Nella prima pagina di diario dell’estate, qualche anno fa, una mia studentessa scrisse:

“Il nostro insegnante ci ha salutato prima delle vacanze dicendoci che è importante che il tempo sia dedicato a qualcosa. Da come utilizziamo il nostro tempo si capisce chi siamo e a che cosa teniamo davvero. Io ho deciso che non avrei dedicato il mio tempo a qualcosa, ma a qualcuno”.

Tutti i giorni quella ragazza andò a trovare un parente che non stava bene. Alla fine dei tre mesi di vacanza, poco prima che iniziasse la scuola, allora ritornò sulla riflessione che aveva aperto il diario e annotò:

“In questi tre mesi ho scoperto la gioia di donarsi. Non penso che dopo questa esperienza potrò ancora lamentarmi come mi è capitato spesso di fare finora”.

Questa breve nota mi permette di riflettere sull’importanza dell’utilizzo del tempo. Il suo uso proficuo è direttamente proporzionale alla consapevolezza di sé, perché «perder tempo a chi più sa più spiace» (Purgatorio III).

Le vacanze sono per eccellenza il momento in cui abbiamo a disposizione il tempo, perché la giornata non è strutturata nelle occupazioni quotidiane, lavorative o scolastiche che siano. «Vacanza» deriva dal verbo latino «vacare» che significa «essere libero da», ma che include in sé anche la finalità («per dedicarsi a qualcosa d’altro»).

Nel suo significato etimologico la parola «vacanza» sottolinea che il tempo libero è una forte provocazione ad affermare e a riconoscere le passioni, i talenti, quanto amiamo. Da come utilizziamo il nostro tempo libero si può capire meglio chi siamo. Sant’Agostino scriveva: «Siamo quello che amiamo».

Sono solito dire ai miei studenti che si comprenderebbe molto di loro se fossero lasciati da soli in classe senza l’insegnante: a quel punto sarebbero chiamati alla responsabilità e ad affermare con libertà se davvero riconoscono un bene nella scuola, nello studio, nell’apprendimento.

Insomma, se senz’altro è fondamentale avere dei punti di riferimento e dei maestri (constatazione valida sia per i giovani che per i meno giovani, su cui torneremo lungo il percorso de Il bello della scuola), altrettanto importante è il fatto che la nostra libertà sia provocata a mettersi in gioco e a scegliere.

Per questo la vacanza è per eccellenza il tempo della responsabilità, al contrario di quanto sottolinea una becera mentalità comune improntata troppo spesso a un incosciente carpe diem o a un cinico utilitarismo.

Del resto, il termine «scuola» (incredibile a dirsi!) ha un significato simile a quello di «vacanza», perché il latino «schola» proviene da un termine greco che in antichità voleva dire «tempo libero» e, che, poi, ha indicato «il luogo in cui si trascorre il tempo libero».

Solo più tardi è diventato il luogo in cui si dibattevano questioni filosofiche e culturali o si leggevano testi. Come sempre, la scoperta del significato originario di una parola è l’occasione per capire il valore autentico delle cose e del tempo.

«Nomina sunt consequentia rerum» ovvero «i nomi sono corrispondenti alle cose» e alla realtà. E, ancora, «nomen» deriva secondo la tradizione dal termine «omen» che significa «augurio», «destino», «presagio».

Il divertimento continuo e l’occupazione continua della propria giornata con mille attività sono un inganno, come ben sottolineava Leopardi nello Zibaldone:

“Né la occupazione né il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno. Nondimeno è certo che l’uomo occupato o divertito comunque, è manco (meno) infelice del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna…

Occupata o divertita (sottointeso la vita), ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene né piacere più degli altri, sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non perché abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita”.

L’uomo continuamente occupato si conosce di meno, quindi, secondo una duplice prospettiva: da una parte comprende meno i propri desideri e le passioni, dall’altra corre il rischio di non cogliere bene la complessità dell’animo umano, quel senso di vuoto che è ad un tempo desiderio di compimento e di infinito.

La nostra società spesso ci gestisce il tempo libero ora per ora, come nei villaggi turistici dove il divertimento è sentirsi dire cosa fare e come occupare le giornate. Riempire il vuoto per mettere a tacere l’horror vacui, che provoca un senso di vertigine, è la parola d’ordine attuale. Molti non si avvedono, però, di non essere davvero liberi in questo modo di agire, presuppongono di stare bene, semplicemente perché non sentono più la domanda. Paradossalmente una montagna di piaceri sommerge il vero desiderio.

Nei Pensieri, Pascal definiva questo atteggiamento umano di distrazione con il termine divertissement, espressione che nel suo significato etimologico (dal latino divertere cioè «volgere qua e là, lontano dalla strada principale, dal solco tracciato») ben designa il tentativo, coscientemente o incoscientemente perpetrato, di strapparci dal nostro cuore originario.

Il tempo della vacanza è allora per eccellenza il momento in cui l’adulto e il giovane sono liberi dalle solite occupazioni per dedicarsi ad altro, magari a quelle passioni e a quegli interessi a cui non ci si può dedicare con troppa cura durante l’anno. La vacanza è, però, anche il tempo della ricarica, del recupero delle energie, della sosta e della ripartenza, della riflessione e del movimento, della solitudine e della compagnia. È l’occasione di frequentare maggiormente gli amici, di scoprire nuovi luoghi, di dedicarsi alla lettura, di vedere qualche buon film.

Per questo ci soffermeremo nelle prossime settimane (prima di affrontare l’avvio della scuola, le esperienze scolastiche, perché valga la pena studiare, etc.) su alcune pellicole e su libri che meritano di essere conosciuti.

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