Auspico vivamente il ritorno al sistema scolastico in vigore fino a un po’ di anni fa nel quale l’intera storia veniva affrontata nel ciclo della scuola primaria, poi nella secondaria di primo grado e, infine, in quella di secondo grado. Per tre volte, secondo livelli di comprensione differenti.

La storia (o, meglio, la ricerca della verità storica) s’incontrava già nei primi anni di studio e la si approfondiva, poi, nel tempo. I bambini si aprivano così già alla categoria della storia che oggi hanno in gran parte perso, poiché arrivano a conoscere il Novecento solo a tredici anni. Cosa potranno cogliere della Shoah (l’olocausto) gli studenti della classe quinta della primaria o di terza media che non hanno ancora mai incontrato nel programma il nazismo e la Seconda Guerra Mondiale? Gli studenti di tredici o di quattordici anni nel migliore dei casi affronteranno l’argomento verso marzo o aprile (verificate nelle scuole, se non ci credete!). Come possono stupire allora i dati che vengono diffusi sovente in questi giorni relativi all’ignoranza sull’olocausto? La coscienza storica non si crea in una giornata dedicata alla memoria, ma attraverso un percorso consapevole fin da piccoli.

Chi insegna nelle scuole superiori sa quale disastro culturale abbia provocato questo cambiamento! I ragazzi sembrano in gran parte non aver aperto la categoria storico-temporale, un secolo equivale ad un altro, sembra per molti esistere solo il presente, non sono capaci talvolta di collocare le guerre mondiali nel secolo giusto (sembra una battuta, ma è la tremenda realtà di studenti di quattordici anni). Ebbene, una rapida verifica consente di attestare che la riforma dello studio della Storia è stata negativa e nefasta anche per le altre discipline. La Storia è, infatti, l’impalcatura che permette la comprensione e lo studio dell’Arte, della Letteratura, della Filosofia e di tante altre materie. Negli anni successivi la situazione si è aggravata a causa della diminuzione del numero di ore dedicate alla disciplina nelle scuole superiori di secondo grado: sempre più l’attenzione si è concentrata sulle competenze e sempre meno sulla cultura, come se le competenze non passassero attraverso un percorso culturale.

È un paradosso chiedere di celebrare il passato e di ricordarlo e, nel contempo, ridurre sempre di più lo spazio dedicatogli. Si può sempre ritornare indietro sui propri passi, riconoscere che alcune scelte operate alla prova dei fatti si sono rivelate deleterie e adottare percorsi e modalità pedagogiche più proficue. Ritorniamo a far studiare la Storia ai bambini della scuola primaria, tutta, non solo la preistoria in terza, le prime civiltà in quarta, i Greci e i Romani in quinta. Non si può arrivare ad undici anni e aver scoperto la storia solo fino all’Impero romano. I bambini hanno una grande curiosità e una grande capacità di comprendere. La categoria storica è fondamentale nella crescita, se non viene aperta da piccoli, difficilmente sarà aperta più tardi, così come accade per la capacità di calcolo, per la comunicazione, per la logica.

Ecco, poi, un altro paradosso riguardante lo studio della disciplina storica. Le recenti riforme hanno portato a dispiegare lo studio della storia dalla preistoria alla contemporaneità negli otto anni della primaria e della secondaria di secondo grado con l’obiettivo di dedicare uno spazio maggiore alla comprensione della contemporaneità. Eppure è facilmente verificabile che nella migliore delle ipotesi un ragazzo alla fine del percorso della Secondaria di primo grado ha studiato la Seconda Guerra mondiale e ha appreso qualche informazione sulla guerra fredda. Situazione analoga si verifica nelle scuole superiori di secondo grado. Anche in questo caso le indicazioni ministeriali di qualche anno fa hanno portato a studiare più rapidamente l’antichità e l’Alto Medioevo (in teoria al termine del biennio l’insegnante dovrebbe aver affrontato il periodo che va dalla preistoria fino a Carlo Magno e alla dinastia degli Ottoni) in modo tale che il quinto anno sia focalizzato sul Novecento. Purtroppo, alla fine del percorso uno studente di diciotto o diciannove anni conoscerà gli anni Sessanta, quando va bene, così come accadeva negli anni Ottanta. Eppure oggi siamo nel 2020. Non possiamo traghettare i ragazzi solo agli anni Sessanta, per loro è preistoria! Forse negli anni Sessanta non erano ancora nati i loro genitori. Non possiamo lasciare gli studenti indietro di due generazioni.

La guerra in Vietnam, la crisi di Cuba, la fine della Guerra fredda, la caduta del muro di Berlino, la disgregazione dell’URSS, tangentopoli e la fine della Prima Repubblica, le guerre nell’ex Jugoslavia, le guerre nel Golfo, la rivoluzione in Iran che ha portato alla caduta dello Scià di Persia, Mao Zedong e la rivoluzione culturale cinese con i milioni di morti provocati dalla politica dell’epurazione del capo cinese, lo scontro decennale tra Iran e Iraq negli anni Ottanta, l’Afghanistan e i talebani, lo scontro tra Israele e Palestina dal 1948 in poi, ecc… Potremmo proseguire in un elenco sterminato di questioni che in qualche modo dovrebbero essere aperte a scuola. Non ci si può nascondere sotto l’attenuante: «Manca il tempo».

Lo studio del passato deve aiutarci a capire meglio le radici del presente. Una Giornata della Memoria che accusasse il passato (come accade nella maggior parte dei casi) e che non riflettesse sul presente sarebbe ipocrita e farisaica. Se il presente deve illuminare il passato, è anche vero il contrario, ovvero che il passato deve aiutarci a scrutare meglio il presente. L’errore più grande che si commette oggi è pensare che i campi di concentramento siano esistiti solo nel tempo passato. Uno sguardo attento a quanto si verifica oggi nel mondo ci dimostra che i lager sono ancora oggi presenti (in Cina ad esempio), ma pochi ne scrivono, che l’eugenetica nata sotto i regimi totalitari e vagheggiata dal Nazismo è oggi presentata come modernità, che tante altre ingiustizie sono ancora commesse. La memoria è la sorgente dell’identità di una persona e di un popolo. Foscolo afferma che l’unica cosa che non può essere strappata all’Italia è la sua memoria (così ne I sepolcri del 1807). In effetti, ogni persona e ciascun popolo è responsabile della perdita della memoria. La memoria ha a che fare con una storia. Si ha memoria se si ha una storia da raccontare.

Conoscere il passato è un atto morale, nel senso che la stessa ignoranza è colpevole, come afferma Traudl Junge che diviene segretaria di Hitler a ventidue anni nel 1942. Finita la guerra, scopre che una sua coetanea, Sophie Scholl, ha dato la vita per diffondere la verità dello sterminio, mentre lei è rimasta ignara di tutto. Allora scrive: «Il fatto che fossimo giovani non ci giustifica dal non aver saputo». La memoria è la sorgente dell’etica, della vera moralità, ovvero della possibilità di agire per un bene. Basti pensare, ne I promessi sposi, al caso di Renzo che, più volte, nella sua peregrinazione lontano dal paese natio,  proprio nei momenti più bui, viene trattenuto dal compiere azioni scellerate dalle trecce nere e da una barba bianca, ovvero da Lucia e fra Cristoforo, le due persone autorevoli per la sua vita. La memoria permea, in questo caso, il presente, lo rende vitala. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 2-2-2020)

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