Tra una settimana tutti gli studenti delle medie dovranno aver scelto l’istituto superiore di secondo grado che frequenteranno l’anno prossimo. Cercheremo oggi di offrire semplicemente dei criteri per affrontare la scelta in modo più consapevole e ragionevole.

Credo che vada innanzitutto messa in discussione una posizione diffusa, e divenuta ormai prevalente tra i genitori di oggi, in base alla quale debba essere in ogni modo tutelata, rispettata, non violata la libertà del ragazzo.

Per questo ho sentito spesso genitori che sostenevano che l’adulto non potesse scegliere per il figlio e dovesse rispettare incondizionatamente la sua scelta. Ma di quale libertà si sta parlando in questo caso? Quella di iscriversi a una scuola di cui non si conosce nulla, di frequentarla solo perché il gruppo del momento o l’amico si iscrive o perché nel mese in cui si effettua l’iscrizione il ragazzo ha una particolare passione o il desiderio di svolgere un certo lavoro nella vita?

Anche questi sono certamente fattori da tenere in considerazione, ma devono essere valutati e giudicati all’interno di una complessità ben più ampia della scelta.

A 13 anni un figlio deve essere ancora guidato e accompagnato perché possa più tardi assaporare davvero il senso della libertà, che è compimento, non autonomia, strada verso una pienezza, non disimpegno, sensazione di poter abbracciare un campo sempre più ampio di realtà e di persone, non solitudine. Un ragazzo deve poter comprendere (almeno a livello teorico) che il senso principale della scuola superiore è quello di formare, perché a 18-19 anni si possa scegliere la strada (universitaria o lavorativa che sia) che, almeno a livello intuitivo, sembra più corrispondente al proprio desiderio e/o chiamata.

A diciott’anni, solo allora, la scelta sarà del giovane, che si confronterà con altri giovani, con adulti, con le realtà universitarie e lavorative, ecc. Ma come potrà un ragazzo a quell’età davvero scegliere se il periodo trascorso a scuola alle superiori non sarà stato adeguato e formativo? Fatta questa premessa, entriamo nel vivo della scelta della scuola superiore.

La prima grande distinzione che bisogna tenere presente è quella tra i licei e le altre scuole. L’ammodernamento dei cicli delle superiori di secondo grado avvenuta anni fa sembra aver risposto all’esigenza sentita da sempre più famiglie di iscrivere un figlio al liceo. Un tempo vi erano soltanto pochi licei: classico, scientifico, linguistico, artistico. Oggi, scuole che precedentemente non erano licei sono entrate a far parte della vasta gamma di licei (con alcuni cambiamenti delle discipline nel piano di studi).

Così sono sorti anche i licei musicali e coreutici, il liceo scientifico con opzione delle scienze applicate, il liceo scientifico con sezione a indirizzo sportivo, il liceo delle scienze umane con la possibilità di scegliere l’opzione economico-sociale.

Ho spesso l’impressione che i genitori siano soddisfatti che i propri figli frequentino un liceo, scordandosi, però, che il fine del liceo è dare una profonda formazione culturale e insegnare un’acuta capacità di ragionamento sotto differenti profili. Un liceo deve formare un ragazzo perché abbia gli strumenti migliori per frequentare l’università che sceglierà a diciott’anni. Il liceo non immette il giovane nel mondo del lavoro, non gli offre una specializzazione o un profilo professionale.

Proprio per questa ragione i licei non si equivalgono in alcun modo: un ragazzo può diplomarsi non avendo mai tradotto nulla dal latino, non avendo mai letto la Divina Commedia, ecc. Le preparazioni differenti degli studenti derivano non soltanto dallo studio personale, ma anche dall’orientamento del liceo scelto e dall’istituto in cui il ragazzo è iscritto. I fattori in gioco sono tanti. Sono convinto, quindi, che la scelta del liceo debba tenere in considerazione quale orientamento permetta poi di scegliere con maggiore libertà l’università.

Senza la prospettiva di proseguire gli studi oltre il diploma, scegliere il liceo può rilevarsi una scelta sbagliata. Proviamo allora ad offrire un criterio per capire quando sia opportuno iscriversi a un liceo.

Bisogna senz’altro osservare il ragazzo e cogliere gli indizi con sguardo scevro da pregiudizi (positivi o negativi che siano) su di lui. Chiediamoci: il ragazzo ha mostrato e mostra volontà di studiare? Teniamo conto che nell’età adolescenziale più facilmente si verificano alti e bassi nel percorso: se un tredicenne non ha mai manifestato nel percorso scolastico volontà nell’applicazione ha, però, senz’altro palesato segnali chiari al riguardo. Il ragazzo ha evidenziato il desiderio di studiare e di dedicare parte della giornata allo studio? Un liceo serio costringe lo studente a studiare numerose ore al giorno.

E ancora: sono emerse capacità nel percorso scolastico, magari non ottime, ma buone o comunque adeguate? Anche in questo caso è opportuno che il giudizio sia attendibile e verificato. Infine, ammesso anche che il ragazzo sia giudicato intelligente e capace, il suo percorso scolastico gli ha permesso di raggiungere le competenze e le conoscenze fondamentali per intraprendere un percorso liceale?

