C’è un’intervista al pallavolista Andrea Lucchetta che mostro sempre ai miei studenti quando, spiegando Leopardi, voglio comunicare ai giovani la statura e la bellezza della posizione umana del poeta che documenta la grandezza del nostro animo.

Il famoso pallavolista italiano, appartenente alla nazionale dei fenomeni, votata come la nazionale sportiva del secolo scorso, intervistato per la trasmissione Sfide. Generazione di fenomeni (si può vedere qui l’intervista integrale), ha risposto alla domanda su cosa avesse provato dopo aver vinto la Coppa del mondo di pallavolo per la prima volta, aprendo un ciclo di vittorie decennale: una felicità grandissima per qualche istante, ma, subito dopo, nel momento stesso in cui teneva ancora sollevata la coppa, un grande senso di vuoto e di tristezza, perché tutto quello per cui aveva profuso le sue energie e le sue fatiche da sempre era ormai stato raggiunto.

Finalmente ecco un campione che ha il coraggio di presentarsi in tutta la sua statura umana, non ponendosi sul piedistallo, come molti, che apparentemente sembrano comunicare al mondo dei fans che loro sono pienamente felici e hanno raggiunto il Paradiso in terra. Finalmente ecco uno sportivo che ha il coraggio di attestare che il successo non estingue il desiderio di felicità infinita dell’animo umano.

Quanti letterati e uomini di cultura prima del pallavolista hanno documentato questa verità nei secoli, dopo aver raggiunto obiettivi e traguardi ragguardevoli.

Ne I ricordi (pensiero 15) Guicciardini raccoglie ammonimenti e consigli da lasciare al figlio, a parenti, ad amici (come fossero memoranda ovvero cose memorabili, da tramandare alla memoria):

Io ho desiderato, come fanno tutti gli uomini, onore e utile; e n’ho conseguito molte volte sopra quello che ho desiderato o sperato; e nondimeno non v’ho mai trovato dentro quella satisfazione che io mi ero immaginato; ragione, chi bene la considerassi, potentissima a tagliare assai delle vane cupidità degli uomini.

L’efficacia della confessione di un pallavolista (appartenente all’epoca contemporanea e all’universo sportivo) per il mondo dei giovani, com’è ben comprensibile, è ben più significativa e incisiva.

Quanti vivono per conseguire fama e gloria dai contemporanei, affidando il conseguimento della propria felicità al riconoscimento della propria grandezza e al raggiungimento di un traguardo! Quando lo ottengono, si rendono conto dell’inanità del piacere conseguito. Come annota tristemente Pavese ne Il mestiere di vivere, dopo aver ricevuto a Roma il Premio Strega: «Tornato da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo, tutto crolla». Allora, spiega Leopardi nello Zibaldone, subito si cerca di conseguire la gloria della posterità, una gloria che vada oltre la nostra vita terrena e che renda immortale il proprio nome. In maniera puntuale il poeta recanatese osserva un atteggiamento particolare in «uomini di certa fruttuosa ambizione»,

una speranza riposta nella posterità, quel riguardare, quel proporsi per fine delle azioni dei desideri, delle speranze nostre la lode ecc. di coloro che verranno dopo di noi. L’uomo da principio desidera il piacer della gloria nella sua vita, cioè presso a’ contemporanei.

Leopardi, cui è caro questo tema, ritorna più volte sulla questione, soffermandosi anche sul fatto che la tendenza a procrastinare la felicità al futuro sino a giungere al desiderio di conseguire la felicità dai posteri si accentua sempre più man mano che l’uomo cresce e si fa adulto ed è pressoché assente nel bambino. Questi non pensa che al presente e riesce a concepire il futuro solo come l’attimo immediatamente successivo al presente; «ond’è che proporre al fanciullo (per esempio negli studi) uno scopo lontano (come la gloria e i vantaggi ch’egli acquisterà nella maturità della vita o nella vecchiezza, o anche pur nella giovanezza), è assolutamente inutile per muoverlo (onde è sommamente giusto ed utile l’adescare il fanciullo allo studio col proporgli onori e vantaggi ch’egli possa e debba conseguire  ben tosto, e quasi di giorno in giorno, ch’è come ravvicinare a’ suoi occhi lo scopo della gloria e dell’utilità degli studi…)».

