere del bello. Oggi invece è la critica d’arte che decreta le mode. Ed è il terzo aspetto del trionfo dell’arte di oggi: l’aspetto economico. Oggigiorno il quadro è sottoposto al criterio del valore. E uno dei criteri che va per la maggiore è la grandezza del quadro. Lo si calcola in base alle dimensioni fisiche (larghezza, ecc.) e al curriculum dell’autore (quante mostre ha fatto, ecc.). Non è mai stato così. Oggigiorno ci vogliono invece spacciare il fatto che l’arte contemporanea è diversa dall’arte degli altri tempi.  In realtà si tratta di un’idea mistificante e faccio giusto un esempio. Sono stato a un premio artistico in cui c’era un amico che esponeva un quadro a mio modo di vedere molto bello. Si capiva quello che rappresentava. Il primo quadro è stato un bastoncino conficcato nel muro con po’ di gesso. Ma il premio del consenso popolare non ha votato il bastoncino conficcato nel muro, il consenso ha votato i quadri belli, i quadri che significano qualcosa. E’ questo il motivo della speranza. Il motivo della speranza è che il criterio della bellezza non ci viene dato agli esperti. Se tutti ragazzi, se tutte le persone che erano lì presenti hanno votato altri quadri rispetto al vincitore del primo premio, hanno votato quadri belli, significa che il criterio della bellezza è dentro di noi, è nel nostro cuore.

Siamo stati fatti da Dio con un criterio che ci permette di andare verso ciò che è vero, ciò che è buono, ciò che è bello, e questo criterio ce l’abbiamo noi: dobbiamo educarci a cogliere il fatto che noi stessi abbiamo un criterio oggettivo, questa è l’affermazione fortissima che possiamo fare. Abbiamo in noi un criterio oggettivo. E noi sappiamo se è qualcosa buono per noi.

I miei ragazzi del liceo, quando magari mi raccontano delle storie sentimentali o altre cose che combinano, li rimando sempre a cercare di capire se quello che fanno è qualcosa di buono per loro e gli dico: prova fare silenzio, prova a guardarti dentro e prova a vedere se effettivamente è così. Ci vuole coraggio, ci vuole educazione ci vuole fatica, sacrificio, perché come scrisse anche Stefano Zecchi, oggigiorno è più facile abituarsi al brutto, è più facile guardare una trasmissione brutta, perchè siamo invasi da queste cose. Comporta educazione, fatica, sacrificio rimetterci in sintonia con qualcosa che è bello, anche se però è più naturale, anche se però è più corrispondente a come noi siamo fatti, perché noi siamo fatti per qualcosa che sia bello per noi, qualcosa che sia grande, qualcosa che sia bello.

Allora, veniamo un po’ al tema della serata. Il tema della serata è: Quale bellezza salverà il mondo?Idiota dice che il mondo sarà salvato dalla bellezza. Si chiede: ma quale bellezza potrà salvare il mondo? Perché dire che la bellezza salverà il mondo può sembrare una bestemmia, se intendiamo per bellezza quella che ci viene spacciata oggi dai mass media. Se intendiamo come bellezza soltanto l’appariscenza esteriore. In un altro romanzo di Dostoevskji, I Demoni, un personaggio dice che Raffaello e Shakespeare stanno al di là, sono più importanti della rivoluzione contadina, sono più importanti addirittura della chimica, dell’inglese, della scienza, perché Raffaello e Shakespeare rappresentano la bellezza e, quindi, rappresentano il frutto più grande che l’uomo abbia dato. Il titolo parte da una provocazione presente in un romanzo di Dostoevskji che nell’

Quando Giovanni Paolo II dieci anni fa, nella Lettera agli artisti, cercava di commentare la frase “La bellezza salverà il mondo”, scrisse che la bellezza salverà il mondo perché la bellezza darà sempre quello stupore, trasmetterà sempre l’entusiasmo che ci permetterà di ripartire.

Ultimamente Benedetto XVI ha detto che la speranza è “la vera figlia di bellezza”. Di fronte alla bellezza noi abbiamo la speranza nella vita, la speranza di qualcosa di meglio. In Le vite degli altri, un film bellissimo, il protagonista spiava la vita delle persone. A un certo punto si trova a spiare la vita di un artista; e si trova cambiato vedendo come questo artista vive in maniera diversa, vive l’amore diversamente, l’arte diversamente, la musica diversamente. C’è una frase bellissima nel film, il cui protagonista dice: “Come si fa ad essere cattivi dopo aver sentito una musica così bella?”