Se un genitore ha colto questi indizi (volontà, desiderio, capacità, ecc.), è ragionevole che il figlio si iscriva a un liceo. Quale orientamento di liceo scegliere allora? Riguardo alla scelta dell’orientamento circolano molti pregiudizi, talvolta fomentati anche negli orientamenti effettuati alle scuole medie. Uno tra i tanti riguarda il liceo scientifico: se un ragazzo consegue buoni risultati in matematica e trova accattivante la disciplina, allora si deve iscrivere allo scientifico. Potrebbe, però, capitare che ragazzi ben disposti alla matematica alle medie siano poi attratti al liceo da altre materie (magari umanistiche). È normale che accada, per tanti motivi e ragioni.

Al contrario di quanto si crede, il liceo scientifico tradizionale è una scuola superiore che ha una maggioranza di discipline di carattere umanistico (Italiano, Latino, Storia, Filosofia, Storia dell’Arte, Inglese); solo tre materie sono scientifiche (Matematica, Fisica, Scienze). Potremmo anche affermare che il liceo scientifico sia la scuola più equilibrata nella formazione culturale dello studente per le discipline che si studiano (non si vuole certo negare che un ragazzo che si iscriva al liceo scientifico debba avere capacità logico-matematiche adeguate). Nel liceo scientifico con opzione delle scienze applicate il numero di ore dell’ambito scientifico è equivalente a quello dell’ambito umanistico.

Veniamo allora a un altro pregiudizio: iscriversi a un liceo scientifico tradizionale o delle scienze applicate è poco differente? A che serve il latino? È proprio così opzionale il suo studio? Perché vale davvero la pena appassionarsi del latino? Togliere il latino non comporta semplicemente la sostituzione di una disciplina con un’altra.

Chiunque abbia affrontato seriamente lo studio del latino non ha dubbi sulla sua utilità. Sono altrettanto convinto che studiarlo male non serve a nulla, mentre se lo si affronta con serietà serve a tutto, perché illumina di una luce nuova ogni ambito. La conoscenza del latino permette di apprezzare maggiormente molti aspetti della realtà. Il latino spalanca la comprensione del presente come epoca che è figlia di un passato. La nostra tradizione occidentale ha le sue radici nella cultura greca, in quella romana e in quella cristiana.

In secondo luogo, la conoscenza del latino illumina il linguaggio e le parole. La lingua e la parola raccontano la storia di una civiltà, dell’evoluzione umana, della cultura di un popolo. In terzo luogo, dai Latini, così come dai Greci, noi deriviamo la retorica, che insegna a scrivere bene, a parlare bene, a persuadere. In quarto luogo, fatto non meno significativo, la lettura delle grandi opere della letteratura latina, di Virgilio, di Orazio, di Seneca, di Cicerone permette di incontrare i «grandi del passato». Il fascino, la passione, l’entusiasmo per qualcosa che ci ha preceduto e che, in qualche modo, ci ha generato è la vera sorgente che può portare una persona a studiare il latino.

Ci siamo soffermati in particolare sulla scelta del liceo. Vorremmo concludere che esiste anche un’altra fondamentale questione nella scelta della scuola: la scuola in cui iscrivo mio figlio è un luogo in cui lui possa crescere, comprendersi, cogliere i propri talenti, capire che valga la pena far fatica e anche sbagliare, perché gli errori sono l’occasione di una crescita?

Una scuola è un luogo quando prende sul serio lo studente e le sue domande, i bisogni, le sue esigenze di essere felice, di comprendere meglio sé e la realtà. Una scuola è un luogo quando offre un’ipotesi educativa. Quando il ragazzo è trattato come una persona, non come un numero o uno dei tanti. Nei tanti incontri di orientamento sulle scuole a cui ho partecipato si presentano gli istituti come pacchetti orari occupati da diverse discipline: quasi mai si mostra ai genitori l’ipotesi educativa che la scuola offre.

Duemila anni fa, nell’Institutio oratoria, Quintiliano ricordava:

nei confronti dei suoi discepoli, il docente, anzitutto, assuma i sentimenti di un padre, e sia convinto di prendere il posto di quanti gli affidano i figli. Egli non abbia vizi e non li ammetta negli altri. La sua serietà non diventi cupa e la sua affabilità non sia sguaiata, affinché, a causa della prima, non gli venga antipatia e, a causa della seconda, scarso rispetto. Parli spesso di ciò che è onesto e di ciò che è bene: infatti, quanto più spesso ammonirà, tanto più raramente punirà. Si adiri il meno possibile, ma non finga di non vedere i difetti da correggere, sia semplice nelle spiegazioni, resistente alla fatica, assiduo ma non eccessivo. Risponda volentieri a chi gli fa domande, di sua iniziativa interroghi chi non gliene pone. Nel lodare le esercitazioni degli allievi non sia né troppo stretto né troppo largo, poiché il primo atteggiamento rende noioso lo studio, il secondo genera eccessiva sicurezza. Quando corregge gli errori non si mostri aspro e offenda il meno possibile, perché il fatto che alcuni biasimino i ragazzi quasi come se provassero astio verso di loro ne allontana molti dal proposito di studiare (Institutio oratoria II, 2).

La scuola non è un parcheggio. Non esistono scuole perfette. Possiamo, però, scegliere per i nostri figli il luogo che troviamo più adeguato per la loro crescita umana e culturale.

(pubblicato su La Nuova bussola quotidiana del 26-1-2020)

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