Leopardi descrive la noia come il sentimento che denuncia in maniera inconfondibile la statura umana, l’aspirazione all’Infinito del nostro animo, la sua incapacità di accontentarsi di piaceri finiti e limitati, la necessità di incontrare un piacere infinito che corrisponda al proprio cuore. La noia è

in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile della spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo umano e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose di insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si vegga della natura umana. (Pensieri, LXVIII).

Per usare le parole della celebre opera teatrale di A. Camus, Caligola, l’uomo autentico e grande è colui che non desiste dalla propria natura e continua a desiderare quello che sembrerebbe impossibile, ma che anche solo una volta è stato sperimentato e, di conseguenza, è diventato possibile, ovvero la Luna, così come afferma l’omonimo protagonista dell’opera teatrale. Nel dialogo con il servitore Elicone l’Imperatore Caligola continua imperterrito a manifestare il desiderio del suo animo:

Tieni presente che l’ho già avuta (la Luna). […] Io l’ho avuta completamente. Soltanto due, tre volte, è vero. Ma insomma sì, l’ho avuta. […] Io voglio soltanto la Luna, Elicone. So bene in che modo morirò. Non ho ancora esaurito tutto ciò che può alimentare la mia vita. Perciò voglio la Luna… […] Se qualcuno ti portasse la Luna sarebbe tutto diverso, non è così? L’impossibile diventerebbe possibile e qualsiasi cosa cambierebbe, così d’un colpo. E perché poi Elicone non dovrebbe portarti la Luna.

I giovani e gli adulti dovrebbero aver rispetto e custodire questo «religioso» sentimento di insoddisfazione e di inquietudine, questa sacra tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, di quel sentimento che Leopardi definisce laconicamente  col termine  «noia».

Perché in tutte le scuole i giovani dovrebbero conoscere queste riflessioni sull’uomo? Perché così non sarebbero, forse, più le prime vittime di un sistema che comunica loro che non esiste questo infinito cui aspira il nostro animo, che non vale la pena davvero faticare, creare legami, costruire qualcosa di importante. Se niente davvero vale, se non c’è nulla che resiste al tempo, se non troveremo la meta alla fine del viaggio, allora è meglio stordirsi, distrarsi, dimenticare, anzi sradicare le domande e vivere l’istante per l’istante in un becero e inconsapevole sballo, alla ricerca dell’emozione forte, senza pensare al destino, alle conseguenze.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La società contemporanea sembra essere una fabbrica di assopimento dell’animo: la droga diffusa in tutte le sue forme nel mondo giovanile e anche in quello più adulto, le forme di felicità chimica (di distruzione graduale della ragione umana e del fisico), l’alcool, attraverso l’ebbrezza che toglie ogni inibizione, lo stordimento della discoteca.

Cosa potrà cambiare, invece, se ci riapproprieremo del nostro io e diventeremo coscienti della profondità del nostro animo?
Inizieremo, forse, a non soffocare le nostre domande, a valorizzare i silenzi e i vuoti che proviamo in noi, a non censurare le tristezze del sabato sera con lo stordimento, a non pensare che la compagna o il compagno di vita debbano riempire e saziare la nostra sete di felicità totale (che delusione quando ci si rende conto che la persona con cui condividiamo la vita non ha il potere di riempire il nostro animo! Quante persone si lasciano quando fanno questa scoperta! Ma hanno sbagliato prospettiva alla partenza), ma che sono compagnia nel viaggio dell’esistenza verso questa ricerca di totalità e d’infinito.

Non accuseremo tutta la realtà d’insufficienza e d’inadeguatezza, non guarderemo con violenza i rapporti umani. Riprenderemo a vedere nell’altro che incontriamo un uomo che desidera, consapevole o meno che sia, la felicità. Solo chi nutre la speranza di essere felice può pensare alla felicità altrui, perché solo chi si vuole bene (e sa cosa significhi volersi bene) può voler bene ad un altro così come ben dichiara Leopardi nello Zibaldone:

Chi ha perduto la speranza d’esser felice, non può pensare alla felicità degli altri, perché l’uomo non può cercarla che per rispetto alla propria. Non può dunque neppure interessarsi all’altrui infelicità.

(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 5-1-2020)

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