La vera bellezza non porta al desiderio di violenza, non porta al desiderio di possesso, ma porta al desiderio di cambiamento, porta al desiderio di essere migliori, come quando ci innamoriamo davvero, come quando ci innamoriamo con di qualcuno. Vogliamo essere all’altezza di questa persona, desidereremmo essere migliori di quello che effettivamente siamo. Dante, quando affronta la questione della bellezza, quando affronta la questione dell’arte, ci spiega perché ha scritto la Divina Commedia, e lo fa in una lettera scritta a Cangrande della Scala, inviandogli il Paradiso.

Quando gli invia il Paradiso cerca anche di spiegargli perché ha scritto la Divina Commedia e perché mai dovremmo leggerla. Dante dice che l’ha scritta per rimuovere i viventi, cioè noi finché siamo in vita, dalla condizione di miseria, dalla condizione di peccato, di tristezza, e accompagnarci alla condizione di felicità. Cioè la Divina Commedia è stata scritta da Dante per renderci più felici e per portarci alla salvezza eterna.

Quindi Dante mette subito in collegamento la questione della bellezza con la questione della felicità e addirittura con la questione della salvezza eterna; ed è la stessa intuizione che ha avuto Leopardi. Il quale, interrogandosi sulla questione della vita, soprattutto interrogandosi sulla questione della felicità, che è stata la domanda fondamentale che aveva Leopardi quando si alzava al mattino, è arrivato ad un’intuizione nella poesia Alla sua donna. L’intuizione è che se l’uomo incontrasse la bellezza, ma la bellezza con la V maiuscola, ossia la bellezza ideale, allora la vita sarebbe felice. L’uomo vivrebbe il Paradiso sulla terra. All’uomo basterebbe salvare la memoria di questa bellezza, non rivederla ogni istante.

Allora iniziamo già capire, grazie a questi grandi geni, perché la bellezza, qualunque bellezza può salvare. San Giustino, filosofo e martire, dice che il Cristianesimo è stato la manifestazione totale del Logos, per cui a noi cristiani interessa qualsiasi forma di bellezza, perché qualsiasi forma di bellezza è una parte del Logos, fa parte del seme del Logos disseminate nel mondo. Ed ecco perché i grandi Padri della Chiesa, come Sant’Agostino (sul quale ultimamente è stato fatto un film secondo me davvero stupefacente), hanno salvaguardato tutto il bello, tutta la bellezza dell’arte.

Ci dice Sant’Ireneo che la gloria di Dio è l’uomo vivente. Egli fa un passo in più, ci dice che c’è qualcosa che è ancora più bello dell’opera d’arte. Charles Moeller dice c’è una sola cosa che supera la bellezza della Divina Commedia, ed è la bellezza dei santi. Persone che hanno trovato una cosa talmente grande che nel loro volto è come se incarnassero questa bellezza. Infatti la saggezza dei primi cristiani propone questa frase splendida: guardate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dal loro discorsi e dai loro sguardi. La bellezza dei santi è rigenerante.

Potremmo fare davvero tantissimi esempi: ne faccio uno molto personale. Ho portato i miei studenti a fare la colletta alimentare. Una signora di ottant’anni, che non si voleva fermare a offrire nulla, poi mi ha raccontato che appunto lei aveva sperimentato davvero la povertà, noi probabilmente non l’abbiamo mai sperimentata. La signora, dopo mezz’ora che mi parlava, ha visto i miei studenti che si premuravano contenti per ottenere sempre più cibo per i poveri. Alla fine si è messa anche lei a fare la colletta alimentare.

Questo è un esempio reale di cosa vuol dire che la bellezza trascina. Un gesto bello trascina, muove, se uno lo guarda. Gli esempi però potrebbero essere tanti altri. Ricordo che sono rimasto colpito un anno e mezzo fa quando ho sentito parlare una signora del Burundi che ha visto massacrare i propri familiari nella contesa tra Hutu e Tutsi. E’ ripartita dal bello che aveva incontrato lei. Invece di coltivare un desiderio di vendetta, è nato un orfanotrofio che ha ospitato più di 10.000 bambini. Qual è la vera bellezza che può salvare il mondo? È quella bellezza che tiene assieme il buono, il vero e il bello. Quella bellezza che c’è stata testimoniata, per quanto mi riguarda, da quelle persone che hanno incontrato Cristo. Quindi quella bellezza che testimonia Cristo stesso, che è il buono, il vero, il bello.

Ma nell’epoca contemporanea purtroppo spesso ci si dimentica di un aspetto: di Cristo. Ci si dimentica di un aspetto del Cristianesimo. Della bellezza. Una volta che si è tolta la bellezza, anche la verità e la carità non stanno più assieme. Allora la carità senza verità diventa buonismo e serve a poco; la verità senza carità rischia di essere un giudizio spietato nei confronti delle persone, rischia di essere intransigenza. La verità deve andare a braccetto con la carità, cioè i giudizi devono sempre andare a braccetto con uno sguardo amorevole sulla persona; ma questo è possibile soltanto nella misura in cui si scopre che questa è la vera bellezza della vita. Concludo qui la presentazione. Preferisco non dilungarmi per lasciare spazio alle vostre domande.

 

Domande

Primo interlocutore

 

Lei all’inizio ha parlato del relativismo. Però c’è un fatto particolare: che nell’Ottocento si trovava l’arte romanica estremamente brutta, addirittura l’arte romanica veniva definita rozza e goffa; eppure quella era un’arte piena di Dio. Oggi invece si tende a vederla come una delle più alte espressioni dell’arte dell’umanità. Ci sono molte forme d’espressione nell’arte medievale che ricordano l’arte contemporanea, per esempio riguardo alle mani sproporzionate, alla sproporzione delle membra delle sculture romaniche, rispetto a quelle classiche naturalmente. Alcuni medievisti hanno detto che bellezza è cominciata con il voler incanalare per forza la bellezza in un prototipo preciso, nei canoni della classicità. Qual è la sua opinione?

 

Prof. Fighera:

Qual è la domanda?

 

Primo interlocutore:

 

La bellezza può avvenire in qualcosa di apparentemente brutto, diciamo così?

 

Prof. Fighera:

 

Quella del relativismo è una questione importantissima perché il brutto nell’arte è sempre stato rappresentato. Il brutto è sempre esistito nell’arte, sia nella letteratura che nell’arte figurativa. Però un tempo c’era la consapevolezza che era brutto. Relativismo significa giungere al fatto che noi raffiguriamo qualcosa che non ha alcun significato. Qualcosa che non ha nessuna corrispondenza con la bellezza. Ecco, questo aspetto è trattato nel libro.

Il secondo aspetto è un invito a fare un passo indietro. Andiamo a vedere se è vero quello che i critici d’arte e gli artisti di oggi ci spacciano: che chiunque può essere artista e qualsiasi forma di comunicazione è arte. Non è mai esistita quest’affermazione, che qualsiasi forma di comunicazione fosse arte. Non è vero. Infatti l’artista ha sempre avuto un ruolo particolare, la sua consapevolezza è stata in certe ere chiamata missione. Dante parla di un talento: l’artista non era chiunque, come nell’epoca contemporanea. Allora quando si parla di relativismo si intende soprattutto sottolineare il fatto che non esiste più differenza tra bello e brutto, anzi si chiama brutto ciò che è bello e bello ciò che è brutto.

Per quanto riguarda la questione del Medioevo, è una questione che in realtà è iniziata già da Rinascimento, ma soprattutto dall’Illuminismo. Il vero secolo che ha distrutto il medioevo è stato quello dell’Illuminismo. Regine Pernoud, in Luce del Medioevo, ha messo in luce lo splendore della verità (veritatis splendor): com’è possibile che un’epoca di decadenza abbia partorito le cattedrali? Abbia partorito la Divina Commedia? Abbia partorito oggetti artistici così belli? Se il Medioevo fosse un’epoca buia, quelle opere non sarebbero nate.

In realtà l’idea che ancora noi studiamo a scuola, per cui qualche professore ancora rappresenta il Medioevo come epoca buia e oscurantista, è frutto di una visione illuministica e atea, che ha “fatto fuori” il Mistero, ha fatto fuori Dio. Mentre il Medioevo è testimone di grande fede, essendo l’epoca in cui il nostro popolo costruì le cattedrali liberamente, dando il proprio tempo libero la domenica. Il Medioevo ha conosciuto questi fenomeni popolari che hanno partorito bellezza. Ecco, il Settecento ha voluto demolire l’epoca che testimoniava per eccellenza che la bellezza deriva dallo stare di fronte a un mistero più grande di noi. Cioè, il mistero emerge dalla realtà.

Quando vediamo una donna bellissima, un quadro bellissimo, qualcosa di straordinariamente bello, troviamo qualcosa di grande in quella realtà, ci rendiamo conto che non lo abbiamo partorito noi. L’arte si rende interprete di questo, per cui l’artista è artefice e non è creatore. Il problema di oggi è che l’artista vuole diventare creatore. Fatto fuori il mistero, il passaggio successivo è che l’artista è creatore; allora, ecco la Post Human Art: cioè si prendono manichini di esseri umani, gli si fa di tutto e poi li si fotografa. L’arte in cui l’artista è creatore, fatto fuori il mistero, partorisce mostri.

Però chiariamo che l’arte non scaturisce per forza da una visione cristiana della vita. La vera arte, come dicevo prima, scaturisce dallo stupore grande che la realtà desta. Scaturisce dalle nostre domande. Per questo antichi autori parlano all’uomo di ogni epoca. La vera arte rimane nel tempo.

 

Secondo interlocutore:

 

Vorrei chiederle un giudizio su un intervento di Croce, che denuncia i rischi del relativismo.

 

Prof. Fighera:

 

C’è una polemica tra Pirandello e Croce su questa questione. Croce sottolinea che l’arte scaturisce comunque da momenti particolari di intuizione, quindi sarebbe un momento conoscitivo di secondo grado. Visione che io ritengo parziale. Pirandello sottolineerà che l’arte è a 360°. L’arte scaturisce dall’uomo in tutte le sue facoltà, quindi l’arte ha a che fare con la ragione, l’arte ha che fare con intelletto, l’arte ha che fare col sentimento, l’arte ha che fare con il cuore. Non è soltanto legato ad una intuizione particolare.

Io penso che Croce sia vittima del relativismo. Mi spiego meglio. Proprio la riduzione di cui abbiamo ora detto lo indica. Pensiamo a come ha letto la Divina Commedia: il Paradiso va quasi tutto scartato. L’arte c’è, secondo il suo metodo, soltanto in alcuni momenti, come quello di Paolo e Francesca, del conte Ugolino, di Farinata degli Uberti, eccetera. Ecco io considero questa limitazione dell’arte come di qualcosa di legato solo all’intuizione già come un esito del relativismo; mentre Pirandello pensa che l’arte sia figlia dell’uomo nella sua totalità.

Nell’intervista del 1936 fatta al Cavicchioli, ci tiene a dire che non ha voluto mettere in discussione tutti valori. Tant’è vero che ha cercato di trovare dei punti di riferimento nei tre campi fondamentali: nel campo della religiosità, nel campo dell’arte, nel campo della socialità. Solo l’amore carità, egli dice, può ricomporre l’umanità frantumata. Pirandello sente il desiderio di ricomporre l’umano. Pirandello comprende dove la cultura sta andando. I suoi contemporanei non comprendevano Pirandello perché il grande genio ha questo di suo: che sa anticipare, vede quello che gli altri non vedono. Pirandello è stato comprensibile dieci anni dopo.

 

Terzo interlocutore:

 

Come possiamo legare la bellezza con l’amicizia? E’ più profonda la bellezza o l’amicizia?

 

Prof. Fighera:

 

Una precisazione: spero di non essere caduto in ambiguità nella piccola presentazione di prima. Io non ho parlato di necessità di formare artisti; ho parlato di necessità, di emergenza educativa. C’è bisogno di riformare l’umano, di avere degli “io”, delle persone con un cuore, con delle domande. Infatti è stato un po’ questo il desiderio che mi ha mosso a scrivere su felicità e bellezza.

Siamo fatti per la felicità, per la bellezza, per l’amore. E quando diciamo felicità, bellezza, amore, vuol dire che siamo fatti per l’amicizia, perché l’amicizia è amore. Nel Piccolo Principe c’è proprio l’esempio dell’amicizia tra il piccolo principe e la volpe. Che cosa avrà guadagnato la volpe creando questo legame di amicizia? La volpe gli dice che, ogni volta che guarderà un campo di grano, penserà ai capelli biondi del piccolo principe.

Allora che cosa guadagniamo con l’amicizia? Guadagniamo un pezzo di realtà e di conoscenza. Solo lo stupore conosce. Nell’amicizia, nei legami, noi guadagniamo un pezzo di realtà. Come quando uno conosce un francese: la Francia assume un aspetto diverso. Come oggi che io ho conosciuto Marco. A Salerno c’ero stato in viaggio di nozze (in Costiera Amalfitana e a Roma), però Salerno d’ora in poi per me sarà qualcosa di più, qualcosa di più grande. Quindi l’amicizia per forza è connessa con una visione integrale dell’uomo: per quello felicità, bellezza, amore, amicizia sono completamente connessi, perché siamo fatti per quello.

Commenta questo Articolo